HA KEILLAH, n. 4, ottobre 2008

 

La Svizzera e le leggi razziali

 

Nel 1938, quando il fascismo mise in atto la sua politica razzista, i giornali italiani sottostavano ormai da parecchio tempo ad una ben collaudata censura. Le notizie ed i commenti forniti ai lettori furono perciò uniformi e strumentali al volere di Mussolini e del regime. Diverso è il quadro offerto dalla stampa della Svizzera italiana che era sostanzialmente libera nonostante le indubbie pressioni di Berna per imporle uno spirito adeguato alla politica di neutralità praticata dal governo elvetico. Politica già allora in buona misura condizionata dalle esigenze della Germania e dell’Italia considerate “grandi potenze” che conveniva blandire piuttosto che offendere.

Non solo la stampa era più libera, ma era anche pluralista. Per poco più di 150 mila abitanti c’erano 7 quotidiani e vari fogli che uscivano due o tre volte alla settimana e che coprivano, da destra a sinistra, un arco variegato di opinioni e sensibilità politiche. Per questi motivi è difficile valutare globalmente quale effetto suscitarono in Ticino le notizie sulle  leggi razziali di Mussolini. Prima di azzardare considerazioni generali è doveroso fare delle distinzioni perché le reazioni non furono univoche ma rispecchiavano, ognuna, le idee del soggetto politico o religioso che le aveva espresse. Ad esempio,  già a partire dal momento della pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti”  il 14 luglio, si possono distinguere tre gruppi di opinione: quello antifascista, quello laico filo-fascista e quello cattolico.

Il quotidiano socialista Libera Stampa che vedeva nel decalogo la conferma del proprio giudizio sfavorevole sul fascismo italiano, scrisse (25/07/1938):

La marcia (al passo d’oca) del regime di turpe solco antisemitico hitleriano avviene più celermente di quanto non credessimo: dalla propaganda sorniona e dalle spicciole misure prese contro gli ebrei alla chetichella, siamo ormai passati all’aperta proclamazione di una “teoria” del razzismo italiano.

Avanguardia era il giornale dei “Liberali democratici”, partito formatosi dopo una scissione dovuta in buona misura al dissenso nei confronti delle simpatie al fascismo che avevano grande spazio nel “Partito liberale”. Le sue reazioni a caldo (20/07/1938) furono: 

La prima impressione che si prova innanzi a queste aberrazioni del nazionalismo è di ripulsione. Non basta che uno vesta da uomo per essere ritenuto tale. Colui che resta insensibile al dileggio, alla spoliazione del diritto comune, alla barbarie contro tutta una razza umana (e peggio naturalmente, che è il responsabile o l’attore di così incivile misfatto) non ha anima d’uomo, ma istinti di bruto, sia pure esso professore d’università o capo di governo o sovrano effettivo di un vasto paese.

Il secondo settore di opinione, costituito dai “Liberali unitari” (il nucleo primordiale dei liberali ticinesi) e dalle forze che ruotavano intorno a quel partito, si esprimeva tramite tre giornali: Il Dovere, organo ufficiale del partito, Il Corriere del Ticino e Gazzetta ticinese. La loro impostazione era, quale più quale meno, favorevole al fascismo. Sull’argomento specifico si esposero specialmente gli ultimi due giornali citati. Essi  manifestarono soprattutto comprensione e si diedero la pena di minimizzare e giustificare il nuovo corso. Il Corriere del Ticino (11/08/1938) annotò che si trattava di:

una azione di vasta portata, a carattere demografico e sociale, che deve tendere principalmente alla difesa della razza. Sotto questo punto di vista, essa si collega con le direttive già seguite dal governo fascista in vari campi, come in quello della “bonifica umana” educazione fisica, incremento della natalità, premi nuziali, opera per la protezione della maternità e dell’infanzia. […] L’Italia non farà dell’anti-semitismo, e cioè si asterrà da ogni persecuzione vera e propria degli ebrei.

Tanto il Corriere, quanto la Gazzetta si industriarono inoltre a riportare sulle loro pagine le copiose notizie scandalistiche che facevano parte della campagna denigratoria che imperversava sulla stampa del limitrofo regno per dimostrare quanto numerosi, ricchi, invadenti e infidi fossero gli ebrei. 

Le reazioni dell’area cattolica furono soprattutto confuse. Avendo interpretato  erroneamente i segnali che giungevano dal Vaticano, la prima reazione fu di sdegno. Infatti, in un primo momento, sembrava che Pio XI avesse espresso a un gruppo di suore francesi parole di riprovazione  nei confronti del decalogo razzista. Qualche giorno più tardi però, dopo l’arrivo della smentita, ossia che il Papa nella sua rampogna non si riferiva al “Manifesto degli scienziati razzisti” ma a un progetto di “Chiesa nazionale austriaca”, le posizioni della stampa cattolica ticinese si ammorbidirono. Se in un primo momento le teorie razziste italiane erano state condannate quali “una manifestazione dottrinale contraria alla fede in Cristo” (17/07/38), pochi giorni appresso il giudizio si era di molto attenuato tanto da indurre i giornali a rassicurare i lettori che il proclama fascista “non contiene nulla di contrario ai principi cristiani” (23/07/1938).

La vera preoccupazione era che, una volta incamminatosi sulla via del razzismo, il fascismo italiano avrebbe seguito le orme dei nazisti anche nel campo del misticismo pagano e anticristiano. Ma per la stampa cattolica (con l’eccezione del foglio Popolo e Libertà che aveva un direttore antifascista), non venne meno la fiducia in Mussolini ritenuto un valoroso combattente per il cattolicesimo nella guerra di Spagna nonché colui che, firmando i Patti Lateranensi, aveva “ridonato l’Italia a Dio”. Sul settimanale La Famiglia (30/07/1938) ciò veniva espresso in questi termini:

Noi abbiamo tanta fiducia nel genio latino e nella sua sensibilità cristiana. Roma non si presterà a seguire i nordici nei loro grossolani errori! Ma se, per immensa sventura, questo avvenisse, la vera Roma, cioè la Roma onde Cristo è Romano, sarà sempre presente a porgere la luce infallibile della verità.

I giudizi sui decreti e le leggi contro gli ebrei furono pure condizionati dalla mentalità di ognuno. Molto severo fu il giornale liberale-antifascista Avanguardia (22/07 e 02/08/1938):

Perché intendiamoci bene: il razzismo nella pratica nazista e in quella che sta per instaurare il fascismo, non vuol dire altro che antisemitismo, spoliazione delle fortune ebree e sostituzione di elementi fascisti e hitleriani nelle professioni, cariche, negozi dove più sensibile è la concorrenza ebrea. […] la combinazione vuole che proprio siano i così detti intellettuali fascisti, loro concorrenti, in testa alla crociata antisemita.

Di opinione diversa erano evidentemente gli ambienti che stimavano Mussolini. Il Corriere del Ticino (15/09/1938) riteneva la legislazione razzista una reazione del fascismo contro la “violenta ostilità” dell’ebraismo internazionale verso “le idee fondamentali del regime che si sforza di assicurare l’espansione e la grandezza dell’Italia” per cui “impedire qualsiasi ulteriore invadenza dell’ebraismo” era da considerare una legittima difesa.

Molto contraddittorie si presentarono le considerazioni della stampa cattolica. Il Concilio Vaticano Secondo era di là da venire e l’antigiudaismo della Chiesa  ottenebrava ancora le menti. Così, per esempio, il Giornale del Popolo (04/09/1938) prima si indignò

Non è ammissibile ed è inumano decretare una proscrizione generale contro una parte della popolazione dello Stato e che vive sul territorio nazionale magari da secoli, a causa della sua origine.

ma si affrettò anche a specificare

In merito più specificamente al problema ebraico, se questo viene posto sotto l’aspetto della necessità di difesa contro un’eccessiva e sproporzionata influenza degli israeliti in certi campi d’attività, non contestiamo allo Stato il diritto di prendere delle misure restrittive in caso di bisogno, come si è fatto per esempio in Ungheria.

mentre per quanto riguardava i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, si spinse fino al punto da dichiarare testualmente:

La stampa italiana giustifica i provvedimenti presi in materia scolastica con la necessità di bonificare la scuola dagli elementi giudaici ai quali non si poteva in alcun modo riconoscere il diritto e la capacità di educare italianamente e fascisticamente la gioventù. Nessuno ci vorrà negare il diritto di stupirci per la lentezza veramente inesplicabile del Fascismo a riconoscere questo pericolo, così indubbiamente grave.

Dopo aver esaminato nel dettaglio le varie reazioni suscitate in Ticino dalla politica razzista del fascismo, si può esprimere, sia pure con prudenza, anche qualche considerazione generale. L’antisemitismo germanico, proprio a causa della sua forma estrema, aveva avuto la facoltà di suscitare più che altro orrore e repulsione nella popolazione. Viceversa, presentandosi nella sua veste subdola ma meno rabbiosa, l’approccio italiano contribuì a far sembrare tutto più “normale” e a far credere che  il razzismo e l’antisemitismo fossero argomenti “rispettabili” e “accettabili”. Ciò, in sostanza, significava una involuzione del senso dei valori e un degrado del codice etico condiviso proprio nel momento in cui anche la moralità e la solidarietà della Svizzera venivano messe alla prova dall’arrivo dei profughi ebrei provenienti dall’Austria e dalla Germania.

             (Silvana Calvo)