LA PAGINA – 2 ottobre 1996

 

 

 

Svizzera, ebrei e nazismo

 

Bottino di guerra?

 

 

La chiarezza è quella che probabilmente quasi tutti si augurano. Se è vero che c’è un accordo siglato nel 1946 con gli Alleati, è vero anche che le recenti rivelazioni sul patrimonio di molti ebrei vittime del nazismo e su quello rubato da alcuni nazisti stessi custodito e riciclato nei forzieri svizzeri sono sconcertanti.

 

Sembra davvero incredibile che in Svizzera abbiano dovuto passare cinquant’anni prima che affiorassero dei fatti che sono, a dir poco sconvolgenti. Li citiamo secondo l’ordine con il quale sono venuti alla luce.

Il primo è l’esistenza di molti conti bancari di ebrei vittime del nazismo che sono stati tenuti nascosti per tutti questi anni e per i quali si è voluto con tutti i mezzi rifiutare le verifiche e i controlli necessari per rintracciare i legittimi proprietari per evitare di dover provvedere alla restituzione.

Il secondo è la presenza di conti cifrati in banche svizzere, appartenenti a gerarchi nazisti, di cui uno sembra addirittura di Hitler stesso, e conterrebbe i proventi delle vendite del Mein Kampf.

Il terzo è la rivelazione che nei forzieri di importanti banche svizzere sono immagazzinati lingotti d’oro del valore di molti milioni di franchi provenienti dalla Reichsbank. Questi lingotti derivano in parte dai furti nelle diverse banche centrali dei paesi occupati (tra cui quella italiana e quella belga) e in parte sono stati prodotti fondendo l’oro sequestrato alle vittime dei campi di sterminio (gioielli, protesi dentarie strappate dalle bocche dei cadaveri usciti dalle camere a gas).

Il quarto fatto consiste nel ritrovamento nella Svizzera romanda di documenti che comprovano la pratica di respingere alla frontiera ed espellere i profughi che nel corso della seconda guerra mondiale tentavano di trovare salvezza nella Confederazione. Si suppone che in altri archivi inviolati si trovino ancora dei documenti che dimostrano quanto è avvenuto in altre parti della Svizzera.

Il quinto riguarda vendite (negli anni 1942-45) da parte dei nazisti a gioiellieri svizzeri di grossissime partite di gioielli, oro, pietre preziose e perle.

Di fronte a queste rivelazione è assolutamente necessario che si faccia finalmente chiarezza sul comportamento della Svizzera in relazione al nazismo. Il Consiglio Federale propone ora la formazione di una commissione che dovrà fare piena luce su tutti questi fatti e, ci auguriamo, su tute le responsabilità. È auspicabile che questa commissione possa lavorare in piena libertà, senza limitazioni opportunistiche, e senza condizionamenti, e possa rispondere con chiarezza alle domande che tutti si pongono in Svizzera, ma anche all’estero.

Qual è la reale consistenza di quanto viene ora rivelato? Chi sono i responsabili? A chi giova? Chi è stato correo dei nazisti nella loro opera di rapina verso le vittime dello sterminio e verso i paesi occupati? Chi si è arricchito praticando la ricettazione dei furti nazisti? Chi è stato complice dei gerarchi e dei criminali di guerra nazisti aiutandoli ad aprire pingui conti bancari che hanno permesso loro di sfuggire alla giustizia? La classe politica era coinvolta? E l’apparato amministrativo? E la polizia? Chi sapeva? Chi ha coperto questi misfatti? Chi si è reso complice?

Non basta però indagare soltanto su quanto è avvenuto dal 1933 al 1945. I proventi di questa colossale razzia giacciono da mezzo secolo, pesanti e ingombranti, nelle cantine di “rispettabilissimi” enti, ed i conti bancari (quelli degli ebrei che non si volevano restituire e quelli dei nazisti) sono rimasti registrati in schedari nascosti per tutto questo tempo. Dunque, molti sapevano e hanno taciuto dopo la fine della guerra, e molti sanno e hanno taciuto fino a ieri, anzi forse tacciono ancora oggi. Anche le motivazioni e le responsabilità di questi signori vanno valutate.

Se anche tutto quanto indicato sopra verrà chiarito non sarà abbastanza. Occorre che tutta la società svizzera si metta in discussione e cerchi anche le proprie responsabilità. È necessario un approfondimento che dovrà essere impietoso per scuotere veramente la coscienza collettiva.

Ci sono delle domande che bruciano. Perché tutto questo è stato possibile? Dov’era il controllo democratico che dev’essere l’antidoto contro ogni degenerazione? Nessuno ha mai dubitato nulla? Se qualcuno ha, negli anni passati, sollevato dei dubbi, è stato ascoltato? Perché è mancata nella società una coscienza morale e critica che si ponesse per lo meno degli interrogativi? Perché non si è mai voluto chiarire quale fosse il clima in Svizzera negli anni precedenti e durante la seconda guerra mondiale? Perché è stata accettata acriticamente l’immagine di tolleranza e di umanitarismo presentata dalla storiografia agiografica? Perché non si è mai voluto seriamente indagare sui comportamenti concreti?

Come è stato possibile che proprio qui, in Svizzera, l’opera dei nazisti abbia potuto avere la sua prosecuzione e il suo compimento anche dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale?

Rendersi conto di essere stati latitanti, di non aver saputo impedire che queste cose accadessero pesa sulla coscienza, e fa sentire che la gloriosa immagine di superiorità che ogni buon svizzero ha sempre avuto di sé è crollata per sempre e che è venuto il momento di riscrivere da capo la storia e di conquistarsi una nuova dignità.

                                                                               (Silvana Calvo)