DIARIO (Numero speciale giornata della Memoria) 27 gennaio 2008
Un insolito spot
Durante
la pausa della partita di calcio Nigeria-Svizzera, giocata il 27 novembre
scorso, ai telespettatori in Africa non è stato presentato, come spesso si è
fatto altrove in situazioni analoghe, il solito film
turistico-promozionale dove si vedono alte cime innevate, pascoli alpini,
paesaggi lacustri, accoglienti alberghi con infrastrutture sportive e città
svizzere ricche di storia e tradizione. È stato invece proposto un
breve spot dal titolo "Prevention
campaign of the dangers of illegal migration departure from Cameroon"
(Campagna di prevenzione dei pericoli della migrazione illegale a partire dal
Camerun).
Il
contenuto del filmato è agghiacciante: la telefonata al padre di
un ragazzo africano entrato "illegalmente" in Svizzera o in
un paese dell’Unione Europea. La conversazione è tranquilla e serena: il
giovane racconta di aver fatto buon viaggio e di essere arrivato bene, di aver
trovato una decorosa sistemazione presso amici, d'essersi iscritto e d’aver
iniziato a frequentare i corsi all'università. Il padre conferma di godere di
buona salute e tranquillizza il figlio che a casa tutto procede per il
meglio e i suoi fratellini sono tornati a scuola.
Le
immagini che scorrono durante la conversazione dei due personaggi sono in
assoluto contrasto con le parole che si scambiano. Mentre il padre è situato in
un accogliente salotto dai luminosi e caldi colori tra cui predominano
l'arancione e il giallo, il figlio è inserito in un freddo contesto blu-nero:
un ambiente pervaso da raffiche di vento con pioggia e
nevischio mentre si sentono in sottofondo rumori di scrosci e rombi simili a
tuoni. Si vedono poi, in successione, l'alloggio del protagonista, un
tetro capannone dove per proteggersi dal freddo si devono
indossare i guanti e il berretto, una scena in cui il giovane corre
disperatamente sotto le intemperie verosimilmente per sfuggire alla polizia e
un'altra nella quale, accucciato sul marciapiede, chiede l'elemosina ai
passanti. Seguono i titoli di coda: "Don’t’ believe everything you
hear - Leaving is not always living - Campaign financed by the Switzerland
government and the European Union - IOM / OIM International Organization of Migration"
(Non credete tutto quello che udite - Partire non è sempre vivere - Campagna
finanziata dal governo Svizzero e dall'Unione Europea - IOM / OIM Organizzazione Internazionale per
Questo
spot mette in mostra una situazione reale: condizioni di vita che per molti
stranieri, purtroppo, sono all'ordine del giorno in Europa. Una
informazione rivolta anche ai diretti interessati non sarebbe quindi
criticabile se fosse finalizzata al loro beneficio, ossia a dar loro strumenti
utili per poter prendere con piena coscienza le loro decisioni.
Significativo
è tuttavia che la “campagna di sensibilizzazione” sia stata promossa dal
governo svizzero, e dell’UE, ossia da organismi i quali, per proteggere se
stessi dal fastidio di dover affrontare e risolvere i problemi causati dalla
presenza di immigrati, osteggiano l’arrivo di profughi politici ed economici
dai paesi poveri. Essi sarebbero in grado, se li sostenesse la volontà
politica, di modificare la drammatica condizione messa in mostra dal filmato.
Potrebbero renderla più umana varando leggi adeguate, promuovendo
l’integrazione e togliendo di mezzo i divieti che rendono “illegale”, precaria
e marginale, la presenza di questa umanità che non si è certamente spostata per
spirito di avventura, ma perché spinta da necessità concrete e dall’assenza di
alternative.
In
Svizzera, a monte della politica di chiusura, sta la paura
dell’inforestieramento che metterebbe in pericolo l’identità nazionale e
turberebbe l’ordine e la tranquillità sociale provocando disoccupazione e crisi
politiche ed economiche. Agli immigrati viene imputato di accrescere la
criminalità, la violenza e il traffico di droga. Serpeggia inoltre il timore
che tra di loro possano celarsi potenziali terroristi.
A una
cospicua parte di loro è vietato lavorare: non possono farlo i “richiedenti
asilo” (stato transitorio che spesso si protrae per anni) e neppure coloro che
a causa dell’impossibilità di regolarizzare la propria posizione vivono nella
clandestinità. Non stupisce quindi che molti di essi si dedichino al lavoro
nero e qualcuno si sia adattato ad esercitare la manovalanza criminale. Ciò
basta per scatenare il meccanismo secondo cui basta che pochi elementi di una
minoranza si macchino di qualche colpa per criminalizzare tutto il gruppo. E di
questo approfittano diverse organizzazioni xenofobe per incrementare
l’allarmismo e per promuovere nella società l’ostilità antistraniera. Al
governo chiedono con forza misure restrittive e “difensive”.
Il
lasciare le cose come vengono rappresentate nello spot, il non provvedere a
risolvere i problemi diviene così, paradossalmente, uno dei più efficaci mezzi
di dissuasione: il tollerare una situazione marginale di degrado, viene considerato anche da molti
politici il prezzo da pagare per non
rendere
La
politica della dissuasione è stata praticata nel passato, ai tempi del nazismo.
Dopo l’Anschluss, quando nel 1938
Hitler aveva invaso e occupato l’Austria ed aveva iniziato anche lì la
persecuzione antisemita, numerosi ebrei fuggirono in Svizzera in cerca di asilo
mentre molti altri si stavano preparando a seguire il loro esempio. Per
impedire la loro entrata nel paese, il governo elvetico introdusse, già il
primo aprile, il visto obbligatorio per i cittadini con passaporto austriaco[1] e si
premurò di dare istruzioni alle autorità cantonali e ai funzionari delle rappresentanze
svizzere all’estero affinché ai potenziali rifugiati, ossia agli ebrei, questo
permesso non venisse rilasciato se non nel caso in cui il richiedente fosse
stato in grado di esibire una garanzia di un paese terzo pronto ad accoglierlo
in seguito.[2] Pochi giorni dopo il capo
del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia, Ministro Johannes Baumann,
inviò una circolare (
“dev’essere consigliato l’immediato
ritorno al proprio luogo di domicilio. Si deve spiegare loro che anche se
avranno da subire considerevoli condizioni sfavorevoli di diversa natura, ciò
sarà comunque largamente preferibile al destino degli emigranti. In Svizzera
non possono rimanere. Negli altri stati è generalmente parimenti impossibile
stabilirsi. L’assunzione di un’attività lucrativa viene ostacolata dappertutto
se non resa del tutto impossibile. Inoltre vi è il rischio di rimanere senza
documenti. Il destino della maggior parte degli emigranti sarà quello di venir
scacciati senza fine da un paese all’altro”.[3]
Il
termine “Emigranti” in luogo di “profughi ebrei” era un eufemismo che all’epoca
veniva correntemente usato dalle autorità e dalla stampa svizzere. Questo, nel
tentativo di sottrarsi al dovere di accoglierli riconoscendo loro lo stato
di “rifugiati” e per allontanare il
pericolo di venir considerati antisemiti.
Il 19
agosto 1938 vennero bloccate totalmente le frontiere per la sorveglianza delle
quali fu mobilitato anche l’esercito.[4] Lo stesso giorno, per alleggerire la
pressione al confine si pensò di intervenire anche “alla fonte” del “problema”
chiedendo ai giornali austriaci di ospitare nelle loro pagine un comunicato
stampa del Consolato generale di Svizzera che rendeva nota la decisione del
governo di Berna di sbarrare il confine agli emigranti: tutti coloro che
avrebbero tentato di passare sarebbero inesorabilmente stati respinti dagli
organi di controllo doganali i cui effettivi erano stati rafforzati.
Come
si può apprendere dalla stampa svizzera[5] di
qualche giorno più tardi, questo annuncio ebbe come effetto una sensibile
diminuzione degli arrivi di ebrei alla frontiera: era stato pubblicato con
grande evidenza da giornali ormai saldamente in mani naziste, come
Un
altro mezzo di dissuasione adottato fu quello di chiedere ai rappresentanti
degli ebrei svizzeri di intercedere presso le organizzazioni israelitiche
austriache per esortarle a scoraggiare i loro affiliati dal tentare un espatrio
verso
Aveva
uno scopo dissuasivo anche l’applicazione di una disciplina di tipo militare
nei campi profughi e lo smembramento delle famiglie per cui, ad esempio, il
padre veniva mandato in un campo di lavoro in alta montagna, la madre messa a
servizio in città come domestica e i figli affidati a famiglie svizzere a
qualche centinaio di chilometri di distanza. L’imposizione di queste condizioni
di vita non era condizionata da esigenze oggettive, ma era finalizzata a
rendere sgradevole il soggiorno dei rifugiati affinché non diffondessero
all’estero, con lettere e o altre comunicazioni, una immagine allettante della
Svizzera incoraggiando altri a cercar rifugio nel paese.
All’origine
si situava la paura della “giudeizzazione della Svizzera” che avrebbe
messo in questione l’identità svizzera,
e sconvolto l’assetto sociale. Degli ebrei si temeva soprattutto che avrebbero
contaminato il paese col verbo rivoluzionario e bolscevico, mentre con le loro
supposte capacità economiche e intellettuali sarebbero riusciti in breve ad
occupare i migliori posti di lavoro e ad accaparrarsi gran parte delle risorse
della nazione. Per “difendersi” da questi pericoli, e anche nella speranza di
disincentivare ulteriormente il loro arrivo, le autorità avevano pensato prima
di tutto di vietare loro di esercitare qualsiasi attività lucrativa rendendo di
fatto assai difficile e penoso il loro soggiorno nel paese.
(Silvana Calvo)
[1] Processo Verbale della seduta del 28/03/1938 del CF, Reintroduzione del visto per i tedeschi-austriaci. DoDiS-15349, AFB: Fondo E1004.1 1/371; DDS Vol. 12, N. 249, pp. 568-572.
[2] Circolare N. 207 del DFGP del 29/03/1938. AFB: Fondo E4320(B)1991-243/21.
[3] Circolare N. 210 del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia dell’ 08/04/1938, Archivio Federale Berna: Fondo E4320(B)1991-243 vol. 21.
[4] Processo verbale della seduta del 19/08/1938 del CF. DoDiS 15356, AFB: Fondo E1004-1/376; DDS Vol. 12, N. 363, pp. 833-835.
[5] Avanguardia del 25/08/19 38,
pag. 1 “L'affluenza di profughi diminuisce”, sala di lettura dell’Archivio di
Stato Bellinzona.
[6] Wiener Zeitung e Wiener Neueste Nachrichten del
19/08/1938, Archivio Stefan Keller: Fondazione Grüninger, Zurigo
[7] Stefan Mächler, Le grand déchirement.