HA KEILLA, n. 4, ottobre 2008
Riflettendo, dopo 70 anni, sulle implicazioni delle “leggi
razziali” si è portati inevitabilmente a interrogarsi sull’atteggiamento assunto
in quel frangente dalla Chiesa. Questo, tanto più, se si considerano i
reiterati sforzi degli ambienti cattolici tesi a rendere credibile un’immagine
del Vaticano fermamente ostile alla politica razzista e solidale con gli ebrei
perseguitati.
Proprio in questi giorni (19 settembre 2008) sono apparse due
notizie di segno opposto. La prima è il preannuncio della pubblicazione nel
prossimo numero della rivista dei Gesuiti “Civiltà Cattolica” di un articolo di
Padre Giovanni Sale che, si anticipa, affronterà criticamente il comportamento
della Chiesa in occasione del varo delle “leggi razziali”. Questa, se
l’articolo corrisponderà alle aspettative, rappresenterebbe sicuramente una
grande novità e una notevole evoluzione dell’analisi della Chiesa su se stessa.
Per contrasto appare assai sconcertante la contemporanea
notizia degli elogi elargiti dall’attuale Pontefice alla figura di Eugenio
Pacelli. Rivolgendosi ai partecipanti a un convegno promosso dalla fondazione “Pave the way” dedicato a Pio XII e finalizzato a mettere
“nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale”,
Benedetto XVI ha affermato che il “silenzio” del Papa e della Chiesa di fronte
allo sterminio nazista fu unicamente uno strumento per coprire e rendere
possibile il consistente aiuto segreto per salvare ebrei
messo in atto da Pio XII. È la prima volta che viene espressa
ufficialmente da un esponente massimo della Chiesa questa teoria invero assai
largamente diffusa nelle pubblicazioni cattoliche e che conta qualche singolo
sostenitore anche in ambiente ebraico (ad esempio il promotore del suddetto
consesso, l’americano Gary L. Krupp).
Di tanto in tanto, in qualche conferenza o convegno, succede
di sentire l’uno o l’altro studioso cattolico preannunciare l’imminente
pubblicazione della prova inconfutabile che dovrebbe dimostrare che gli aiuti e
i salvataggi praticati da istituzioni o singoli religiosi furono promossi e
coordinati dalla Santa Sede e non siano dovuti soltanto ad apprezzabili
iniziative sorte spontaneamente per così dire “a macchia di leopardo”. La
discussione verte in questo caso intorno al problema a sapere se, e come,
Se invece ci si pone il problema che sta a
monte, ossia cosa
Un mese prima della promulgazione della legislazione
antisemita, quando la sua sostanza già era stata anticipata nella
“Dichiarazione sulla razza” del 6 ottobre, Galeazzo Ciano annotava, in una
lettera (telespresso n. 00541/c del 13 ottobre 1938)
inviata a Mussolini e al Governo:
Come
ho già avuto l’onore di riferire, le recenti deliberazioni del Gran Consiglio
in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano
sfavorevoli accoglienze”. Citando
poi il futuro Papa Paolo VI, Ciano specificava: “Da Monsignor Montini,
sostituto per gli Affari Ordinari alla Segreteria di Stato, ho avuto conferma
di tali impressioni e più particolarmente che le maggiori per non dire uniche
preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti.
Come scrisse, in una lettera indirizzata a Mussolini il 9
novembre, il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi capo della delegazione
pontificia che trattò la materia con il Governo, i negoziatori vaticani non
intendevano mettere in questione “il principio
voluto dal legislatore, cioè che si tolgano i matrimoni misti” (unioni del resto da sempre
avversate dalla Chiesa stessa), ma esigevano che si facessero delle eccezioni
per gli ebrei convertiti e battezzati nella fede cattolica. Queste eccezioni,
proseguiva Padre Venturi, non avrebbero riguardato neppure 100 matrimoni in un
anno: ”Una vera goccia d’acqua in mezzo
al mare!”.
La restrizione del suo potere decisionale su
quali matrimoni andavano permessi e quali negati è stata fortemente risentita in
Vaticano come un “Vulnus” inferto al Concordato del 1929. L’offesa era
ritenuta molto grave, tanto da scatenare una reazione molto energica, materializzatasi con uno scambio epistolare ad altissimo
livello tra Pio XI, Vittorio Emanuele III e Mussolini.
Vista l’incapacità dei negoziatori vaticani di
ottenere quanto desiderato, il 4 novembre, Papa Pio XI, al secolo Achille Ratti,
prese carta e penna per scrivere al Duce. Dal tono della lettera nonché
dall’appellativo “diletto
figlio” e
dal pronome “tu” si possono desumere rapporti di affettuosa
confidenza tra i due uomini. Il Pontefice esordiva chiedendo a Mussolini di
adoperarTi efficacemente a sollevare l’animo Nostro
gravato da penosissima cura” poiché “L’art. 7 del disegno di legge, che lunedì
prossimo dovrà essere presentato all’approvazione del Consiglio dei Ministri,
viene evidentemente a ledere quel solenne patto [il Concordato tra Stato e
Chiesa NdA].
Per rimediare sarebbe bastato sostituire “il testo del predetto articolo pronto per
l’approvazione”,
con quello già sottoposto al governo in precedenza ma che, recriminava il Papa,
“purtroppo non siamo stati
consolati di veder accettato”. Ad ogni buon conto Pio XI si premurò di accludere alla
lettera l’articolo compilato secondo le pretese vaticane.
Lo stesso allegato il Papa lo unì anche alla lettera che
scrisse il giorno dopo a Re Vittorio Emanuele III. Da questa seconda missiva si
apprende in modo più specifico che il Governo non aveva adottato integralmente il
testo dell’Art. 7 che gli era stato trasmesso dai negoziatori capitanati da
Padre Tacchi Venturi. Più precisamente, l’articolo era stato accettato sino
alle parole “per legittimazione di prole” ma era stata soppressa la frase “o
anche nel caso in cui ambedue i contraenti, sebbene di ‘razza diversa’ professano la religione cattolica”.
Tre giorni più tardi, il 7 novembre Mussolini
scrisse al Re per autorizzarlo a rispondere al Papa e per esprimere il suo disappunto che,
pur avendo egli “accettato
due delle richieste pontificie,” il Vaticano “tiri alquanto la corda quando si tratta dell’Italia e molli
completamente in altri casi.” Secondo lui accettando anche la terza richiesta sarebbe
stata la legge a essere “vulnerata”.
La lettera, inviata lo stesso giorno da Vittorio
Emanuele III a
Pio XI, conteneva il messaggio dettato da Mussolini:
Della
lettera di Vostra Santità sarà tenuto il massimo conto ai fini di una soluzione
conciliativa dei due punti di vista.
Da questa corrispondenza si apprende che il Vaticano
non si è dissociato dalle “leggi razziali italiane,”
né si è tenuto prudentemente distante per non esserne coinvolto e macchiato. Al
contrario, ed al più alto livello, ossia nella persona stessa del Pontefice in
carica, ha collaborato alla loro stesura addirittura proponendo emendamenti e
formulando le frasi degli articoli (vedi l’Art. 7 citato da Pio XI nelle sue
lettere). In questo modo ha dato implicitamente la sua approvazione al
contenuto delle leggi ad accezione del punto controverso sui matrimoni degli
ebrei convertiti.
Questa ultima, d'altronde, è stata la sola obiezione nota della Santa Sede in margine a tutta la vicenda
delle “leggi razziali”. Tanto le disposizioni che
limitavano i diritti civili ed escludevano gli ebrei da tutte le scuole del
regno, dai pubblici impieghi e dall'esercito, quanto le espulsioni di ebrei
stranieri e la revoca della cittadinanza a quelli naturalizzati dopo il 1919
non furono deplorate dalla Chiesa, come non lo furono in precedenza il
censimento degli ebrei del 22 agosto 1938 e le limitazioni in campo economico
imposte ai cittadini “non ariani” in seguito. “Una vera goccia in mezzo al mare!”.
(Silvana Calvo)