AGORA 31.5.95
Da
secoli gli zingari subiscono l’ostilità dei popoli che abitano le zone nelle
quali essi risiedono o si muovono. Questo sentimento è espresso mediante
pregiudizi che si trasformano nel corso dell’evoluzione storica, ma conservano
sempre inalterata la loro connotazione aggressiva e di rifiuto.

Ragazza
affacciata alla porta della roulotte
Nei
tempi più remoti i pregiudizi erano prevalentemente di natura mistica e
religiosa (agli zingari era attribuita una discendenza malefica, da Caino o
Ismaele, e venivano incolpati di crimini contro la religione). Più tardi con il
formarsi della coscienza razionalistica moderna i pregiudizi hanno assunto un
aspetto “scientifico” (attingendo da Lombroso, arrivando fino alle teorie della
razza di stampo nazista).
Oggi
la coscienza critica riconosce come assurde e prive di valore queste vecchie
concezione. È tuttavia troppo semplicistico pensare che esse siano ora state
definitivamente spazzate via. Esse sono ormai relegate nelle sottoculture superstiziose
e para-religiose, ma sopravvivono e continuano ad esercitare la loro influenza
nefasta nell’inconscio collettivo generando angosce e paure irrazionali.
A
livello razionale i vecchi pregiudizi sono stati abbandonati, ma non si è
voluto rinunciare alla presunzione di sentirsi superiori. Per questo oggi si
dice che gli zingari sono portatori di una cultura diversa, inferiore, o
comunque incompatibile con la nostra. E così sono nati nuovi pregiudizi.
Quali?
Quelli che si sentono continuamente: gli zingari rubano, gli zingari sporcano,
gli zingari imbrogliano, gli zingari sfruttano i bambini, gli zingari scocciano
perché chiedono la carità, gli zingari rubano i bambini. Queste affermazioni
vengono fatte perentoriamente come dogmi santi ed immutabili, senza curarsi di
verificare, senza cercare di capire.
Il
pregiudizio è, per sua essenza, irrazionale, e come tale è impermeabile ad ogni
critica, ad ogni confronto con la realtà, e resiste ad ogni dimostrazione della
sua infondatezza. Nonostante questo proviamo ad analizzare uno per uno questi
pregiudizi e vediamo a cosa ci porta.

Monumento
all’intolleranza: grossi massi sono stati posati a S.Antonino (tra Bellinzona e
Locarno) per impedire agli zingari l’accesso ad un terreno.
Qualcuno
sì, altri no. Solo gli zingari rubano o imbrogliano? Dal ladro di galline fino
al truffatore dell’alta finanza, anche i gagé (i non zingari) sono
ampiamente rappresentati a tutti i livelli della scala gerarchica del furto e
dell’imbroglio. Per quanto riguarda gli zingari bisogna tenere presente che lo
sviluppo industriale ha portato ad una diminuzione delle possibilità di
guadagno mediante le attività tradizionali. Il furto è spesso uno dei pochi
mezzi rimasti per procurarsi il necessario per la sussistenza e la sua
importanza tende a crescere in proporzione all’aumento dell’emarginazione.
Sembrerebbe un paradosso, ma nella primavera del 1994, nel corso della
trasmissione “Sassi grossi”, alla televisione della Svizzera italiana, l’on.
Alex Pedrazzini (un Ministro del governo cantonale ticinese) ha dichiarato che
nel periodo di sosta degli zingari nel Ticino i furti non sono aumentati, anzi
sono diminuiti. Questa è un’ulteriore dimostrazione di quanto una
generalizzazione e semplificazione possano essere fuorvianti e profondamente
ingiuste.
Relegati
in numero sempre maggiore, in spazi sempre più ristretti, è difficile, se non
impossibile, mantenere la pulizia, e si può cadere vittime del degrado. A
questo proposito basti ricordare quanto è successo un anno fa a Gudo (fra
Bellinzona e Locarno), dove 600 (seicento) nomadi sono stati stipati dentro un
campetto, ridotto a pantano a causa della pioggia, e dotato di 4 (quattro) gabinetti.
Eppure gli zingari hanno un profondo senso della pulizia che li porta, per
esempio, a lavare gli indumenti separatamente dalla biancheria da letto o da
tavola, per evitare contaminazioni.
Qui si
potrebbe fare una riflessione: noi nei nostri appartamenti con tutte le nostre
attrezzature igieniche, magari i doppi e i tripli servizi, con le nostre
industrie, con le nostre macchine, non sporchiamo niente? Abbiamo sporcato
fiumi, laghi e mari, anche l’aria. Abbiamo messo in pericolo la nostra salute e
quella dei nostri figli. Ci vorranno miliardi per ripulire tutto quanto abbiamo
inquinato. Ma ci sentiamo puliti, noi.
Nella
società degli zingari, dove vi è un grande spirito d’appartenenza al gruppo,
tutti sono tenuti a collaborare per procurarsi il necessario per la
sussistenza. Uno dei mezzi per guadagnare qualcosa è l’accattonaggio. E
l’accattonaggio lo possono praticare con successo soltanto le donne ed i
bambini, perché solo loro sono in grado di suscitare qual tanto di pietà e (perché
no?) di senso di colpa, da indurre il passante a cavare di tasca qualche soldo.
Qui
sta uno dei nodi dell’incomprensione reciproca. Gli zingari non considerano
l’accattonaggio un disonore, ma un mezzo pratico per incassare dei soldi. Per
la nostra cultura ha invece una connotazione umiliante per questo molti hanno
la tendenza a considerare chi chiede la carità un essere degradato privo di
onore e dignità.
Qui il
discorso si fa complesso ed è necessario approfondire. Purtroppo è innegabile
che vi sono bambini zingari sfruttati, e spesso anche in modo molto violento ed
inumano. Nelle grandi città esistono dei piccoli eserciti di bambini costretti
a rubare, fare accattonaggio o vendere fiori nei ristoranti, ubbidendo agli
ordini di sfruttatori criminali (che non necessariamente sono solo zingari) che
li costringono a molte ore di duro lavoro al giorno (o alla notte) sottraendo
loro tutti i proventi, e non facendosi scrupolo di massacrarli di botte quando
non stanno alle regole o non riescono a “guadagnare” abbastanza.
Va però affermato con forza e chiarezza che
questo sistema non ha nulla a che vedere con le tradizioni culturali del popolo
nomade.
Nella cultura zingara è
normale l’accattonaggio, talvolta anche il piccolo furto, però queste attività
costituiscono un espediente praticato, per necessità di sopravvivenza,
esclusivamente a vantaggio della propria famiglia.

Zingari
canestrai
Il
racket dello sfruttamento è invece una cosa assolutamente estranea al modo di
concepire il mondo da parte degli zingari. Queste degenerazioni possono talora
realizzarsi in mega-accampamenti nelle periferie di grandi città. Questi
immensi agglomerati di roulottes non hanno nulla a che vedere con il vero
accampamento zingaro; in essi l’emarginazione ed il degrado portano al
dissolvimento della tradizionale struttura sociale nomade, per cui il capo
carovana, gli anziani, i capi-famiglia perdono spesso ogni prestigio ed
autorità, mentre individui senza scrupoli possono imporsi e comandare.
Quando
si chiedono aree di sosta per nomadi, lo si fa proprio per permettere agli
zingari di rimanere veri zingari e di vivere nel rispetto dei loro usi e
costumi, esercitando le loro attività tradizionali. Solo così si possono
aiutare quelle centinaia di bambini rom vittime innocenti di una situazione di
grave degrado. In caso contrario, persistendo nella politica di rifiuto e di
emarginazione, non si fa che portare acqua al mulino di ogni sorta di
delinquenti che possono arricchirsi attingendo da quell’esercito di disperati
la manovalanza per le loro attività di sfruttamento.
Nella
tradizione zingara il furto o rapimento di bambini non ha senso per il semplice
fatto che gli zingari generalmente hanno già tantissimi figli, per cui ci si
può logicamente chiedere per quale scopo dovrebbero farlo. Le storie di furti
di bambini da parte degli zingari hanno invece gran rilievo nei miti e nelle
fantasie dei popoli sedentari. Probabilmente si tratta di una proiezione. Sono,
infatti, numerosissimi, in tutti i tempi, e in molti paesi, gli episodi nei
quali bambini zingari sono stati sottratti di forza alle loro famiglie e alle
loro comunità. Proprio qui, in Svizzera, tra gli anni 1920 –1970 la sottrazione
dei figli dei nomadi era una cosa del tutto normale ed ovvia, che è stata
praticata con molto impegno dalle autorità in collaborazione con
È vero
che la lotta contro i pregiudizi è difficile perché sono implicati sentimenti
irrazionali, profondamente radicati nella cultura e nell’immaginario
collettivo. E, proprio perché difficile, questa lotta merita di essere portata
avanti con impegno, intelligenza e costanza, perché è indispensabile per creare
un clima di convivenza e di civiltà. Non va dimenticato che l’imbarbarimento
non nuoce solo alle vittime, ma si ritorce anche contro tutta la società.
(Silvana Calvo)