LA REGIONE – 1997

Mettersi in questione

 

                                   Menorah                                    Helvetia sulla moneta

 

 

 

Le rivelazioni sull’occultamento di conti bancari appartenenti a vittime della shoah (od olocausto come più comunemente si dice), nonché la presenza nei forzieri di banche svizzere di oro, provento delle razzie naziste, non ha provocato soltanto sgomento, come è giusto che sia, ma ha portato alla luce altre cose che davvero sono inquietanti.

Una parte dell’opinione pubblica è rimasta molto toccata e ha sollevato l’esigenza di fare chiarezza. Chiarezza su quanto è emerso ora, ma anche chiarezza sui comportamenti del passato, e così l’attenzione si è focalizzata su notizie (che in parte, invero, già si conoscevano, ma che si è preferito dimenticare) riguardanti la politica di collaborazione della Svizzera con i tedeschi durante l’ultimo conflitto, e le sciagurate chiusure nell’accoglienza dei perseguitati che cercavano asilo in questo paese.

Molti cittadini si sono sentiti assai colpiti nel dover costatare che proprio qui, in Svizzera, l’opera dei nazisti abbia potuto trovare sostegno durante la guerra, e addirittura la sua prosecuzione e il suo compimento dopo il 1945. Per questo, hanno chiesto con forza, che venga fatta completa luce, per riparare al torto fatto e per riscrivere la storia con onestà e senza miti.

È pur vero, che duole scoprire, che si sono dovute attendere critiche ed accuse dall’estero, per prendere coscienza e per indurci ad affrontare la questione. Perciò, anche se non spontaneamente, anche se purtroppo tardivamente, è necessario un approfondimento per scuotere veramente la coscienza. Bisogna analizzare a fondo la posizione che il paese ha avuto durante (e dopo) l’ultimo conflitto, senza risparmiare nulla e nessuno, né le istituzioni, né gli ambienti economici, né l’esercito, né l’informazione. Ci si dovrà anche confrontare con il clima che regnava allora, all’interno dell’opinione pubblica, per quanto concerne l’atteggiamento da tenere verso i perseguitati che bussavano alle nostre porte, e il ruolo avuto dall’esercito nell’attuazione della prassi di accoglienza o di rifiuto di asilo per i profughi. È mettendosi in discussione che è possibile riconoscere gli errori e valorizzare, com’è doveroso e importante, quanto di buono è pure stato compiuto. In fondo è un’occasione, forse irripetibile, per fare un salto di qualità, per mettersi in condizione di non ripetere azioni e comportamenti riprovevoli.

Purtroppo si assiste invece, in molti ambienti, a una reazione di difesa alquanto irrazionale, che porta a far quadrato intorno ai responsabili del passato, e del presente, e reca con sé sentimenti regrediti (l’antisemitismo e un nazionalismo arrogante) che si pensava (si sperava!) appartenessero solo al passato remoto. Per farsene un’idea, basta rileggere le “lettere al giornale” che sono apparse sui nostri quotidiani in questi ultimi mesi, e considerare le scritte che sono comparse sui muri della sinagoga di Lugano.

C’è inoltre gente che in questo momento ha interesse a sollevare un polverone, a insinuare che sono i vecchi militari svizzeri in servizio nella seconda guerra mondiale gli accusati di oggi! In questo modo tentano di stornare l’attenzione dalla questione vera, dai veri responsabili del passato, e da coloro che ancora adesso ostacolano in ogni modo la restituzione delle ricchezze accumulate indebitamente durante l’ultimo conflitto.

Ora, nessuno si è mai sognato di denigrare i soldati che allora hanno fatto con impegno e sacrificio ciò che è stato loro richiesto di fare. Anzi, bisogna dirlo con vigore, costoro sono stati tra coloro che in quel periodo si sono comportati come si deve e si sono trovati “dalla parte giusta”. Non loro, ma altri, hanno avuto comportamenti che oggi vanno rivisti con occhio molto critico. Chi è stato davvero alla frontiera, nel freddo, nel disagio e nel pericolo, pronto ad affrontare il nemico nazista, non può che sentirsi offeso e tradito nell’apprendere che, mentre lui era allo sbaraglio, altri, nelle istituzioni, nell’economia, nella società, collaboravano (in che misura “per forza” e in che misura “per scelta” resta da stabilire), facevano affari, si arricchivano, riempivano i forzieri di oro…

Intanto è nato (promosso da politici tra i quali Christoph Blocher, Flavio Maspoli e Massimo Pini) il “Manifesto dei soldati del servizio attivo 1939-43”, divulgando il quale, si tenta di far passare la tesi secondo cui tutto quanto è stato fatto è giustificabile in nome dell’interesse del paese. Infatti, nella conferenza stampa di presentazione del documento, sono state pronunciate frasi del tipo: “Problemi morali? Certo che se ne discuteva. Ma prima veniva il mangiare, la sopravvivenza. Il primo compito della Confederazione imponeva al governo di preservare il paese dalla catastrofe.” e inoltre “Quale morale? Quella di Hiroshima, del Vietnam, della Guerra del Golfo…” (H.Langenbacher), e ci si è scagliati contro giovani storici, giovani giornalisti e politici, definiti ambiziosi che “si permettono di esprimere critiche pur non avendo vissuto nel periodo di emergenza”.

Si vuole, in sostanza, gettare alle ortiche ogni considerazione di tipo morale ed etico, e accreditare la tesi secondo cui qualsiasi sopruso, anche se porta ad altri sofferenze, lutti ed ingiustizie, è lecito purché i propri comodi, i propri privilegi e i propri interessi siano salvaguardati.

Inoltre si vuole negare alle nuove generazioni il diritto di conoscere e di esprimersi sul passato. Ci mancherebbe altro! I giovani hanno il diritto di conoscere e di giudicare quanto è avvenuto perché questo serve per costruirsi la propria identità e per imparare dalle esperienze e dagli errori dei loro predecessori. La storia non possono pretendere di scriverla ed imporla i protagonisti che l’hanno vissuta. La storia ha bisogno di un lungo periodo di decantazione dei fatti e può venir codificata seriamente solo quando non vi è più un coinvolgimento ed una identificazione emotiva.

Inoltre un esame è ora necessario, non solo per capire quanto è successo durante, e dopo, la seconda guerra mondiale, ma anche, e soprattutto, per una seria riflessione sul presente: forse il clima oggi non è molto diverso da quello che ha provocato i misfatti passati. Oggi la solidarietà, la generosità verso chi è in difficoltà ed ha bisogno, non sono sentimenti né popolari né diffusi.  Si guarda con ostilità e diffidenza verso chi, lasciandosi alle spalle realtà tragiche di pericolo o di miseria, giunge da noi in cerca di un futuro vivibile, e sono tornate in voga espressioni quali “la barca è piena”, che, come furono ingiustificate mezzo secolo fa, così appaiono pericolose ed egoistiche oggi.

Una riscrittura della storia è un debito che abbiamo verso gli ebrei e le altre vittime del nazismo che hanno sofferto per il soccorso che è stato loro negato e per l’iniquo depredamento dei loro beni. Ma la rivisitazione del passato dev’essere anche un monito per i comportamenti presenti e futuri. Non si deve più assolutamente pensare che tutto sia lecito: chiudersi nella roccaforte del proprio egoismo e praticare una politica di accoglienza restrittiva, adottare leggi discriminatorie, quali le misure coercitive, disprezzare e negare i diritti a chi è diverso (gli zingari per esempio), misconoscere i diritti fondamentali ai lavoratori stranieri (vedi ricongiungimento famigliare), ospitare soldi rubati ai loro popoli dai dittatori di turno, sfruttare i paesi poveri, riciclare denaro sporco. È importante imparare che per i comportamenti, sia buoni, sia cattivi, si deve rispondere con la responsabilità. Il conto, come in questo specifico caso, può venir presentato magari anche dopo cinquant’anni. Ma non per questo è meno doloroso prenderne atto e accettarne le conseguenze.

                                                                            (Silvana Calvo)