Bottino di guerra?
La chiarezza è quella che
probabilmente quasi tutti si augurano. Se è vero che c’è un accordo siglato nel
1946 con gli Alleati, è vero anche che le recenti rivelazioni sul patrimonio di
molti ebrei vittime del nazismo e su quello rubato da alcuni nazisti stessi
custodito e riciclato nei forzieri svizzeri sono sconcertanti.
Sembra
davvero incredibile che in Svizzera abbiano dovuto passare cinquant’anni prima
che affiorassero dei fatti che sono, a dir poco sconvolgenti. Li citiamo
secondo l’ordine con il quale sono venuti alla luce.
Il
primo è l’esistenza di molti conti bancari di ebrei vittime del nazismo che sono
stati tenuti nascosti per tutti questi anni e per i quali si è voluto con tutti
i mezzi rifiutare le verifiche e i controlli necessari per rintracciare i
legittimi proprietari per evitare di dover provvedere alla restituzione.
Il
secondo è la presenza di conti cifrati in banche svizzere, appartenenti a
gerarchi nazisti, di cui uno sembra addirittura di Hitler stesso, e conterrebbe
i proventi delle vendite del Mein Kampf.
Il
terzo è la rivelazione che nei forzieri di importanti banche svizzere sono immagazzinati
lingotti d’oro del valore di molti milioni di franchi provenienti dalla
Reichsbank. Questi lingotti derivano in parte dai furti nelle diverse banche
centrali dei paesi occupati (tra cui quella italiana e quella belga) e in parte
sono stati prodotti fondendo l’oro sequestrato alle vittime dei campi di
sterminio (gioielli, protesi dentarie strappate dalle bocche dei cadaveri
usciti dalle camere a gas).
Il
quarto fatto consiste nel ritrovamento nella Svizzera romanda di documenti che
comprovano la pratica di respingere alla frontiera ed espellere i profughi che
nel corso della seconda guerra mondiale tentavano di trovare salvezza nella
Confederazione. Si suppone che in altri archivi inviolati si trovino ancora dei
documenti che dimostrano quanto è avvenuto in altre parti della Svizzera.
Il
quinto riguarda vendite (negli anni 1942-45) da parte dei nazisti a gioiellieri
svizzeri di grossissime partite di gioielli, oro, pietre preziose e perle.
Di
fronte a queste rivelazione è assolutamente necessario che si faccia finalmente
chiarezza sul comportamento della Svizzera in relazione al nazismo. Il
Consiglio Federale propone ora la formazione di una commissione che dovrà fare
piena luce su tutti questi fatti e, ci auguriamo, su tute le responsabilità. È auspicabile
che questa commissione possa lavorare in piena libertà, senza limitazioni
opportunistiche, e senza condizionamenti, e possa rispondere con chiarezza alle
domande che tutti si pongono in Svizzera, ma anche all’estero.
Qual è
la reale consistenza di quanto viene ora rivelato? Chi sono i responsabili? A
chi giova? Chi è stato correo dei nazisti nella loro opera di rapina verso le
vittime dello sterminio e verso i paesi occupati? Chi si è arricchito
praticando la ricettazione dei furti nazisti? Chi è stato complice dei gerarchi
e dei criminali di guerra nazisti aiutandoli ad aprire pingui conti bancari che
hanno permesso loro di sfuggire alla giustizia? La classe politica era
coinvolta? E l’apparato amministrativo? E la polizia? Chi sapeva? Chi ha coperto
questi misfatti? Chi si è reso complice?
Non
basta però indagare soltanto su quanto è avvenuto dal 1933 al 1945. I proventi
di questa colossale razzia giacciono da mezzo secolo, pesanti e ingombranti,
nelle cantine di “rispettabilissimi” enti, ed i conti bancari (quelli degli
ebrei che non si volevano restituire e quelli dei nazisti) sono rimasti
registrati in schedari nascosti per tutto questo tempo. Dunque, molti sapevano
e hanno taciuto dopo la fine della guerra, e molti sanno e hanno taciuto fino a
ieri, anzi forse tacciono ancora oggi. Anche le motivazioni e le responsabilità
di questi signori vanno valutate.
Se
anche tutto quanto indicato sopra verrà chiarito non sarà abbastanza. Occorre che
tutta la società svizzera si metta in discussione e cerchi anche le proprie
responsabilità. È necessario un approfondimento che dovrà essere impietoso per
scuotere veramente la coscienza collettiva.
Ci
sono delle domande che bruciano. Perché tutto questo è stato possibile? Dov’era
il controllo democratico che dev’essere l’antidoto contro ogni degenerazione?
Nessuno ha mai dubitato nulla? Se qualcuno ha, negli anni passati, sollevato
dei dubbi, è stato ascoltato? Perché è mancata nella società una coscienza
morale e critica che si ponesse per lo meno degli interrogativi? Perché non si
è mai voluto chiarire quale fosse il clima in Svizzera negli anni precedenti e
durante la seconda guerra mondiale? Perché è stata accettata acriticamente
l’immagine di tolleranza e di umanitarismo presentata dalla storiografia
agiografica? Perché non si è mai voluto seriamente indagare sui comportamenti
concreti?
Come è
stato possibile che proprio qui, in Svizzera, l’opera dei nazisti abbia potuto
avere la sua prosecuzione e il suo compimento anche dopo la sconfitta nella
seconda guerra mondiale?
Rendersi
conto di essere stati latitanti, di non aver saputo impedire che queste cose
accadessero pesa sulla coscienza, e fa sentire che la gloriosa immagine di
superiorità che ogni buon svizzero ha sempre avuto di sé è crollata per sempre
e che è venuto il momento di riscrivere da capo la storia e di conquistarsi una
nuova dignità.
(Silvana Calvo)