AGORA nr. 12 – 20 marzo 1996
Il 21 di
marzo è la giornata mondiale contro il razzismo promossa dall’ONU. Ecco
un’occasione per riflettere sul razzismo, che tutti abbiamo voluto credere
sulla via del definitivo tramonto, ma che si è invece riaffacciato in tutta
Europa con preoccupante virulenza.

Ragazzina
L’insicurezza economico-sociale e
l’arrivo massiccio di profughi dalle regioni più povere del mondo, nonché gli
sconvolgimenti avvenuti a partire dal 1989 nei paesi in altri tempi denominati
“d’oltre cortina”, hanno riportato in superficie il razzismo che, ora lo si è
capito, non era stato bandito dalla coscienza europea, ma era invece rimasto
sopito e represso. È pur vero che segni premonitori non ne sono mancati: basti
ricordare i diffusi sentimenti di ostilità verso gli immigrati in Svizzera e
verso i meridionali in Italia già negli anni sessanta, per non citare che i
paesi che più ci concernono.
Di fronte al riemergere di questo vecchio
fantasma la prima reazione istintiva è la banalizzazione. Così si preferisce
minimizzare e considerarlo soltanto un sintomo marginale della crisi economica
e sociale oppure un semplice strumento utilizzato da qualcuno (l’avversario
politico, il “potere” ecc.) per raggiungere i suoi propri fini politici.
È per questo che il razzismo non viene
quasi mai considerato come entità a sé stante; e questo nonostante che la sua
storia si snodi come un filo nero attraverso molti secoli e si sia manifestato
in situazioni e contesti assai diversi assumendo forme differenti ma presentando
costantemente gli stessi sentimenti di aggressività, di disprezzo, di odio e di
distruttività violenta verso le vittime che di volta in volta
venivano colpite: ebrei, nomadi, stranieri, minoranze, gente di colore, ecc. Si
tende inoltre a dimenticare che il razzismo è stato il fattore che più di tutti
ha dominato e condizionato la prima metà di questo secolo, culminata nel
genocidio di milioni di persone, caricando di colpa e di responsabilità tutta
una generazione.
Se ci si prefigge di evitare che la
storia si ripeta, non ci si può permettere di sottovalutare ma si deve
comprendere in fretta ciò che sta succedendo oggi per essere in grado di
fronteggiare ciò che potrà accadere domani.
È
certamente un sentimento di superiorità che si concretizza in forme diverse. In
taluni casi si tratta di legittimare uno sfruttamento. Il destinatario del razzismo
in questo caso viene posto in una situazione di soggezione: esempi di questo
tipo di razzismo sono il colonialismo, le discriminazioni, e la forma più
estrema è lo schiavismo. In altri casi invece quella che si autodefinisce
“razza superiore” si mette in competizione con una o più “altre razze” di cui
non sopporta la vicinanza o addirittura l’esistenza e da cui aborrisce di venir
“contaminata”: le realizzazioni di questo tipo di razzismo sono le chiusure
delle frontiere, le espulsioni, le segregazioni, mentre lo sterminio e il
genocidio ne sono le forme più radicali. Sarebbe forse interessante, ma
soprattutto utile, capire a quali categorie appartengono le manifestazioni
razziste emerse in questi ultimi anni.
Il
razzismo ha origini molto remote e già in tempi molto lontani non sono mancate
discriminazioni, persecuzioni e massacri verso coloro che non corrispondevano
al modello della maggioranza della comunità o di chi dominava (ghettizzazione
degli ebrei, espulsioni dei nomadi, massacri degli Incas, ecc). Erano per lo
più pregiudizi e accuse mistico-religiose quelle che venivano rivolte a queste
antiche vittime dell’intolleranza. Più tardi con l’illuminismo e il pensiero
razionalista la “presunzione di superiorità” ha sposato la scienza, partorito
il nazionalismo, e si è insinuata in tutti gli ambiti del pensiero e della
cultura.
Infatti,
la nostra cultura è intrisa di razzismo. Basta cercare per trovarne segni in
tutti i campi: nelle religioni, nei parametri morali, nel patriottismo, nelle
tradizioni, nelle filastrocche, nelle favole, nei giochi infantili, nella
letteratura, nell’estetica, nel linguaggio, nella scienza, nello sport. Il
razzismo non è un incidente di percorso della storia ma è un elemento che fa
parte integrante del nostro bagaglio culturale.
Come si
passa dalle prime manifestazioni di intolleranza fino al razzismo di Stato?
Come si insinua nella coscienza della gente? Come si impadronisce delle leggi e
come riesce a dominare l’intera società? Quali metamorfosi presenta nel suo
itinerario verso l’affermazione? E ora a che punto siamo di questo percorso?
Solo all’inizio? Oppure ci troviamo già molto più avanti di quanto crediamo?
Per
cercare le risposte a queste domande bisogna andare a rivedere la storia. Tutta
la storia europea dovrebbe venir riletta focalizzando l’attenzione sul fenomeno
razzista. Un approfondimento delle vicende della Germania nazista potrebbe
essere molto istruttivo per comprendere l’evoluzione del razzismo, la sua
affermazione, le sue forme e il suo fine ultimo, lo sterminio. Servirebbe anche
per capire cosa diventa una società razzista e come il “male” si ritorca anche
su di essa trasformando il paese in caserma, riducendo la popolazione a comportamenti
conformisti e vili, e colpendo i suoi membri più deboli: i malati, gli
handicappati fisici e mentali, i pazienti psichiatrici, gli emarginati, gli
omosessuali, gli anziani.
Ma non
basta guardare solo alla Germania, ognuno deve rielaborare il passato del
proprio paese. Ad esempio l’Italia non dovrebbe dimenticare l’avventura
abissina e le leggi razziali del 1938;
Come
qualsiasi altro seme, il razzismo per svilupparsi e germogliare ha bisogno di
un terreno fertile, pronto ad accoglierlo. Questo terreno è dentro ad ogni
persona, ad ognuno di noi, e ci vuole lucidità e coraggio per riconoscerne i
segnali. La paura verso il diverso e i meccanismi di superiorità-inferiorità
possono presto trasformare il fastidio in insofferenza, l’insofferenza in
intolleranza, l’intolleranza in disprezzo e il disprezzo in odio e violenza.
La
paura di perdere un benessere acquisito, il dissolvimento dei valori nei quali
ci si identificava, l’apparire di un presunto concorrente nella corsa al lavoro
e all’alloggio, lo spavento provocato dal degrado della società (droga,
malavita, ecc.) spingono a cercare al di fuori del proprio io (personale o
collettivo) qualcuno a cui poter attribuire la colpa di tutti questi mali.
Additando un gruppo (gli stranieri, i neri, gli ebrei, gli zingari, i
richiedenti l’asilo ecc.) come il responsabile di tutto, il razzismo riesce nel
modo più semplicistico e assoluto a rassicurare di essere “i migliori” in
contrapposizione agli “altri” che rappresentano tutto quanto ci sia di male al
mondo.
Il razzismo
non si manifesta però solo nell’individuo singolo, ma tende a svilupparsi come
fenomeno collettivo. Evocando l’illusione di un’appartenenza ad una “comunione
totalizzante” può spingere le folle fino al parossismo della psicosi di massa.
Questo purtroppo è già capitato, non si deve dimenticarlo!
Fare il
punto alla situazione attuale non è facile. Infatti, come è sua natura, il
razzismo si presenta con caratteristiche e volti differenti a seconda della
realtà nella quale s’inserisce. In Svizzera presenta molte caratteristiche
xenofobe ed è rivolto principalmente contro i richiedenti, l’asilo, gli
ex-jugoslavi, gli albanesi, i lavoratori immigrati; in Italia è rivolto in
particolare contro gli extra-comunitari africani ed asiatici, e i nomadi. In
Francia ha come oggetto le numerose e folte comunità magrebine, retaggio del
passato coloniale di quel paese, mentre in Germania sono gli immigrati turchi
quelli che più vengono colpiti.
È vero
che son minoranze ben circoscritte, anche se pericolose, quelle che praticano
la violenza, e che non sono certo maggioranza neppure le organizzazioni ed i
partiti razzisti che propugnano e fomentano apertamente l’ostilità, ma non ci
si può nascondere che il clima generale è cambiato in peggio e che sono molti,
troppi, coloro che si sono convinti che gli stranieri siano un fardello di cui
sarebbe assai vantaggioso liberasi. Un dato comune che si riscontra dappertutto
è la crisi del “tabù” del razzismo: sta, infatti, cadendo il ritegno che faceva
sì che i sentimenti di intolleranza non venissero manifestati per timore della
riprovazione generale. Ora ci si
permette di esprimere qualsiasi enormità limitandosi di solito ad iniziare con
il preambolo: “io non sono razzista, ma…”
Questo
clima ha portato anche vari partiti o movimenti che si reputano non-razzisti ad
adottare diverse istanze razziste “per non perdere voti” oppure persino “per
evitare l’esacerbarsi del razzismo”. Se forse il primo obiettivo può venir
raggiunto in questo modo, lo stesso non può dirsi del secondo. Infatti, così
non si fa altro che dare all’intolleranza il crisma della rispettabilità.
Inoltre
le proposte degli “imprenditori del razzismo” collimano con gli interessi e le
intenzioni dei molti che, sia fuori che dentro le istituzioni, preconizzano una
società stratificata e gerarchizzata e per i problemi propugnano soluzioni di
tipo autoritario e repressivo, mentre verso l’estero vogliono ad ogni costo
mantenere la condizione di privilegio e sfruttamento su cui si basa l’attuale
supremazia economica.
Il
risultato di questi compromessi e di queste convergenze è l’adozione, in quasi
tutti i paesi europei, di leggi e regolamenti ostili agli stranieri, che ne
limitano e ledono i diritti e ne ostacolano l’entrata nel paese. Un esempio
sono le famigerate “misure coercitive” adottate in Svizzera con il voto
popolare del 4 dicembre 1994. Vengono inoltre fatte scelte come la politica dei
“tre cerchi” che distinguono le persone secondo la loro provenienza, la loro
“razza” e la loro cultura. Si tende insomma sempre più verso quella “fortezza
europea” che vuole costruire il suo benessere sull’esclusione della parte più
povera dell’umanità.
Come
rispondere al razzismo? Certo, bisogna raccogliere la sfida, e dire un NO forte
e chiaro. Ma non basta. La risposta dev’essere articolata per fronteggiare
questo complesso fenomeno da tutti i lati possibili. Nell’ambito di un
approfondito lavoro di educazione e sensibilizzazione urge recuperare “valori”
caduti in disuso, quali l’uguaglianza, la solidarietà, il rispetto, la
giustizia, l’amore per il prossimo, la collaborazione, la non violenza. Si
impone inoltre la sorveglianza e la denuncia di ogni intolleranza, di ogni
ingiustizia e si dovrà essere capaci di stare al fianco delle vittime, di
difenderle e di lottare per i loro diritti.
Si
dovrà sapersi battere sul piano istituzionale contro leggi che trasformano lo
Stato facendolo diventare, di fatto, sempre più razzista. È necessaria infine molta
creatività e fantasia per “inventare” modalità nuove per costruire una società
dove ci sia posto per costumi e culture diverse e dove la convivenza possa
diventare una cosa bella e stimolante.
(Silvana Calvo)