ROSSO, 22 ottobre 1993
“Gli asilanti sono tutti lazzaroni che non vogliono lavorare e sfruttano la comunità facendosi mantenere dalla pubblica assistenza”. “Gli asilanti sono qui a portare via il lavoro alla nostra gente”.
Osservando queste due affermazioni che si sentono in continuazione nelle osterie, e purtroppo non solo nelle osterie, ma anche in ambienti che hanno la pretesa di essere socialmente e culturalmente di rispettabile livello, salta subito all’occhio l’irrazionalità.
Alle stesse persone vengono rivolte accuse di segno opposto (non lavorano – rubano il lavoro agli altri). Questa mancanza di logica è una delle caratteristiche del pregiudizio.
Ma cos’è il pregiudizio? Una buona definizione la troviamo nel libro All’erta siam razzisti di Rosellina Balbi (Oscar Mondatori):
“Il
pregiudizio è un sentimento favorevole o sfavorevole, non fondato
sull’esperienza, nei confronti di un individuo o di un gruppo. Il pregiudizio è
l’ostilità che si nutre verso una persona appartenente ad un certo gruppo,
semplicemente perché appartiene a quel gruppo.
Il pregiudizio ha poco a che vedere con fatti reali e con l’oggetto del razzismo: il caso più estremo e paradossale è laddove vi è un forte antisemitismo pur non essendoci ebrei. È invece un problema che investe il soggetto, il portatore del pregiudizio stesso.
Ognuno porta dentro di sé una vaga paura verso ciò che non conosce, verso l’estraneo che evoca un senso di manaccia. La reazione a questo sentimento può, e dovrebbe, essere di natura razionale: confrontarsi con la realtà, capire di cosa si tratta, distinguere, analizzare, giudicare ed agire in base a fatti concreti. Quando la reazione è invece di tipo irrazionale, insorge il pregiudizio, una semplificazione che risparmia sforzi mentali fornendo soluzioni pronte, prefabbricate. Per esempio chi considera semplicemente come fanatici i mussulmani non sente per nulla l’esigenza di capire e conoscere il complesso mondo dell’islam con tutte le sue implicazioni, i suoi valori e le sue contraddizioni. Una caratteristica è la generalizzazione che porta a concezioni e comportamenti stereotipati; se qualche straniero, per esempio, spaccia droga, si conclude che tutti gli spacciatori sono stranieri e tutti gli stranieri sono spacciatori.
Il pregiudizio resiste ad ogni dimostrazione della sua infondatezza. Torniamo un momento agli esempi con i quali abbiamo iniziato questo scritto. Gli “asilanti” (brutto termine!) rimarranno scansafatiche e lazzaroni anche se viene dimostrato che la stragrande maggioranza di loro lavora. Si continuerà ad insinuare che essi rubano il lavoro anche se si chiarisce che essi svolgono lavori che gli “indigeni” (altro brutto termine!) disdegnano e si rifiutano di accettare.
Quando un fatto qualsiasi suffraga le tesi che si propugnano, allora questo fatto viene ingigantito e presentato come prova inconfutabile: bastano pochi casi di gente particolarmente disagiata che viene aiutata per far gridare allo scandalo per parassitismo.
Le ideologie razziste possono prosperare solo laddove i pregiudizi sono ben diffusi e radicati. Non intendiamo approfondire in questa sede se i portatori d’ideologie razziste provocano o semplicemente sfruttano i pregiudizi. Ci limitiamo qui a cercare di capire a cosa può portare il pericoloso cocktail “pregiudizio + ideologia razzista”.
Gordon W.Allpor, The Nature of prejudice (Perseus Books Publiscing, L.L.C, 1979) individua tre tappe: la prima è chiamata “rifiuto verbale” che consiste nell’esprimere disprezzo e nel promuovere l’ostilità della pubblica opinione verso un determinato gruppo. La seconda tappa è la “discriminazione” che consiste nel negare ad una persona o ad un gruppo l’uguaglianza di trattamento rispetto agli altri (forma estrema l’appartheid). La terza tappa è l’ “aggressione fisica” che va dai pestaggi all’incendio di abitazioni, su su fino al genocidio. La sua irrazionalità rende il pregiudizio molto difficile da contrastare.
(Silvana Calvo)