AGORA Nr. 5 – 1 febbraio 1995
50esimo anniversario di
Auschwitz
Una ricorrenza per riflettere

Prigionieri con giacche da
“Häftling” dietro il filo spinato
Cosa significa Auschwitz per noi europei di fine
secolo? È solo una pagina di storia?…oppure la sua ombra cupa si proietta fino
a noi? Quando alla fine della seconda guerra mondiale si è saputo dei campi di
concentramento l’orrore è stato grande, ma non ci si è resi conto dell’immane
dimensione di quanto era avvenuto: si pensava che in fondo si trattasse
soltanto di un aspetto, sia pure orripilante, della terribile guerra da cui si
era testè usciti, e che si cercava di dimenticare, mentre tutti gli sforzi
erano protesi in uno slancio di ricostruzione, non solo materiale, e le
speranze erano rivolte verso un futuro che doveva per forza essere migliore, in
quanto il bene aveva prevalso sul male, il nazismo era stato sconfitto e le
forze antinaziste avevano trionfato.
In seguito si è capito che le cose non erano poi
così semplici, e che era necessario rileggere la storia con meno illusioni e
con occhio più attento e critico. Così facendo è successa una cosa inaspettata:
invece di affievolirsi con il passare degli anni l’immagine del genocidio
nazista acquistava sempre maggiore rilievo e rivelava sempre di più la sua
mostruosità. Gradualmente si è capito che negli anni 1938-1945 è stato
consumato il più enorme crimine della storia e si è giunti fino all’ultimo
gradino dell’abiezione umana.
Milioni d’esseri umani (oggi si discute se furono
tre oppure cinque milioni: ma sempre di milioni si tratta!) sono stati
strappati dalle loro case, caricati come bestie su vagoni-merci e portati ai
campi di sterminio. Una volta arrivati a destinazione il 90% di loro (uomini,
donne, vecchi, bambini, sì…bambini) non entravano neppure nei lager, venivano
ammazzati subito. Gli altri dovevano lavorare, erano maltrattati e affamati e
generalmente morivano di stenti entro 3 mesi, oppure venivano selezionati per
essere uccisi nelle camere a gas quando non erano più ritenuti efficienti per
il lavoro o perché c’era bisogno di fare spazio nelle baracche. Tutto questo in
nome di un’ideologia che si arrogava la superiorità razziale e degradava gli
altri (gli ebrei in primo luogo, gli zingari, gli slavi, gli oppositori) al
rango di “non uomini”.
Ma la colpa fu solo dei nazisti? Certo, nulla può
diminuire la loro colpa, ed essi la devono portare tutta intera, senza
attenuanti. Ma coloro che non hanno voluto, o saputo, impedire lo sterminio
sono esenti da responsabilità? Il popolo tedesco che si è fatto coinvolgere dai
nazisti e non è stato in grado di esprimere un’opposizione efficiente può
essere assolto? Gli altri paesi che non hanno fatto nulla, o troppo poco, per
impedire lo sterminio e hanno preferito fingere diplomaticamente di non sapere
cosa stava avvenendo in Germania e nei paesi occupati per non dover prendere
posizione, non hanno nulla da rimproverarsi?
I paesi che hanno chiuso le loro frontiere ai
profughi possono proclamare la loro innocenza? Al di fuori della Germania
regnava in quegli anni la tolleranza oppure anche lì il nazionalismo,
l’antisemitismo e il disprezzo esistevano anche se in modo meno virulento?
Queste non sono domande oziose, perché ci riportano
ai giorni nostri, a noi alle prese con l’avanzata delle destre, con l’aumento
dell’intolleranza, col trionfo della xenofobia, con il sorgere di atteggiamenti
e comportamenti razzisti, con guerre etniche quasi alle porte di casa. Cosa
fare affinché la situazione non precipiti, che non si giunga ad altre
Auschwitz?
(Silvana
Calvo)