

Menorah Helvetia
sulla moneta
Le
rivelazioni sull’occultamento di conti bancari appartenenti a vittime della
shoah (od olocausto come più comunemente si dice), nonché la presenza nei
forzieri di banche svizzere di oro, provento delle razzie naziste, non ha
provocato soltanto sgomento, come è giusto che sia, ma ha portato alla luce
altre cose che davvero sono inquietanti.
Una
parte dell’opinione pubblica è rimasta molto toccata e ha sollevato l’esigenza
di fare chiarezza. Chiarezza su quanto è emerso ora, ma anche chiarezza sui
comportamenti del passato, e così l’attenzione si è focalizzata su notizie (che
in parte, invero, già si conoscevano, ma che si è preferito dimenticare)
riguardanti la politica di collaborazione della Svizzera con i tedeschi durante
l’ultimo conflitto, e le sciagurate chiusure nell’accoglienza dei perseguitati
che cercavano asilo in questo paese.
Molti
cittadini si sono sentiti assai colpiti nel dover costatare che proprio qui, in
Svizzera, l’opera dei nazisti abbia potuto trovare sostegno durante la guerra,
e addirittura la sua prosecuzione e il suo compimento dopo il 1945. Per questo,
hanno chiesto con forza, che venga fatta completa luce, per riparare al torto
fatto e per riscrivere la storia con onestà e senza miti.
È pur
vero, che duole scoprire, che si sono dovute attendere critiche ed accuse
dall’estero, per prendere coscienza e per indurci ad affrontare la questione.
Perciò, anche se non spontaneamente, anche se purtroppo tardivamente, è
necessario un approfondimento per scuotere veramente la coscienza. Bisogna
analizzare a fondo la posizione che il paese ha avuto durante (e dopo) l’ultimo
conflitto, senza risparmiare nulla e nessuno, né le istituzioni, né gli
ambienti economici, né l’esercito, né l’informazione. Ci si dovrà anche
confrontare con il clima che regnava allora, all’interno dell’opinione
pubblica, per quanto concerne l’atteggiamento da tenere verso i perseguitati
che bussavano alle nostre porte, e il ruolo avuto dall’esercito nell’attuazione
della prassi di accoglienza o di rifiuto di asilo per i profughi. È mettendosi
in discussione che è possibile riconoscere gli errori e valorizzare, com’è
doveroso e importante, quanto di buono è pure stato compiuto. In fondo è
un’occasione, forse irripetibile, per fare un salto di qualità, per mettersi in
condizione di non ripetere azioni e comportamenti riprovevoli.
Purtroppo
si assiste invece, in molti ambienti, a una reazione di difesa alquanto
irrazionale, che porta a far quadrato intorno ai responsabili del passato, e
del presente, e reca con sé sentimenti regrediti (l’antisemitismo e un
nazionalismo arrogante) che si pensava (si sperava!) appartenessero solo al
passato remoto. Per farsene un’idea, basta rileggere le “lettere al giornale”
che sono apparse sui nostri quotidiani in questi ultimi mesi, e considerare le
scritte che sono comparse sui muri della sinagoga di Lugano.
C’è
inoltre gente che in questo momento ha interesse a sollevare un polverone, a
insinuare che sono i vecchi militari svizzeri in servizio nella seconda guerra
mondiale gli accusati di oggi! In questo modo tentano di stornare l’attenzione
dalla questione vera, dai veri responsabili del passato, e da coloro che ancora
adesso ostacolano in ogni modo la restituzione delle ricchezze accumulate
indebitamente durante l’ultimo conflitto.
Ora,
nessuno si è mai sognato di denigrare i soldati che allora hanno fatto con
impegno e sacrificio ciò che è stato loro richiesto di fare. Anzi, bisogna
dirlo con vigore, costoro sono stati tra coloro che in quel periodo si sono
comportati come si deve e si sono trovati “dalla parte giusta”. Non loro, ma
altri, hanno avuto comportamenti che oggi vanno rivisti con occhio molto
critico. Chi è stato davvero alla frontiera, nel freddo, nel disagio e nel
pericolo, pronto ad affrontare il nemico nazista, non può che sentirsi offeso e
tradito nell’apprendere che, mentre lui era allo sbaraglio, altri, nelle
istituzioni, nell’economia, nella società, collaboravano (in che misura “per
forza” e in che misura “per scelta” resta da stabilire), facevano affari, si
arricchivano, riempivano i forzieri di oro…
Intanto
è nato (promosso da politici tra i quali Christoph Blocher, Flavio Maspoli e
Massimo Pini) il “Manifesto dei soldati del servizio attivo 1939-
Si
vuole, in sostanza, gettare alle ortiche ogni considerazione di tipo morale ed
etico, e accreditare la tesi secondo cui qualsiasi sopruso, anche se porta ad
altri sofferenze, lutti ed ingiustizie, è lecito purché i propri comodi, i
propri privilegi e i propri interessi siano salvaguardati.
Inoltre
si vuole negare alle nuove generazioni il diritto di conoscere e di esprimersi
sul passato. Ci mancherebbe altro! I giovani hanno il diritto di conoscere e di
giudicare quanto è avvenuto perché questo serve per costruirsi la propria
identità e per imparare dalle esperienze e dagli errori dei loro predecessori.
La storia non possono pretendere di scriverla ed imporla i protagonisti che l’hanno
vissuta. La storia ha bisogno di un lungo periodo di decantazione dei fatti e
può venir codificata seriamente solo quando non vi è più un coinvolgimento ed
una identificazione emotiva.
Inoltre
un esame è ora necessario, non solo per capire quanto è successo durante, e
dopo, la seconda guerra mondiale, ma anche, e soprattutto, per una seria
riflessione sul presente: forse il clima oggi non è molto diverso da quello che
ha provocato i misfatti passati. Oggi la solidarietà, la generosità verso chi è
in difficoltà ed ha bisogno, non sono sentimenti né popolari né diffusi. Si guarda con ostilità e diffidenza verso
chi, lasciandosi alle spalle realtà tragiche di pericolo o di miseria, giunge
da noi in cerca di un futuro vivibile, e sono tornate in voga espressioni quali
“la barca è piena”, che, come furono ingiustificate mezzo secolo fa, così appaiono
pericolose ed egoistiche oggi.
Una
riscrittura della storia è un debito che abbiamo verso gli ebrei e le altre
vittime del nazismo che hanno sofferto per il soccorso che è stato loro negato
e per l’iniquo depredamento dei loro beni. Ma la rivisitazione del passato
dev’essere anche un monito per i comportamenti presenti e futuri. Non si deve
più assolutamente pensare che tutto sia lecito: chiudersi nella roccaforte del
proprio egoismo e praticare una politica di accoglienza restrittiva, adottare
leggi discriminatorie, quali le misure coercitive, disprezzare e negare i
diritti a chi è diverso (gli zingari per esempio), misconoscere i diritti
fondamentali ai lavoratori stranieri (vedi ricongiungimento famigliare),
ospitare soldi rubati ai loro popoli dai dittatori di turno, sfruttare i paesi
poveri, riciclare denaro sporco. È importante imparare che per i comportamenti,
sia buoni, sia cattivi, si deve rispondere con la responsabilità. Il conto,
come in questo specifico caso, può venir presentato magari anche dopo
cinquant’anni. Ma non per questo è meno doloroso prenderne atto e accettarne le
conseguenze.
(Silvana Calvo)