TANGRAM - N. 7, 8 marzo 2000

 

Buio e luce

 

Persone di colore in Ticino

c’è o non c’è razzismo?

                                                                                                       

 

Una volta, fino a dieci o venti anni fa, dalle nostre parti l’incontro con una persona di colore era un avvenimento. Il sentimento principale che provocava era senz’altro la curiosità, e anche un senso di paternalistica “compassione” dovuto alla cultura profondamente eurocentrica di cui tutti eravamo, nostro malgrado, portatori. Le madri intimavano ai figli di far finta di nulla, di non guardare con insistenza, per non far sentire a disagio il “poverino”.

Riguardo al razzismo tutti noi ci sentivamo del tutto innocenti. Il razzismo era una cosa bruttissima che non aveva nulla a che fare con noi. Il razzismo c’era stato in Germania, il razzismo c’era in America e nel Sud Africa, ma noi no: noi non eravamo, e non saremmo mai stati razzisti.

Nel frattempo molte cose sono cambiate. Il paesaggio si è popolato di persone di provenienze diverse, ed oggi gente di colore se ne incontra dappertutto, nei negozi, nei ristoranti, nelle scuole. Vi sono ora molte famiglie con un genitore o un figlio di colore. Noi abbiamo finalmente imparato a relativizzare, e ci siamo resi conto che una persona di colore non è un “povero negro”, ma bensì un essere umano fiero e contento di essere ciò che è, e che, anche se lo potesse fare, non cambierebbe con noi per nessun motivo.

Anche riguardo al razzismo abbiamo dovuto ricrederci. Anche noi, come gli altri (esattamente come gli altri!), potevamo diventarlo. Lo abbiamo visto nascere e crescere intorno a noi. Una mentalità ostile agli stranieri, a coloro che vengono qui in cerca di asilo o di un futuro migliore si è affermata.

 

Ne sono vittime anche le persone di colore?

Per appurarlo abbiamo parlato con Giovanni, 19 anni, studente, che si riconosce in questo tipo di mentalità. Per lui la Svizzera è troppo aperta verso gli altri. Egli si identifica con lo Stato e usa generalmente il pronome “noi” quando parla della Svizzera. Lo infastidisce il fatto che gli stranieri, “invece di assimilarsi e adeguarsi alla nostra cultura ed essere grati per l’accoglienza che noi concediamo permettendo loro di vivere in uno Stato che noi e i nostri antenati abbiamo costruito e plasmato, si comportano invece male e “fanno danni”, come lo spaccio della droga ecc.” Secondo la sua opinione è meno grave se un crimine lo compie uno svizzero perché è a casa sua, mentre se lo fa uno straniero il fatto è inaccettabile. Per questo Giovanni auspica delle leggi molto restrittive per tenere alla larga tutta questa gente che oltre a tutto “sputa anche nel piatto dove mangia”.

Quando gli si chiede di esprimersi sui suoi sentimenti verso le persone di colore, afferma tuttavia:

Per ora i neri non mi danno fastidio, forse perché sono pochi, e perché si comportano meglio di altri gruppi. Non sono violenti e aggressivi come certi altri. No, non ho niente contro quelli che incontro nei ristoranti e nei negozi, o a scuola. Non ho niente neppure contro le prostitute di colore, anzi capisco che sono delle vittime e mi fanno rincrescere.

A prima vista sembra che vi sia una forte contraddizione. Si è quasi tentati di non credergli quando parla del suo atteggiamento verso le persone di colore. Se però si esamina un po’ più a fondo la questione si può capire che vi sono dei motivi che spiegano questa contraddizione.

Giovanni è uno di coloro che hanno adottato la mentalità ormai dilagante che è proposta da alcuni gruppi (l’ala di Blocher e La Lega dei ticinesi). Il tipo di sentimento che queste organizzazioni fanno nascere nell’animo di molti è un razzismo “da allarme”. Gli stranieri vengono presentati come una minaccia alla integrità della cultura, agli usi e costumi, e al modo di essere stesso della “nostra gente”. Di fronte, poi, ai mali della società (per esempio la droga) cercano il colpevole, e il colpevole “non siamo certo noi” devono essere per forza degli “altri”, nella fattispecie gli stranieri. Le persone come Giovanni identificano questi “altri” in gruppi che sono strutturati: i vari gruppi ex-Jugoslavi, i Kossovari, gli Albanesi, i Curdi. Verso questi gruppi l’allarme è forte e l’ostilità grande.

Le persone di colore, invece, non fanno parte di gruppi strutturati, sono atomizzate e si presentano come individui singoli, che “non fanno paura”. Per questo motivo anche coloro che aderiscono alla mentalità ostile agli stranieri possono permettersi di “non essere contro”.

Una conferma si potrebbe anche trovare nella testimonianza di una docente che ha riferito che nella sua classe una ragazzina di colore, molto vivace e “stuzzichina”, è stata accolta senza problemi dalla classe e si è molto bene inserita, mentre vi sono molte difficoltà per l’accettazione e l’integrazione di un gruppetto di ragazzini della ex-Jugoslavia che in realtà sono individui quanto mai timidi e miti. Si potrebbe dunque affermare che non vi sia, per ora, un razzismo da allarme rivolto alle persone di colore in quanto gruppo.

Ma questo significa davvero che non vi sia razzismo contro le persone di colore? Purtroppo no. Vi è un razzismo diffuso contro le persone di colore come individui singoli, che si esprime in modo molto subdolo.

Sentiamo cosa ha da dire Ana Maria:

Non mi sento bene qui. Spesso mi viene voglia di andare via. Poi, invece, penso di restare per la bambina soprattutto…

Ana Maria è arrivata nel Ticino cinque anni fa dai Caraibi. Qui si è sposata, ma il matrimonio purtroppo le ha portato sofferenza e delusioni, ed è terminato con la separazione. Ora è sola con la sua bimba e lavora in un supermercato. Non se la sente di andare via per non far perdere alla sua bambina il contatto con il padre e con i nonni e per farle avere un futuro migliore.

Per quelle che sono nella mia situazione è spesso molto dura. E’ molto difficile, per esempio, trovare un appartamento. Attualmente sto cercando casa perché devo, a breve, lasciare l’alloggio. Mi sono rivolta a un’agenzia. Sembrava proprio che un appartamento adatto per me ci fosse, ma poi al momento di concludere concretamente il contratto, improvvisamente, sono sorti dei problemi: l’appartamento è già stato assegnato a qualcun altro… l’appartamento sarà libero solo tra diversi mesi… insomma l’appartamento non c’è più. Sono convinta che il rifiuto è arrivato perché sono di colore. Ho chiesto se il motivo era quello, ma non mi hanno risposto. Eppure ho un lavoro e sono perfettamente in grado di rispondere agli impegni che mi prendo. Ma questo non succede solo a me. Molte mie amiche e conoscenti che sono nella mia situazione mi hanno confidato di trovarsi di fronte alle stesse difficoltà.

Per il lavoro ci sono spesso problemi. In primo luogo è difficile ottenere un buon posto. Quando ti presenti cominciano subito a tirare fuori delle difficoltà e a dire di no, e, anche se non te lo dicono direttamente, capisci che il motivo per il quale non ti prendono è il colore della tua pelle e il fatto di essere straniera. Quando poi il posto l’hai trovato, talvolta sorgono altre difficoltà. Alcuni datori di lavoro pensano che le donne come noi siano un terreno di caccia facile con le quali ci si può permettere di allungare le mani: per questo ho dovuto cambiare posto di lavoro alcune volte.

Adesso ho un impiego in un supermercato e per il lavoro mi trovo bene, ma spesso vengo offesa dai clienti: una signora non voleva che toccassi la sua roba mentre la pesavo. Io le ho detto che, anche se sono di colore, mi lavo sempre le mani e lei mi ha dato della “brutta sporca negra”. Ogni tanto mi accorgo che c’è diversa gente che fa la fila per farsi servire da una mia collega mentre io sono libera e disponibile, si capisce che non hanno piacere di farsi servire da una persona di colore e preferiscono aspettare piuttosto che venire da me. Diverse persone, quando parlano con me, hanno un brutto tono e non sono per niente gentili. Forse lo fanno perché si sentono superiori, ma io non capisco che per sentirsi un po’ più in alto uno debba calpestare un’altra persona. Queste cose mi fanno molto male, mi sento offesa, e talvolta mi viene da piangere, perché non riesco a capire per quale ragione sono malvista e rifiutata solo per il colore della mia pelle. Certamente ci sono anche molte persone molto gentili e amichevoli, e questo è bello. Però continuo a pensare alle cose brutte che mi capitano…

C’è un’altra cosa che dà molto fastidio. Molte persone pensano che noi, sudamericane o africane, siamo tutte donne leggere. Lo so che ci sono anche delle donne che fanno un brutto mestiere: questa è una loro scelta, o certe volte non è una loro scelta, ma sono obbligate. Ma noi cosa c’entriamo con questo? Molti uomini credono che a noi si possa mancare di rispetto, e anche molte donne pensano così e ci guardano male. Talvolta quando un marito parla con noi, subito, di corsa, viene la moglie a vedere cosa stiamo dicendo, e si vede che è preoccupata. Anche questo mi fa sentire che qui non sono vista bene. Vorrei tanto che le cose cambiassero, che la gente non continuasse ad essere così, ho paura per mia figlia. Non vorrei che quando sarà grande sia trattata come lo sono io.

 

Dunque un razzismo contro le persone di colore c’è, ed è un razzismo meschino e squallido. È il razzismo vigliacco di chi crede di sentirsi uno scalino più in alto umiliando una persona che non si può difendere. Le persone di colore sono spesso sole, non hanno un gruppo che le difenda e le protegga dai soprusi. Molte sono donne. L’immigrazione di colore, da noi, è in gran parte femminile.

Vi è un altro tipo di razzismo che è ancora più pesante, un razzismo che discrimina. Perché ad Ana Maria non è stato dato l’appartamento? Probabilmente non per il fatto che il colore della sua pelle potrebbe indisporre qualcuno. Il motivo è forse un altro: la mancanza di fiducia verso le persone di colore. Ad una persona di colore l’appartamento non si dà per non avere noie dopo, perché si è convinti che una persona di colore non sia “seria” e che non terrà fede agli impegni finanziari. Che poi la persona lavori, e sia magari molto più solvibile di tanti altri, non viene preso in considerazione. Si tratta insomma di uno dei tanti pregiudizi che sono rimasti e che alle vittime creano sofferenza e disagi di non poco conto.

Una luce contro il razzismo.

Il racconto di Ana Maria non è campato in aria. Fatti come da lei riferiti se ne verificano diversi. C’è stato per esempio a Locarno, l’estate scorsa, un fatto molto grave. Una signora di origine africana ha risposto ad un’inserzione che cercava una cameriera per un ristorante. Si è dunque presentata, portandosi appresso la sua bambina, e si è sentita rispondere:

Non la assumiamo perché è nera e ai nostri clienti lei non piace.

La signora, che si è sentita offesa nella sua dignità, ha reagito rivolgendosi anche ai giornali. Ai giornalisti che lo hanno interpellato, il gerente del ristorante ha confermato la sua posizione affermando che lui non assumeva la signora in questione proprio per il colore della sua pelle.

Il Movimento contro il razzismo e la xenofobia (MCRX), che ha appreso l’episodio dalla stampa, ha considerato questo fatto un campanello d’allarme che annunciava un deterioramento del clima civile e un grande passo nella direzione di una società più razzista. Per questo motivo ha valutato che era necessario prendere dei provvedimenti. In primo luogo si è rivolto alla procura pubblica inoltrando contro il gerente del ristorante una denuncia per violazione della legge contro il razzismo. Questo lo ha fatto perché la legge prevede che in casi di razzismo non è necessaria la denuncia della parte lesa, ma si deve procedere d’ufficio, oppure ognuno ha facoltà di querelare.

Inoltre ha considerato che era necessario indire una manifestazione pubblica chiara e decisa. Dato che era in corso il Festival del film di Locarno, il tema è stato portato in quell’ambito: al pubblico (oltre 7000 persone) che assisteva allo spettacolo conclusivo nella Piazza Grande è stato chiesto di accendere una fiammella per dimostrare solidarietà verso la signora che aveva subito l’offesa razzista, e protesta contro ogni discriminazione e intolleranza.

L’iniziativa ha avuto un successo che è stato superiore alle aspettative dei promotori. Gran parte del pubblico, allertato da comunicati sui giornali locali e da volantinaggi in città e all’entrata dello spettacolo, si è portato da casa accendini, candeline e fiammiferi. Al momento che le luci si sono abbassate centinaia e centinaia di fiammelle si sono accese e hanno trasformato la Piazza Grande in un mare luminoso. La dimostrazione ha trovato un’eco anche dal palco, dove il direttore del Festival, Marco Müller, il regista Tornatore e l’attore Tim Roth hanno pure acceso una fiammella.

Manifestazioni di solidarietà. di questo tipo non sono certo miracolose, non riescono a cancellare di colpo le incrostazioni di pregiudizio e di razzismo, ma hanno, non di meno, la forza di dare speranza a chi subisce offese e intolleranze, e coraggio a chi cerca di operare per una società aperta ed accogliente. E’ stata una manifestazione che ha dato un segnale positivo molto forte, anche se è stata una cosa molto semplice, per nulla rumorosa o disturbante, solo un semplice gesto: accendere una fiammella

                                                                                    (Silvana Calvo)

 

Pur essendo aumentate molto in termini assoluti, le persone di colore in Ticino non sono molto numerose rispetto al resto della popolazione straniera. Statistiche precise, per ovvi motivi, non ve ne sono, perché il colore della pelle non è un fattore censibile. La maggior parte delle persone di colore risiedono in Ticino sulla base di un permesso di soggiorno e, generalmente, non vi sono giunte direttamente dalla frontiera italiana, ma da altre regioni della Svizzera: molto poche sono le famiglie o gli individui singoli (nell’ordine di poche decine di unità) che in Ticino hanno in corso una procedura d’asilo.  Un grande numero è costituito da donne, mogli di cittadini svizzeri, e dai figli di questi matrimoni, nonché da bambini del terzo mondo adottati da genitori svizzeri. Vi è pure un certo numero di donne con il permesso per artisti e forse (ma come si fa a saperlo?) delle persone senza permessi. Non vi sono gruppi strutturati di famiglie appartenenti alla stessa etnia o nazione. L’unico gruppo di una certa consistenza, che è stato presente qualche tempo fa, per un breve periodo, era costituito da cittadini somali, che però, improvvisamente, sono scomparsi, si presume per trasferirsi in un paese del nord Europa.

Per quanto concerne l’arrivo in Svizzera via Chiasso lo stesso è scarsissimo,praticamente nullo. Questo non significa, però, che non vi siano persone di colore che vogliono entrare in Svizzera dalla frontiera meridionale. Significa che le richieste di asilo non vengono generalmente neppure prese in esame, con la motivazione che le persone in questione sarebbero già residenti in Italia e non avrebbero dunque i requisiti del profugo. Come si configura attualmente la politica di asilo della Confederazione, concretamente, la stessa consiste in una pratica di esclusione che colpisce prevalentemente le persone di colore provenienti dall’Africa e dall’Asia. Varrebbe la pena di riflettere su questo ultimo dato per rivedere la politica di accoglienza della Svizzera ed adeguarla a criteri umani e civili eticamente validi.