I QUADERNI DI OLOKAUSTOS, n. 3, Novembre 2005

 

L’illusione della Diplomazia

I SERMONI DELL’AVVENTO DEL

 CARDINALE VON FAULHABER

 

 

Alla fine del 1933 il Cardinale Michael von Faulhaber,[1] Arcivescovo di Monaco e Freising tenne cinque Sermoni[2] che ebbero grande risonanza: suscitarono ammirazione negli ambienti cristiani non ancora pronti a cedere al nazismo, alimentarono speranze tra la popolazione ebraica, scatenarono il risentimento dei nazisti. Del significato di questi sermoni si è continuato a discutere specialmente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, fino ai giorni nostri. Sono stati molto spesso citati ed elogiati come alto esempio di protesta della Chiesa Cattolica contro le persecuzioni antisemite naziste. L’ente più autorevole che ha ribadito questo concetto è stata la Commissione per i rapporti  religiosi con l’ebraismo.[3] Questo gruppo di lavoro vaticano si è così espresso nel documento Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah pubblicato il 16 marzo 1998: 

i ben noti Sermoni d'Avvento del Cardinale Faulhaber, ai quali assistettero non soltanto cattolici, ma anche protestanti ed ebrei, ebbero espressioni di chiaro ripudio della propaganda nazista antisemitica.[4]

Uno dei primi che propose questa interpretazione fu Yves Congar nel suo libro L’Église catholique devant la question raciale.[5] In Italia recentemente, la si ritrova nel popolare libro di Rosetta Loy, La parola ebreo:

solamente il vescovo di Monaco, Faulhaber, che dal pulpito della cattedrale nella quale verrà sepolto molti anni dopo non esita a parlare contro le vessazioni di cui sono oggetto gli ebrei.[6]

Furono giustificate le valutazioni e le reazioni emerse all’epoca e successivamente? Di cosa si trattava in realtà? I Sermoni[7] di cui ci stiamo occupando, il Cardinale von Faulhaber li pronunciò in S. Michele, una chiesa dei Gesuiti situata poco distante dalla Cattedrale di Monaco, nel periodo dell’Avvento del 1933, ossia dell’anno stesso nel quale, il 30 gennaio, in Germania, Hitler salì al potere.

Le prime tre Omelie difesero i valori religiosi, morali e sociali dell’Antico Testamento e la loro ottimizzazione nel Vangelo. In sostanza furono una difesa di quella parte della Dottrina del Cristianesimo nella quale gli ebrei svolgono un ruolo centrale e positivo. Gli ebrei apprezzati e difesi nei Sermoni non furono però, e il Cardinale von Faulhaber lo ribadì più volte[8], quelli viventi nel 1933 in Europa, dei quali non mancò di lamentare i ‘vizi originari’, ma bensì quelli che avevano vissuto nella Palestina biblica prima della nascita di Cristo:

Prima di tutto dobbiamo distinguere tra il popolo di Israele prima della morte di Cristo e dopo la morte di Cristo. Prima della morte di Cristo, negli anni tra la chiamata di Abramo e il completarsi dei tempi, il popolo d’Israele fu portatore della rivelazione. Lo spirito di Dio aveva risvegliato e illuminato uomini che avevano regolato la vita religiosa e civile attraverso la legge, la Torah mosaica, che dai salmi avevano tratto il libro delle orazioni per la preghiera famigliare e dal libro dei cantici i fondamenti per la liturgia comunitaria, che avevano appreso la saggezza della vita  nei libri della sapienza e avevano scosso, come profeti, la coscienza del popolo con il verbo vivente. Le mie prediche dell’Avvento toccheranno solo questo Israele. 

Dopo la morte di Cristo Israele fu congedata  dal mandato della rivelazione. Essi non riconobbero l’ora della visitazione. Essi rigettarono e rinnegarono il santo nome del Signore, lo cacciarono dalla città e l’attaccarono alla croce. Come allora si squarciò il velo del tempio di Sion, così si lacerò il legame tra il Signore e il suo popolo. La figlia di Sion ottenne la lettera di separazione, e da allora in poi l’eterno Aasvero erra senza pace sulla terra. Come dice Paolo (Rom. 11,25), gli ebrei, dopo la morte di Cristo, continuano ancora a rimanere un “segreto” e un giorno, alla fine dei tempi, suonerà anche per loro l’ora della grazia (Rom. 11,26). Nelle le nostre prediche dell’Avvento verrà trattato solo il giudaismo precristiano.[9]

Con il quarto Sermone affrontò appunto la “pietra d’angolo tra Giudaismo e Cristianesimo”. Con l’ultima predica, quella della sera di San Silvestro, il Cardinale svolse il tema dei rapporti tra Cristianesimo e Germanesimo, per sostenere che il secondo raggiunse un alto grado di civiltà solo ed esclusivamente grazie all’innesto fecondo nel primo.

La valutazione che i Sermoni non fossero una denuncia dell’antisemitismo nazista, ma soltanto una difesa strenua della Dottrina della Chiesa fu espressa già ripetutamente nei decenni passati da storici quali Ludwig Volk,[10] Guenter Lewy,[11] Karl Scholder,[12] Saul Friedländer.[13]

 

Perché furono pronunciati questi Sermoni?

I motivi, come quasi sempre accade, furono più di uno, ma quello contingente fu sicuramente l’allarme suscitato dagli effetti che stava provocando, dopo la vittoria politica del nazismo, il fermento mitico-religioso che, in Germania, fece da corollario all’ascesa e alla presa del potere di Hitler.[14]  Da un lato vi furono spinte verso una soluzione di tipo ‘pagano’ con la riscoperta e la mitizzazione del fantomatico antico ‘Popolo nordico-germanico’ fonte del sangue tedesco e della purezza razziale primordiale. Dall’altro vi fu un tentativo di un ‘ricupero della religione cristiana mondata delle sue componenti ebraiche’, sia con la cancellazione dell’Antico Testamento, sia con l’invenzione di un pre-cristianesimo all’interno dell’arcaico mondo germanico, sia con la creazione di un Cristo ariano. Di lì il progetto di  ‘degiudaizzazione della religione cristiana’ nell’ambito di una ‘Chiesa nazionale tedesca’ come caldeggiato da Rosenberg nel suo libro Il mito del ventesimo secolo[15] pubblicato nel 1930.

Negli anni immediatamente precedenti, e dopo la presa del potere del nazismo, in Germania si sviluppò un clima favorevole alla proliferazione di filosofie religiose e pseudoreligioni come la Comunità Cristiana dello Spirito,[16] La conoscenza divina tedesca,[17] il Tannenbergbund, il Wotanismo, l’Irminismo, il Neo-Catarismo e l’Ahnenerbe dei vari Artur Dinter, Erich Ludendorff, Mathilde von Kemnitz, Karl Maria Wiligut, Otto Rahn, Hermann Wirth, Richard Walter Darré, Walter Wüst, ecc. Personaggi questi, che ruotavano tutti, in un modo o nell’altro, intorno a Heinrich Himmler che, fra i supremi gerarchi del nazismo, fu il più zelante nel ricercare un’alternativa religiosa di marca ‘schiettamente germanica’ da contrapporre al Cristianesimo ufficiale praticato dalle religioni cattolica e protestante. Per raggiungere un tale obiettivo egli fu solerte nel sostenere ricerche archeologiche finalizzate al ricupero di materiali che comprovassero il ‘mitico passato del popolo germanico’ nonché a prendere in seria considerazione i tentativi, allora molto diffusi, di riscoprire ‘segrete verità ancestrali’ mediante la lettura delle rune.[18]

Tutto questo lavorìo pseudoreligioso non poteva lasciare indifferente la Chiesa cattolica, tanto più che non gliene sfuggiva l’intrinseca pericolosità, ben conoscendo l’attitudine dei nazisti di tradurre direttamente in atti concreti le loro più azzardate teorizzazioni. Oltretutto defezioni all’interno dell’area cristiana cominciavano a palesarsi. Già un settore protestante fu pronto ad aderire alla ‘Chiesa nazionale tedesca’ e il rischio che l’attrazione di questo nuovo modo di praticare la religione contagiasse anche strati del cattolicesimo creò non poche apprensioni.

Se il motivo fu questo - visto il tenore dei Sermoni - i destinatari principali del messaggio dovettero essere quegli ambienti cristiani, in particolare protestanti, ma non solo, che erano ormai pronti ad imbarcarsi in un’avventura ereticale ispirata dai teorici che proliferavano nel, e intorno al partito nazionalsocialista.

Anche per quei fedeli (e non furono pochi) che cominciavano a subire sempre di più il fascino dell’arroganza nazista ed a staccarsi dalla religione, i Sermoni potevano rappresentare un messaggio: che la Chiesa continuava ad essere molto forte e potente e, soprattutto, che nessuno era in grado di intimidirla.

Gli unici che certamente ebbero un fondato motivo di soddisfazione furono per contro quei cattolici che avevano a cuore la salvaguardia dei principi religiosi e dottrinali della Chiesa. Poteva rassicurarli il fatto di sapere che il Cardinale (e insieme a lui la Chiesa) erano decisi a non cedere alle pretese dei nazisti su quel terreno.

Dal Concordato all’Encliclica Mit brennender Sorge[19] e al Sillabus

Oltre al motivo per così dire ‘interno’ esaminato sopra, ci furono anche altre ragioni che spinsero il Cardinale ad esprimersi in modo tanto energico nel periodo natalizio del 1933. Nei dieci mesi tra l’insediamento di Hitler al Cancellierato e le prediche dell’Avvento successero molte cose, la più importante delle quali, dal punto di vista della Chiesa, fu sicuramente la conclusione del Concordato tra il Vaticano e la Germania nazista.

Sembra incredibile che un accordo di simile portata abbia potuto essere concepito, negoziato e stipulato  nel giro di meno di sei mesi, per di più in un’atmosfera conflittuale, tesa ed esacerbata come quella che dominava in quel momento l’Europa e la Germania in particolare. Ma così è stato, e allora un motivo ha da esservi, e questo difficilmente poteva essere altro se non il fatto che la concretizzazione di una simile intesa doveva stare molto a cuore ad ambedue i contraenti. Per il neonato regime nazista fu, da un canto, l’occasione per trovare una legittimazione internazionale con un primo importante successo della propria politica estera, e questo con un accordo con uno stato (il Vaticano) universalmente riconosciuto come una ‘potenza spirituale’, e dall’altro un mezzo per mettere fuori gioco il ‘cattolicismo politico’ (nella fattispecie il Partito del Centro) che avrebbe potuto ostacolare, o per lo meno disturbare, il consolidamento del suo potere recentemente acquisito.[20] Anche la Santa Sede sembrava di fatto puntare a limitare il ‘cattolicismo politico’, ossia a ridimensionare l’influenza dei partiti cattolici. Questo perché la sua scelta strategica di fondo fu, a giudicare dai fatti, quella di sostituirsi ad essi nella gestione della politica: di lì l’impegno costante finalizzato al raggiungimento di accordi diretti con i Governi.

La Santa Sede riteneva così, che essa in prima persona, direttamente o rappresentata dalle gerarchie cattoliche nazionali, potesse divenire un partner  privilegiato dello Stato, e che questo modo di relazionarsi avrebbe permesso di raggiungere, presto o tardi, nei diversi paesi, la restaurazione religiosa che, negli anni Trenta del secolo scorso, ancora costituiva una delle aspirazioni principali della Santa Sede. Nei confronti dei regimi autoritari la Chiesa non intendeva porsi come un concorrente che potesse mettere in pericolo il loro potere con organizzazioni politiche da essa ispirate, ma bensì come un interlocutore con il quale confrontarsi da pari a pari per negoziare accordi, e conquistarsi spazi. Un esempio eloquente in questo senso è rappresentato dal Concordato stipulato con Mussolini nel 1929. Anche nel caso italiano l’accordo con lo Stato fascista si realizzò sacrificando definitivamente il ‘cattolicismo politico’, ossia, in quel caso, il Partito Popolare di Don Sturzo. 

Nello stesso tempo i rapporti con i fedeli avrebbero potuto venir incanalati nell’Azione Cattolica che, a differenza dei partiti, aveva una struttura verticistica dove le spinte che giungevano dalla base potevano più agevolmente venir controllate e neutralizzate. Le principali personalità coinvolte nei negoziati che portarono all'accordo furono il Cardinale Eugenio Pacelli[21]  per la Santa Sede, Monsignor Ludwig Kaas un religioso che già si era distinto in precedenza quale intermediario tra la Chiesa e i governi tedeschi e Franz von Papen[22] in rappresentanza di Hitler. L’Episcopato tedesco, pur non avendo partecipato ufficialmente ai colloqui che portarono all’intesa, vi contribuì indirettamente, ma sostanzialmente. Il 28 marzo 1933, pochi giorni dopo la rassicurazione di Hitler che avrebbe rispettato le religioni, diede il via libera alle trattative revocando  il divieto di aderire al Partito nazista, precedentemente imposto ai cattolici da quasi tutti i vescovi. In seguito, quando le trattative raggiunsero un momento di stallo, vi fu, per bocca del Cardinale Adolf Bertram, la sollecitazione rivolta alla Santa Sede di concludere il più presto possibile il Concordato.[23] 

A ciò fece da suggello la lettera pastorale redatta dalla Conferenza dei Vescovi che si svolse a Fulda dal 30 maggio al 1° giugno 1933. Questa lettera riaffermò la legittimità della collaborazione dei cattolici con il nazionalsocialismo, riconobbe come positive le intenzioni di Hitler e del Governo, ed espresse la fiducia che le autorità sarebbero intervenute per far cessare gli attacchi anticattolici di taluni gruppi.[24]

L’accordo fu raggiunto il 20 luglio 1933, e il Concordato fu ratificato dal Vaticano il 10 settembre e pubblicato nel giornale ufficiale del Reich il 22 dello stesso mese. Il suo contenuto sembrava soddisfare entrambe le parti contraenti: la Chiesa si vide formalmente riconosciute in gran parte le sue pretese: il rispetto della libertà e dell’autonomia in ambito religioso, istituzionale (scuole confessionali, insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, stampa cattolica, ordini religiosi), associativo, e amministrativo; i nazisti riuscirono a imporre la proibizione per gli ecclesiastici di sostenere o far parte di partiti politici e l’obbligo per i vescovi  di giurare fedeltà al Reich e al Land.[25] Una conseguenza degli accordi fu la soppressione del Partito del Centro. L’effetto dello smantellamento del ‘cattolicismo politico’ così veniva descritto dal Bendiscioli nel suo libro Germania religiosa nel Terzo Reich:

Ora invece la Chiesa con la sua gerarchia entrava con lo Stato in rapporti diretti e si assumeva essa di tutelare sul fondamento contrattuale del concordato, anziché su quello delle leggi comuni e coi mezzi comuni, la vita multiforme del cattolicesimo tedesco. I vescovi venivano così ad assurgere ad una posizione di primo piano [...] la loro parola veniva attentamente ascoltata anche dai politici, come ormai l’unica manifestazione autorizzata del sentimento delle masse cattoliche. Insomma sui vescovi veniva a gravare tutta la responsabilità della difesa cattolica, che prima era divisa con le coscienze dei fedeli armate dal voto, del diritto di organizzazione politica e sindacale, della libertà di parola.[26]

Dopo la ratifica del Concordato, il Cardinale von Faulhaber espresse, in una lettera a Hitler, la sua soddisfazione per il conseguimento dell’intesa:

Ciò che i vecchi Parlamenti e Partiti non sono stati capaci di concludere in 60 anni,  ha potuto avere una storica realizzazione grazie alla Sua lungimiranza di uomo politico. La stima che ora è rivolta alla Germania da Oriente a Occidente, e da tutto il mondo dimostra che questa Sua stretta di mano al Papato, la più alta Potenza spirituale della terra, costituisce un grande gesto e una incommensurabile benedizione[27]. 

Il lasso di tempo di meno di un anno intercorso tra la vittoria del nazismo e i Sermoni di von Faulhaber, non solo bastarono a concludere il Concordato, ma furono sufficienti anche a farlo andare in crisi. I gruppi nazisti radicali accolsero molto male la sua conclusione, e non ne fecero mistero, tanto che la polizia segreta ebbe i suoi problemi a soffocare le loro proteste.[28] Anche larghe cerchie cattoliche accolsero l’intesa con mal celata diffidenza o addirittura con accenti scandalizzati.[29]

Fu però l’applicazione degli accordi che trovò i maggiori ostacoli. La libertà promessa alle associazioni cattoliche non era punto compatibile con gli appetiti delle organizzazioni naziste come la Hitlerjugend, le SS, le  SA, ecc. che intendevano assorbire tutte le forme strutturate di aggregazione sociale presenti sul territorio. Quando non riuscivano ad  ottenere ciò che volevano dalle associazioni medesime – ossia l’autoscioglimento nella maggior parte dei casi - rivolgevano le loro pressioni sui singoli, dirigenti o soci e sulle loro famiglie per imporre adesioni ‘spontanee’ usando metodi che spaziavano  dalle lusinghe, alle intimidazioni, alle violenze.[30]

La sete di egemonia totalitaria dei nazisti,  che esigeva un controllo ferreo dell’educazione da parte del regime, mal si conciliava con la pretesa della Chiesa di gestire in proprio le scuole cattoliche. Anche il crescente numero delle apostasie di  fedeli cattolici che preferivano seguire le nuove chimere offerte dallo spiritualismo nazista non contribuì certo a diminuire l’insoddisfazione della Santa Sede e dei Vescovi.

Ad ogni buon conto, verso la fine del 1933, l’idillio concordatario era ormai infranto. Le parole pronunciate dal Cardinale von Faulhaber nei Sermoni dell’Avvento potrebbero aver anche avuto lo scopo di lanciare a Hitler e ai capi del nazismo un duplice segnale. Da una parte, la precisazione esplicita che ci si occupava solo degli ebrei dell’Antico Testamento e non di quelli attuali, poteva costituire una specie di rassicurazione di “non ingerenza”. Dall’altra, era importante far capire chiaramente che la Chiesa, per quanto la riguardava direttamente, non era disposta né a farsi intimorire, né a subire supinamente le angherie di cui si sentiva vittima e che era determinata a pretendere il rispetto integrale degli accordi sottoscritti con il Concordato.

Evidentemente non era pensabile che allo scopo bastassero alcuni Sermoni. Ci voleva ben altro. Bisognava mettere in campo qualcosa di sostanzioso: un’enciclica per esempio. Pio XI, ma forse sarebbe più corretto dire il Cardinale Pacelli, che allora ricopriva la carica di Segretario di Stato Vaticano,  perché fu lui che, in prima persona, gestiva a Roma la questione tedesca, decise di preparare un’enciclica per denunciare le persecuzioni di cui la Chiesa cattolica tedesca si riteneva vittima. La persona chiamata a redigere il progetto del documento papale fu il Cardinale von Faulhaber.

Come i Sermoni dell’Avvento del 1933, anche l’Enciclica del 1937, che poi assunse il nome di Mit Brennender Sorge, scritta da von Faulhaber in collaborazione con Pacelli e firmata da Pio XI, ha da decenni l’immeritata fama di essere un documento con il quale la Chiesa cattolica avrebbe denunciato le persecuzioni che in quegli anni imperversavano in Germania contro la popolazione ebraica. Niente di tutto questo. L’enciclica fu una grandiosa, e anche coraggiosa denuncia delle vessazioni e dei torti subiti dalla Chiesa cattolica e degli attacchi alla sua dottrina. In ciò risiede il suo valore e per questo merita di essere ricordata e celebrata. Volerla presentare al pubblico per qualcosa di diverso è una mistificazione che si è andata avvalorando grazie al fatto che si tratta di una enciclica molto citata ma assai poco letta.

Per quanto concerne il destino degli ebrei in Germania, non un accenno vi si trova: in tutto il lunghissimo testo non figura neppure una volta la parola ebreo né un suo derivato, né un sinonimo. Non una parola fu spesa per descrivere le umiliazioni, le ingiustizie, le prevaricazioni, le violenze che giorno dopo giorno, sotto gli occhi di tutti, venivano inflitte agli ebrei tedeschi. Non ci fu nessuna richiesta di porre fine alla persecuzione antisemita, nessuna intercessione per chiedere giustizia o pietà.

Non molto differente fu, nella sostanza, il documento che i giornali definirono Sillabus che la Santa Sede pubblicò l’anno seguente, nel maggio del 1938, proprio nei giorni della visita di Hitler a Roma.[31]

In questo caso la denuncia assunse la forma di una lettera aperta che S. E. Monsignor Ruffini, segretario della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, rivolse ai Rettori di tutte le Università e i Seminari cattolici. La missiva deplorò che le persecuzioni contro la Chiesa, in Germania, poggiassero su “calunnie e dottrine perniciosissime suffragate da una scienza di falso nome”. Queste dottrine vennero elencate in otto punti, e i destinatari della lettera furono invitati ad approfondire il loro sapere e le loro conoscenze per poterle efficacemente confutare, e distruggerne la potenza devastatrice.

I primi sei punti riguardarono le concezioni naziste sulla razza. Gli altri due condannarono le mistiche elucubrazioni cosmologiche pseudoreligiose in auge in Germania. In questo caso si parlò, sì, del razzismo, ma non lo si accusò per le sue realizzazioni concrete, per le sofferenze che praticandolo furono inflitte a migliaia e migliaia di persone, lo si condannò perché lo si riteneva uno strumento ideologico utilizzato per la persecuzione della Chiesa.

Il Cardinale von Faulhaber e il nazismo

Il Cardinale, rivolgendosi, in una birreria di Monaco, a giovani studenti e accademici cattolici, il 15 febbraio del 1924, parlando di Hitler e del suo movimento politico, lamentò che fu:

una grande tragedia che la sorgente originariamente pura sia stata avvelenata da affluenti secondari e dal Kulturkampf. [e che Hitler sapeva meglio dei suoi subalterni che] una rinascita della Nazione non sarebbe mai possibile senza il sostegno della Cristianità .[32]

Dalle parole del Cardinale si arguisce che questi vide di buon occhio l’arrivo sulla scena di un movimento come quello nazista. Eppure questo, fin dall’inizio, non fece mistero della sua natura prevaricatrice, né mai nascose la propria aggressività verso gli oppositori e gli ebrei. L’influenza negativa che deplorava fosse venuta ad inquinare la “pura sorgente” riguardava l’importazione nel movimento di fermenti anticristiani che riteneva traessero la loro origine da precedenti campagne anticattoliche: quelle di Bismarck negli anni 1874-1878.

Fu l’atteggiamento verso la Chiesa che von Faulhaber considerò sempre il metro con il quale giudicare ogni soggetto politico che si trovò di fronte.

Per quanto concerne Hitler, il Cardinale dimostrò di aver capito benissimo che il Führer sapeva che, per i suoi progetti, aveva bisogno del sostegno delle Chiese. E questo si è visto nel concreto: Hitler si adeguò sempre a questa premessa. Non si comportò mai da ‘anti-religioso’ o da ‘anti-cristiano’,[33] il suo intuito politico lo guidò costantemente nel senso di non sottovalutare l’importanza delle Chiese e il suo pragmatismo lo indusse a scendere a patti con esse e gli fece sempre evitare di ingaggiare scontri in cui egli stesso partecipasse in prima persona. La paternità delle aggressioni e delle violenze contro le persone e le associazioni  e i beni cattolici e protestanti la demandò sempre ad altri.

Come molti altri suoi confratelli, anche il Cardinale  von Faulhaber, credette in un Hitler potenziale alleato, migliore dei suoi consiglieri e subalterni. Perciò, nonostante tutti i motivi per i quali la Chiesa aveva pieno diritto di recriminare, tenne sempre aperto il dialogo con il capo del nazismo. Nel corso degli anni vi furono incontri, lettere e dichiarazioni di sostegno al governo. Nel contempo però von Faulhaber reagì sempre energicamente contro ogni torto, ogni sopruso, ogni prevaricazione subita dalla Chiesa, e contro ogni attacco rivolto alla dottrina cattolica, ma fu anche molto attento a non valicare il limite oltre il quale la sua opposizione si sarebbe potuta trasformare in un’aperta sfida al potere e in una delegittimazione di Hitler e del nazismo.

Vi fu però, ed è d’obbligo ricordarla, un’occasione nella quale egli forse fece un passo in più in questa direzione. Ciò accadde in occasione del plebiscito organizzato da Hitler il 10 aprile 1938 in Germania e in Austria per dare una legittimazione all’Anschluss seguito all’invasione dell’Austria da parte dell’esercito nazista il 13 marzo dello stesso anno. In quell’occasione Hitler poté fruire del sostegno di gran parte del mondo religioso.[34] La Chiesa evangelica austriaca invitò i suoi fedeli ad approvare il plebiscito. Così fecero anche i rappresentanti della Chiesa evangelica germanica, i quali adottarono una risoluzione con la quale i protestanti tedeschi furono esortati a dire “sì con gioia”. Per parte cattolica, l’Arcivescovo di Vienna Cardinale Innitzer ribadì la posizione favorevole già espressa in precedenza con il molto discusso Messaggio Pastorale dei vescovi austriaci del 18 marzo 1938, letto in tutte le chiese, con il quale si spronavano i fedeli a votare ‘sì’ in considerazione del fatto che il nazionalsocialismo aveva dato buona prova di sé nel “raddrizzamento sociale ed economico e che la sua azione ha eliminato il pericolo del bolscevismo”.

Questo appello in favore del nazismo sollevò non poca disapprovazione e perplessità nel mondo cattolico, tanto è vero che il Cardinale Innitzer fu convocato a Roma per discuterne con Pio XI e con il Cardinale Pacelli. 

Forse fu per questo motivo, o forse per una riflessione autonoma, che la posizione dell’Episcopato cattolico della Germania fu differente. Così si svolsero i fatti secondo la cronaca di un giornale dell’epoca:[35]

Contrariamente all’atteggiamento dei vescovi austriaci, quelli tedeschi, recentemente riunitisi a Fulda, hanno deciso di mantenere il più assoluto riserbo sul plebiscito di domenica. La decisione è stata presa all’unanimità e grazie ad essa non sarà pubblicata alcuna pastorale né alcuna allusione al plebiscito sarà fatta nelle prediche. Prima della decisione ha lungamente parlato il cardinale Faulhaber che ha sostenuto la necessità del riserbo avvertendo che una dichiarazione sul plebiscito, tanto affermativa, quanto negativa, equivarrebbe ad una attività politica. Contro l’intervento a favore del plebiscito il Cardinale ha quindi invocato il principio stesso cui ricorrono i nazisti quando vogliono che la Chiesa si astenga da ogni critica.

L’assalto al Palazzo dell’Arcivescovado di Monaco, la sera di venerdì 11 novembre 1938, nel corso del quale ben coordinati gruppi di SS e della Hitler-Jugend infierirono a lungo con  urla minacciose e ingiurie contro il Cardinale e con lanci di pietre e mattoni contro le finestre dell’edificio[36], fu molto verosimilmente la risposta che, per tramite delle sue milizie, Hitler diede, per questa manifestazione di  ‘indocilità’, a Monsignor von Faulhaber.

Il Cardinale von Faulhaber e il Comunismo

 

Ci si può chiedere perché nonostante il comportamento arrogante e ostile nei loro confronti, quasi tutti i rappresentanti della Chiesa cattolica non abbiano sviluppato un’opposizione forte e assoluta verso il nazismo. Un’opposizione, per intenderci, come quella che sempre dimostrarono contro il comunismo. Forse il fulcro del problema stava proprio lì: la paura del comunismo li portò a sottovalutare la pericolosità del nazismo e li rese incapaci di vedere la  sua potenzialità criminale e distruttiva. 

Non è possibile capire il loro atteggiamento verso il nazismo senza affrontare il tema dell’avversione della Chiesa contro il comunismo. Meriterebbe uno studio approfondito una ricerca per stabilire quale fosse l’immagine tanto aborrita da essere capace di  catalizzare su di sé la quasi totalità del potenziale difensivo di una comunità che si può tranquillamente definire ‘di alto livello intellettuale’: se fu il totalitarismo liberticida e violento di Stalin, o se si trattò invece del prolungamento dell’astio diretto in precedenza alla Rivoluzione francese, alla Massoneria, ai diritti dell’uomo, al Liberalismo e alla Democrazia. Oppure, se a preoccupare furono le speranze di emancipazione e riscatto suscitate dal comunismo nell’animo di molti uomini e donne che vivevano in quegli anni in condizioni economiche, sociali e politiche oppressive.

Subito, fin dall’inizio e molto abilmente, Hitler seppe sfruttare la paura del comunismo ed imporre l’idea che la Germania fosse l’estremo baluardo a difesa dell’Occidente contro il  Bolscevismo, e che lui stesso fosse l’unico capace di scongiurare la sventura di una vittoria comunista che avrebbe costituito una ‘catastrofe senza ritorno’.

In questo modo riuscì a neutralizzare molti suoi potenziali oppositori e a raggirare le Nazioni vincitrici della Prima Guerra Mondiale che a Versailles avevano imposto condizioni per impedire il riarmo tedesco. È così che poté  prepararsi alla guerra nonostante i divieti sanciti contro la Germania.[37]

L’atteggiamento antibolscevico di Hitler, diretto contro la Russia, e contro i Fronti popolari in Spagna e in Francia fu apprezzato dall’Episcopato tedesco, il quale, quando scoppiò la guerra di Spagna, accettò acriticamente tutte le orripilanti  informazioni che in proposito venivano pubblicate sulla stampa nazista, e fu pronto a offrirsi al Governo nazionalsocialista come alleato nella lotta ‘tra il bene e il male’ che credeva di ravvisare in campo. Il 19 agosto 1936  i Vescovi tedeschi pubblicarono una Lettera Pastorale con sperticate lodi alla politica estera di Hitler ammonendo che la Germania doveva raccogliere tutte le sue forze perché, se in Spagna fosse stata battuta dal Bolscevismo, il futuro dell’Europa sarebbe stato in pericolo, per cui:

Possa il nostro Führer, con l’aiuto di Dio, riuscire in questo immane difficile compito con la collaborazione imperturbabile e fedele di tutti i nostri compatrioti.[38]

In questo ambito il Cardinale von Faulhaber rappresentò in modo esemplare il tipico modo di pensare e di comportarsi di molti religiosi suoi contemporanei. Come seppe essere orgoglioso e intransigente quando si trattava di difendere la Chiesa, la  sua dottrina, le sue istituzioni, così assunse un atteggiamento subalterno quando fu questione di seguire il Führer sul piano della lotta al Comunismo.

Spese molte energie per redigere progetti, che fossero graditi alle autorità, di Lettere Pastorali di condanna al Bolscevismo, per esprimere il desiderio di lottare con il governo contro il nemico comune, per ribadire il proprio patriottismo e per rassicurare i nazionalsocialisti della lealtà della Chiesa cattolica tedesca nei confronti della politica estera del Governo.[39]  Fu lui – ad esempio - che scrisse il testo della Lettera Pastorale dei Vescovi tedeschi del 24 dicembre 1936, letta dai pulpiti la domenica 3 gennaio 1937, con cui venne lanciato l’infondato allarme per una imminente invasione sovietica in Europa:

Il Führer e Cancelliere del Reich Adolf Hitler ha da tempo previsto l’invasione bolscevica e si è preparato con cura per respingere questo mostruoso pericolo per il nostro popolo e per tutto l’Occidente. I Vescovi tedeschi considerano loro dovere sostenere, con ogni mezzo che Dio mette a loro disposizione, il Capo del Reich tedesco, in questa lotta.[40]

Quando poi il 22 giugno del 1941 vi fu davvero l’invasione, ma fu l’Unione Sovietica ad essere aggredita, l’Episcopato tedesco si premurò di esortare i fedeli ad onorare “la santa volontà di Dio” compiendo il loro dovere patriottico a favore della Patria.[41] Dal canto suo il Cardinale von Faulhaber, di fronte alla pretesa del governo di confiscare le campane, per ricavarne il metallo per costruire cannoni, così si espresse:

Vogliamo fare anche questo sacrificio per l’amata Patria, se ciò è diventato necessario per un esito felice della guerra e per sconfiggere il Bolscevismo.[42]

Per concludere va ricordata anche la visita di von Faulhaber a Berchtesgaden, il 4 novembre 1936, per un incontro con Hitler organizzato da Cesare Orsenigo, Nunzio Apostolico a Berlino.[43] Questo incontro venne descritto in un rapporto che ne fece in seguito il Cardinale: all’inizio l’atmosfera si presentò piuttosto tesa, ma col passare del tempo diventò sempre più amichevole, tanto da concludersi con un pasto in comune. In quell’occasione il Führer ribadì al suo interlocutore che

la Chiesa cattolica non deve farsi illusioni: se il nazionalsocialismo non dovesse sconfiggere il Bolscevismo, vi sarà la fine della Cristianità e della Chiesa in Europa. Il Bolscevismo è un nemico mortale tanto della Chiesa quanto del Fascismo.

A ciò von Faulhaber rispose che la Chiesa aveva riconosciuto da sempre questo pericolo e che i Vescovi tedeschi già si erano espressi sul Bolscevismo in passato e con la loro Lettera Pastorale del 1936. Rassicurò poi il suo interlocutore che egli  personalmente da anni si era sempre fatto un dovere di mettere in guardia contro il pericolo rosso. Aggiunse di aver condiviso l’opinione di Pio XI quando, nel 1933, ravvisò nel Cancelliere del Reich tedesco, il primo Uomo di Stato che, come lui, aveva riconosciuto chiaramente il pericolo bolscevico.[44]

Il cardinale e gli ebrei

 

Il rifiuto contro gli ebrei di oggi non può essere trasferito sui libri del giudaismo pre-cristiano.[45]

 

Questa frase che il Cardinale von Faulhaber pronunciò dal pulpito della Chiesa di S. Michele a Monaco nell’inverno del 1933, mentre intorno a lui, nella sua stessa città, era in pieno sviluppo la persecuzione nazista contro gli ebrei, merita d’essere analizzata con attenzione.

È difficile oggi leggerla a cuor leggero. L’omissione di commentare “il rifiuto degli ebrei di oggi” in contrapposizione all’esecrazione del “rifiuto dei testi” propone una gerarchizzazione dei  valori che lascia supporre la presenza quanto meno di indifferenza verso il primo dei soggetti citati. Per capire i meccanismi che stanno alla base di questo modo di affrontare le cose, si deve partire ponendosi la domanda se il Cardinale von Faulhaber, come persona, fu un antisemita. 

Da quanto si è potuto appurare su di lui, la risposta dovrebbe essere negativa.  Non si sono riscontrate sue affermazioni o prese di posizione particolarmente aggressive nei riguardi degli ebrei, ad eccezione di alcune frasi stereotipe provenienti dal bagaglio antigiudaico arcaico cattolico.

Di lui si ricorda un Sermone del 31dicembre 1923, dieci anni prima della presa del potere di Hitler, nel corso del quale affermò che ogni vita umana è preziosa, anche quella degli ebrei.[46] Sempre per gli anni ’20, in un recente articolo[47] si è trovato un accenno che informa che deplorò “i metodi, il radicalismo e la volgarità dei nazisti” tanto che all’epoca gli fu appioppato il nomignolo di “Cardinale ebreo”.

Difficile stabilire se l’accusa, dal punto di vista di allora, (o l’elogio, dal punto di vista di chi oggi guarda a quei fatti) di ‘filosemitismo’ fosse meritata o meno. Bisogna tener conto che i gruppi studenteschi nazisti erano soliti  distribuire con estrema facilità l’appellativo di  ‘ebreo’ o di ‘amico degli ebrei’ a chiunque sollevasse anche la minima critica nei loro confronti. Epiteti del genere per i nazisti rappresentavano l’onta massima che si potesse gettare addosso ad un uomo.

Nel 1938, in occasione della ‘Kristallnacht’ il Cardinale mise a disposizione del Rabbino Capo di Monaco un autocarro, per portare in salvo oggetti della Sinagoga, prima che questa venisse distrutta. Al di là dell’apprezzamento del gesto, non si può non rilevare come sembra che anche in quell’occasione, la salvezza degli arredi e dei testi sacri abbia avuto, nella mente del prelato, la precedenza su quella degli uomini.[48]

Riguardo alle teorie razziste dei nazisti, egli vi si oppose, ma un sia pur condizionato cedimento vi fu. Nei Sermoni dell’Avvento, così si espresse in proposito:

Dal punto di vista della Chiesa non vi è nulla da eccepire riguardo a una onesta ricerca e cura della razza. Neppure vi sono obiezioni contro lo sforzo di mantenere il più possibile pure le caratteristiche  di un popolo e di fondare nella comunità del sangue il significato comunitario del popolo. Soltanto, dal punto di vista ecclesiastico devono venir rispettate tre condizioni. In primo luogo l’amore per la propria razza non deve mai avere come suo rovescio l’odio per gli altri popoli. Secondariamente il singolo non può credersi esente dal dovere morale di imporsi una severa educazione della sua propria anima mediante gli strumenti di carità della sua Chiesa.[…] In terzo luogo la salvaguardia della razza non può assumere il ruolo di contrapposizione alla religione[49].

La  posizione del Cardinale von  Faulhaber nei confronti dell’ebraismo appare come  una specie di via di mezzo, un atteggiamento tutto sommato neutro: non fu uno di quei prelati tedeschi, e ce ne furono,[50] che approvarono esplicitamente l’atteggiamento di Hitler e del Nazismo verso gli ebrei, ma non fu neppure tra coloro che si opposero alla loro persecuzione: qualche luminoso esempio vi fu,[51] come il Canonico Bernhard Lichtenberg[52] di Berlino.

Se dunque sembra appurato che il Cardinale non coltivasse in proprio sentimenti di odio agli ebrei, perché, nei famosi Sermoni del 1933, si espresse mettendo in mostra tanta insensibilità? Perché, pur affrontando un argomento strettamente contiguo (gli ebrei antichi) non fece quel passo in più per difendere anche gli ebrei suoi contemporanei? Perché palesò quantomeno un’inibizione nell’esprimere una condanna (o per lo meno una riprovazione) delle persecuzioni contro gli ebrei suoi concittadini?

La prima risposta che viene alla mente è senz’altro la supposizione che a frenarlo fu la paura delle reazioni dei nazisti contro la sua persona. L’obiezione principale a questa ipotesi viene fornita dalla personalità del Cardinale stesso. Si trattava di un uomo forte, tutt’altro che timoroso, che ripetutamente dimostrò il coraggio delle proprie azioni. Il Cardinale appare come una persona che, quando aveva una convinzione profonda, mai, per nessun motivo era solito dissimularla o tacerla per evitare conseguenze spiacevoli verso di sé. Quando si trattò di affrontare i nazisti per difendere la dottrina cattolica, il Concordato, la Chiesa con le sue istituzioni e associazioni, oppure per opporsi alla politica di sterilizzazione, il Cardinale si mostrò determinato e non riuscirono a farlo desistere dai suoi propositi né gli attacchi verbali ingiuriosi contro di lui, né le aggressioni violente contro la sua residenza.

Si può quindi ritenere che, se il Cardinale von Faulhaber avesse considerato un dovere etico la condanna delle persecuzioni antiebraiche, nulla lo avrebbe fermato dall’esprimerla. Ma così non fu.

Si deve perciò partire dal presupposto che egli non ritenne una difesa degli ebrei del 1933 un dovere etico. E di conseguenza non possiamo esimerci dal chiederci perché non lo fu. Una delle risposte possibili è che lui ritenesse che gli ebrei non meritassero una difesa.

Una conferma in questo senso, la fornì lui stesso. Quando nel marzo del 1933 i Vescovi preferirono decidere di non protestare contro il boicottaggio generale degli gli ebrei decretato dai nazisti, un prete bavarese, Alois Wurm, scrisse al cardinale von Faulhaber una lettera per denunciare l’insensibilità dei giornali cattolici verso l’odio e la persecuzione che secondo il Catechismo cattolico non potevano essere rivolti a nessun essere umano, tanto più in ragione della sua razza. La risposta del Cardinale fu del seguente tenore :

Ogni cristiano deve opporsi alla persecuzione degli ebrei, ma le alte autorità della Chiesa hanno dei problemi immediati molto più importanti: le scuole, la continuazione dell’esistenza delle associazioni cattoliche, la sterilizzazione, sono ben più importanti per il cristianesimo nella nostra Patria […] In definitiva, si deve prendere atto che gli ebrei sono capaci di prendere cura di loro stessi. Non è dunque il caso di dare al governo dei motivi per trasformare la caccia agli ebrei nella caccia ai gesuiti.[53]

Il motivo per cui il Cardinale potesse ritenere gli ebrei immeritevoli d’essere difesi, può essere trovato solo all’interno della Chiesa perché, come si può desumere dalle parole del prelato, essa fu per lui il punto di riferimento al centro e al di sopra di tutto. Occorre dunque prendere in considerazione l’immagine dell’ebreo a quel momento accreditata e condivisa all’interno del cattolicesimo.

 

L’immagine dell’ebreo in seno alla Chiesa

Non è il caso qui di ripercorrere quelli che sono stati i quasi duemila anni di tormentati rapporti tra la Chiesa e gli ebrei, le periodiche persecuzioni, l’Inquisizione, la segregazione, la reclusione nei ghetti,  l’imposizione del ‘segno’, le conversioni forzate, la demonizzazione del giudeo riproposta nelle predicazioni e rappresentazioni sacre, ma anche raffigurata in migliaia e migliaia di immagini nelle chiese e in opere d’arte diffuse a macchia d’olio in tutto il territorio della Cristianità. Ciò che di quel periodo ancora ebbe sicuramente conseguenze nella prima metà del secolo scorso furono gli argomenti antigiudaici religiosi, che allora avevano ancora corso e ‘dignità’ e che furono ricusati solo più tardi dal Consiglio Vaticano II: ‘il deicidio’, il non riconoscimento del Cristo, l’ostinazione nel non voler accedere alla ‘vera fede’, ‘l’omicidio rituale’, la ‘maledizione di Dio’ a loro rivolta, la ‘perfidia’ rievocata ogni anno nella preghiera del Venerdì Santo.

Grande importanza riveste lo sviluppo che dell’argomento vi fu  dalla seconda metà dell’Ottocento in poi. Se, a chi oggi si accosta al tema, questo periodo può sembrare remoto, non lo fu per chi visse e operò nel periodo tra le due Guerre Mondiali.

Per conoscere l’evoluzione della concezione moderna dell’ebreo da parte della Chiesa cattolica, è molto utile scorrere gli articoli pubblicati da La Civiltà Cattolica[54] dalla sua nascita nel 1850 in avanti. I suoi contenuti possono venir considerati il pensiero della Santa Sede perché la sua dedizione al Papa è sempre stata totale, tale che nel 1931, padre Pietro Pirri, redigendo la voce Civiltà Cattolica per l’Enciclopedia Treccani, poté a giusta ragione dichiarare:

Caratteristica propria della rivista è la sua scrupolosa fedeltà alle direttive della Santa Sede, mantenuta tra lotte e polemiche quasi incessanti. Con ciò la Civiltà Cattolica ha meritato la costante fiducia dei Pontefici e un’alta autorità presso i cattolici di tutto il mondo.

Sin dalla fondazione della rivista, la cui gestione fu affidata all’Ordine dei Gesuiti, l’incarico di scrivere gli articoli spettò ad un gruppo scelto di redattori, il Collegio degli scrittori. Questi ebbero sempre l’obbligo di riunirsi settimanalmente in una Consulta formale incaricata di vegliare sull’andamento del periodico e di effettuare un’adeguata revisione degli scritti. Nulla poté mai essere pubblicato senza essere prima passato sotto il controllo della Consulta[55]. Dal sito internet di La Civiltà Cattolica si apprende che ci fu sempre un’ulteriore verifica in quanto le bozze, prima di passare alla stampa, dovevano essere sottoposte alla Segreteria di Stato del Vaticano per l’approvazione.[56] La prassi di un controllo ad altissimo livello del contenuto della rivista è confermata anche in un articolo, di qualche anno fa, di Padre Sale dove si legge che al tempo di Pio XI gli articoli, prima della pubblicazione venivano letti e approvati dal Pontefice in persona.[57]

Per quanto concerne il lavoro di redazione degli articoli, questo veniva distribuito tra i vari scrittori ma la responsabilità riguardo al loro contenuto era collegiale. Fino al 1933, per sottolineare questa responsabilità comune, gli articoli vennero pubblicati anonimi.[58] Il Collegio degli scrittori fu posto alle immediate dipendenze del Preposito Generale della Compagnia di Gesù, e i suoi membri dovettero sempre vivere in comunità. Nessuno, neppure i prelati ai vertici della gerarchia della Chiesa ebbero mai facoltà di modificare le disposizioni che regolavano la loro vita e la loro attività, esclusivamente il Pontefice ebbe sempre competenza e autorità in questa materia.[59]

Secondo gli intendimenti del fondatore, Pio IX,[60] la rivista doveva lottare contro i ‘nemici della Chiesa’ e fare da contraltare al giornalismo europeo ritenuto figlio della Rivoluzione francese e diffusore di idee blasfeme, anticristiane, razionalistiche, agnostiche ed atee.

Furono i liberali e la massoneria i grandi nemici, ma a questi vennero ben presto aggiunti gli ebrei. A loro addirittura fu assegnato un posto di prima fila nello schieramento nemico da combattere.

La rivoluzione che in quest'ultimo secolo ha soqquadrato l'intero ordinamento cristiano di quasi tutti gli Stati, a pro di chi è ella stata fatta? Non dei popoli, che ne sono rimasti oppressi: non delle monarchie, che ne sono uscite menomate. Se ben si considera, dee dirsi, che si è fatta a pro unicamente del giudaismo, il quale, in virtù de' menzogneri principii di libertà, di fraternità e di eguaglianza, ha potuto colorire a man salva il suo cupo disegno di predominio, in un grado che mai non raggiunse, da che la spada dell'ira di Dio ne disperse i seguaci per tutta la terra.[61]

Lo stesso Pio IX, nei suoi discorsi, non mancò di recriminare sulla loro presenza e di designarli con epiteti da bestiario.[62] Durante il suo Papato, nelle pagine di Civiltà Cattolica, va segnalata una strenua difesa del suo comportamento nel caso Mortara,[63] nonché sporadici attacchi antigiudaici in sintonia con le opinioni del Pontefice sull’argomento.

Ma è dopo l’avvento di Leone XIII che la campagna contro l’ebraismo prese decisamente corpo. Fu Padre Oreglia[64] colui che elaborò tutto l’armamentario che avrebbe poi portato alla scoperta e denuncia della ‘questione ebraica’. Oreglia vi giunse cercando il segreto della massoneria, e in seguito a contorti itinerari cerebrali giunse alla conclusione che dietro alla ‘setta massonica’ vi fosse il giudaismo, e dietro a questo il demonio.[65]

Partendo da questo presupposto, dilagò sollevando i temi principali che sarebbero poi diventati classici nel pensiero antisemita: l’ebraismo è l’antitesi del cristianesimo (se quest’ultimo è amore l’altro è odio elevato a religione), l’usura verso i cristiani è un obbligo religioso. Continuò poi riesumando la teoria dell’accusa del sangue,[66] ossia di omicidio rituale, che pure le autorità ecclesiastiche non avevano in precedenza mai formalmente avallato e persino, in ripetute occasioni, avevano contestato. A conclusione di tutto forgiò il concetto dell’ebreo alieno, ossia straniero e nemico tra le genti.[67] Verso la fine degli anni ’80 apparve una serie di articoli Dell’ebraica persecuzione contro il Cristianesimo[68] mediante i quali volle dimostrare che tutte le persecuzioni subite nei secoli dai cristiani (fin dai tempi di Nerone) fossero state segretamente fomentate dagli ebrei.

Poco dopo Padre Oreglia fu sostituito da Padre Raffaele Ballerini.[69] Di quest’ultimo, fu l’articolo Della questione giudaica in Europa, apparso nel 1890 in tre puntate  (Le Cause,[70]  Gli effetti,[71] I rimedi[72]). Questo saggio fu per lungo tempo il testo di riferimento per l’immagine dell’ebreo in auge all’interno della Chiesa. Si tratta di un articolo molto violento[73] che oltre alle solite argomentazioni provenienti dal repertorio antigiudaico religioso, su cui peraltro non si soffermò molto,  sistematizzò  tutto l’apparato di accuse mosse all’ebreo elaborate dal suo predecessore. In aggiunta sviluppò anche quella secondo la quale lo scopo ultimo dell’ebraismo sarebbe la conquista del mondo, la sottomissione di tutti i popoli. Questa fu una parte molto importante dell’articolo, perché rappresentò concezioni nuove per il loro tempo che trovarono la massima diffusione nel 1900, e sarebbero diventate uno dei fondamenti su cui si poggiò l’ondata dei pogrom nell’Europa orientale e in Russia. L’apogeo delle fortune della leggenda sul dominio mondiale da parte degli ebrei arrivò in seguito, con i Protocolli dei Savi di Sion[74] che, va ricordato, fu  una pubblicazione posteriore di oltre un decennio.

Col nuovo secolo e con l’ascesa e l’affermazione del nazismo sorse l’esigenza di distinguere la propria avversione all’ebraismo da quella che si stava sviluppando in Germania. Al nazismo La Civiltà Cattolica rimproverò in primo luogo di praticare un

antisemitismo più scalmanato ed estremo, perciò anche inefficace, quanto

alla giusta od equa restrizione della preponderanza o prepotenza ebraica in tutte le parti e gradi della vita sociale[75]

per giunta

basato su inadeguati presupposti, quali il razzismo e il materialismo, e non su motivazioni spirituali.

Infatti:

il movente o la ispirazione della lotta non sorge da un pensiero religioso o da una coscienza cristiana e morale, ma dal pretto spirito d’incredulità e anche d’immoralità o sovverimento religioso e sociale[76]

il cui scopo recondito è quello di

combattere la Chiesa (accusata d’essere in combutta con l’ebraismo) in una lotta contro Roma, cioè contro i cattolici, e tutta la civiltà cristiana, palliata appena col pretesto goffo di una miscela o alleanza, con Giuda, cioè con l’Ebraismo suo irreconciliabile nemico.[77]

Tuttavia i nazisti apparirebbero

Scusabili e forse degni di encomio, se la loro opposizione politica contenessero dentro i limiti di una tollerabile resistenza ai maneggi dei partiti e delle organizzazioni giudaiche.[78]

Per quanto concerne l’atteggiamento della Chiesta, per contro, esso sarebbe stato sempre coerente nel denunciare il ‘pericolo ebraico’ segnalando che:

intanto la questione giudaica rimarrà insoluta, perché, come tutti consentono, anche i più benevoli ai Giudei, il Messianesimo corrotto, e cioè la fatale smania di dominio finanziario e temporali stico nel mondo è la vera e profonda causa che rende il Giudaismo un fomite di disordini ed un pericolo permanente per il mondo. Nonsi può dare perciò se non una soluzione relativa e provvisoria, e questa non altra da quella tradizionale, adoperata dai Papi: la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o distinzione conveniente ai nostri tempi: insomma, una ospitalità e convivenza civile, in maniera simile a quella che si usa con gli stranieri.[79]

 

La soppressione dell’Opus Sacerdotale Amici Israel

 

Nel 1925 venne fondata a Roma da Anton Van Asseldonck[80] l’Opus Sacerdotale amici Israel.[81] Lo scopo che si prefiggeva questa associazione era tutt’altro che sovversivo: creare le condizioni favorevoli per la conversione al cattolicesimo degli ebrei. Secondo i promotori, per raggiungere questo scopo era indispensabile migliorare il dialogo tra i cattolici e gli ebrei mediante una conoscenza reciproca e un reciproco rispetto. Uno degli impegni richiesti agli associati fu quello di recitare ogni giorno una preghiera a favore degli ebrei.

L’idea ebbe successo, e in breve tempo il raggruppamento raggiunse dimensioni considerevoli:  3000 preti, 278 vescovi e arcivescovi, 19 cardinali. Grazie agli sforzi degli associati e alla pubblicazione di una rivista, Pax super Israel, cominciarono a circolare tra il clero immagini dell’ebreo in controtendenza con quelle che erano solitamente presentate ai fedeli.

Il programma [82] dell’Opus raccomandò di non parlare più del ‘popolo deicida’, di non diffondere le calunnie contro gli ebrei come ‘l’omicidio rituale’, di evitare le espressioni antisemite e le esagerazioni o le generalizzazioni di casi particolari. Propose di non più proclamare ‘l’inconvertibilità degli ebrei’ e di utilizzare, in luogo di ‘conversione’ i termini ‘ritorno e ‘passaggio’.

Nel marzo del 1928 la Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio prima, e Pio XI dopo, decretarono l’abolizione dell’Opus Sacerdotale Amici Israel. Gli Acta Apolosticae Sedis del 2 aprile pubblicavano il seguente decreto che reca la data del 25 marzo:

Essendo stato sottoposta al giudizio di questa Suprema Sacra Congregazione del Santo Uffizio la natura e il fine della società detta “Gli Amici di Israele” e il libro intitolato: Pax super Israel pubblicato e largamente diffuso dai capi della società appunto perché ne fosse pubblicamente conosciuta l’indole e il metodo, gli E.mi Padri preposti alla tutela della fede e dei costumi, in sulle prime riconobbero in essa il lodevole intento di esortare i fedeli a pregar Dio e a lavorare per la conversione degli Israeliti al Regno di Cristo. Non è dunque meraviglia se badando unicamente a questo fine, da principio, non solo molti fedeli e sacerdoti, ma anche non pochi Vescovi e Cardinali aderirono a tale società. Infatti la Chiesa cattolica fu sempre solita pregare per il popolo giudaico, depositario, fino alla venuta di Gesù Cristo, delle divine promesse, non ostante il susseguente suo accecamento, anzi appunto per questo. Mossa da questo spirito di carità la Sede Apostolica protesse il medesimo popolo contro le ingiuste vessazioni, e come riprova tutti gli odii e le animosità tra i popoli, così massimamente condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di “antisemitismo”. Tuttavia avvertendo e considerando che col tempo la società “Gli Amici d’Israele” aveva adottato un modo di operare e di parlare alieno al senso della Chiesa, dalla mente dei SS. Padri e dalla stessa sacra Liturgia, gli E.mi Padri, udito il voto dei Consultori, nella Congregazione plenaria tenuta il mercoledì 21 marzo 1928, decretarono l’abolizione della società “Gli Amici d’Israele” e la dichiararono abolita di fatto, e ordinarono che nessuno in avvenire scriva o pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee iniziative. E nel giovedì seguente, 22 dello stesso mese ed anno, il SS.mo Signor Nostro Pio XI, nella solita udienza concessa all’Assessore del Santo Ufficio, udita la relazione della deliberazione presa, l’approvò, la confermò e ordinò di pubblicarla”. [83]

.

A complemento della sentenza del Sant’Uffizio riprodotta qui sopra, apparsa in La Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti pubblicò anche, nello stesso numero, un articolo[84] di spiegazione. In esso lamentò che l’Associazione degli Amici di Israele andò oltre lo scopo primario fissato, ossia di operare esclusivamente per favorire le conversioni degli ebrei e di pregare per la realizzazione di questo evento. Anzi, “venne purtroppo trascorrendo, quasi insensibilmente e a breve andare, dal suo primitivo intento in parecchie esagerazioni o deviazioni”. All’Opus addebitò di essersi spinta oltre i limiti leciti, e d’aver espresso concetti

non dottrinalmente esatti e praticamente non imparziali per l’ansietà di scusare e difendere sempre gli ebrei[85]

Intese poi illustrare a tinte forti il suo giudizio sugli ebrei con espressioni con quali sottolineò che il

pericolo giudaico, esso minaccia il mondo intero per le sue perniciose infiltrazioni o ingerenze nefaste, particolarmente nei popoli cristiani, e più specialmente ancora nei cattolici,[86]

In seguito accusò l’ebraismo di essere la causa di tutti i mali[87]: dal liberalismo alla massoneria, da questa al socialismo, da quest’ultimo al comunismo e al bolscevismo. Un altro rimprovero mossogli furono gli effetti

della occulta ingerenza loro e di una indebita potenza così acquisita, affatto sproporzionata al loro numero. […] E con tutto ciò essi primeggiano ai più grossi impieghi, ai più alti posti, massime dell’industria, dell’alta banca, della diplomazia e più ancora delle sette occulte, macchinanti la loro egemonia mondiale.[88]

Per la condanna dell’antisemitismo, che pure ci fu nel decreto dei Padri del Sant’Uffizio (e fu la prima ed unica volta che vi si accenna in un documento ufficiale della Chiesa in quegli anni calamitosi nei quali l’antisemitismo imperversava), l’articolista di La Civiltà Cattolica commentò il fatto come segue:

la condanna speciale dell’odio contro questo popolo in particolare, non quasi innocente o più meritevole di altri, lontani del pari dal cristianesimo o da esso apostatati; ma perché più degli altri popoli esposto all’odio per le sue stesse malefatte. Quindi pure la riprovazione solenne che ne segue di tutte le vessazione ingiuste che talvolta gli vennero dalle passioni furenti delle plebi o sobillate da partiti o provocate dalle stesse ingiustizie, angherie, prepotenze degli Ebrei a danno dei poveri deboli e indifesi, come consta dalla storia, e non del solo medio evo. Con ciò è condannato nominalmente l’antisemitismo, come il Decreto soggiunge; ma è condannato, come ben s’intende, nella sua forma e nello spirito anticristiano, onde fu interpretato e applicato da alcuni suoi promotori antichi e moderni, alieni del resto dal genuino cattolicismo ed alcuni persino da ogni pratica della vita cristiana: avversari degli ebrei per impeto o passione di partito o di nazionalità, per interessi materiali, gelosie e gare di commerci e di lucri, e simili ragioni, per nulla giustificate moralmente e religiosamente.[89]

 

Tornando, dopo questo lungo inciso, al Cardinale von Faulhaber, si può affrontare con qualche elemento in più, la questione della sua omissione di parlare degli ebrei, suoi contemporanei, nei Sermoni dell’Avvento del 1933. Si era rimasti in sospeso con la domanda del perché il prelato potesse ritenere gli ebrei immeritevoli di essere difesi. Le risposte che ora si possono ipotizzare, sono diverse.

La prima è che il Cardinale condividesse in proprio il giudizio sugli ebrei come espresso da La Civiltà Cattolica, oppure che l’accettasse, sempre e comunque, perché ritenne, come tutti, essere quella rivista il portavoce diretto del pensiero del Papa, la cui autorità sicuramente fu per lui un dato di fatto assolutamente fuori da ogni discussione. 

La seconda ipotesi è che glielo impedirono ordini superiori vincolanti provenienti da autorità supreme della Chiesa (il Papa e il Santo Uffizio) quando queste, nel 1928, ossia soli cinque anni prima, di fronte a pubblicazioni, come Pax super Israel, che difendevano gli ebrei contemporanei,

ordinarono che nessuno in avvenire scriva o pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee iniziative.[90]

La terza supposizione che si potrebbe azzardare è che vi potessero essere ordini superiori che sconsigliassero i prelati dal pronunciare solidarietà agli ebrei per non irritare Hitler e i nazisti, per evitare persecuzioni alla Chiesa o per non ostacolare i difficili e complicati rapporti di essa con le autorità.

 

L’Enciclica Humani Generis Unitas, mai pubblicata da Pio XI

Per completare il quadro degli avvenimenti che direttamente e indirettamente toccarono la figura del Cardinale von Faulhaber, si deve ancora considerare la vicenda della Humani Generis Unitas che mai divenne Enciclica, ma rimase, in forma di progetto, per decenni sepolta negli archivi, e di essa si sentì riparlare solo a partire dagli anni  Settanta del secolo scorso.

La storia di questa enciclica, e della difficoltà di ritrovarne i manoscritti, è stata ricostruita in un libro[91] da Gorge Passelecq[92] e Bernard Suchecky.[93]

All’inizio dell’estate del 1938, Papa Pio XI, convocò per un’udienza privata un prete di passaggio a Roma, il gesuita americano Padre John LaFarge.[94] Durante il colloquio, che ebbe luogo il 22 giugno[95], e al quale il Cardinale Pacelli non assistette,[96] al visitatore venne ordinato di scrivere in gran segreto un’enciclica contro il razzismo nazista. Alle perplessità di LaFarge, Pio XI replicò di avere in precedenza effettivamente pensato di affidare questo lavoro ad un’altra persona, ossia a un ‘eminentissimo studioso’[97], ma che, dopo attenta riflessione, aveva reputato lui (LaFarge) più idoneo per svolgere il compito: “Dica con grande semplicità quello che direbbe se fosse lei il Papa”.

Disse inoltre al suo interlocutore che la sua scelta era caduta su di lui perché fu favorevolmente impressionato dalla lettura del suo libro Interracial Justice[98] che trattava il tema dei rapporti interrazziali negli Stati Uniti. Il suo apprezzamento fu suscitato dal fatto che il soggetto era stato affrontato da un punto di vista spirituale e morale sulla base della dottrina cattolica. LaFarge chiese di poter lavorare a Parigi e che gli fossero affiancati due collaboratori.

In seguito a questo colloquio si trasferì nella capitale francese dove, insieme a due confratelli, i gesuiti Gustav Gundlach[99] (tedesco) e Gustave Desbuquois (francese),[100] lavorò intensamente nel corso di tutta l’estate. Alla fine di settembre LaFarge consegnò al suo diretto superiore, il Generale dei Gesuiti Wladimir Ledochowski diverse versioni del progetto dell’Enciclica: Humani Generis Unitas.

Da questo momento in poi il progetto d’enciclica scomparve e delle successive vicende che lo concernono vi sono solo congetture. Nel frattempo lo stato di salute di Pio XI andò progressivamente peggiorando e il Pontefice morì nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 1939, non si sa se dopo essere giunto in possesso e aver letto o meno il progetto dell’enciclica. Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, suo successore sul Soglio Pontificio, non pubblicò la Humani Generis Unitas.

In appendice al libro di Passelecq e Suchecky si trova il testo del progetto preparato in quell’estate del 1938 dai tre Gesuiti a Parigi. Per quanto riguarda la redazione del testo essa fu suddivisa tra LaFarge che si occupò della parte sull’unità del genere umano e sul razzismo e Gundlach delle parti più propriamente teologiche e quella concernente l’antisemitismo e i rapporti con gli ebrei.

LaFarge in tema di razzismo era certamente molto competente e con il suo Interracial Justice, aveva sferrato ‘un incisivo attacco alle leggi di segregazione del Sud [degli Stati Uniti]’ e una contestazione del concetto di ‘razza’ designato come null’altro se non ‘un mito’[101]. Lo stesso non si può dire per Gundlach, il quale nel suo curriculum aveva la  redazione della voce “antisemitismo” di un lessico teologico[102] in cui asserì che un ‘antisemitismo politico’, per difendersi “dall’esagerato e nocivo influsso” degli ebrei fosse lecito fintanto che venissero usati mezzi moralmente accettabili.

Quello che fu il retroterra dei due compilatori si ripercosse anche nel testo del progetto dell’enciclica. Se la parte di LaFarge, che riguarda ‘l’unità del genere umano’ e ‘il razzismo’, viene generalmente ritenuta innovativa ed ineccepibile, lo stesso non si può dire della parte riguardante gli ebrei e l’antisemitismo redatta da Gundlach, il quale non si discostò da quelle che erano le tradizionali concezioni cattoliche sugli ebrei: il ‘deicidio’,[103] la ‘maledizione di Dio’ e la ‘collera divina’[104].

Passando a temi attuali, venne attribuita al popolo ebraico una “un’inimicizia costante nei confronti del cristianesimo”[105]. Nel progetto dell’enciclica si affermava che:

la Chiesa non è cieca sui pericoli spirituali che possono correre le anime a contatto con gli ebrei. Essa non ignora che ha il dovere di vegliare sulla sicurezza morale dei suoi figli. Un dovere che non è certo meno urgente ora che in passato. Fintanto che persiste la mancanza di fede del popolo ebraico che continua la sua ostilità contro il cristianesimo, la Chiesa deve indirizzare ogni suo sforzo per prevenire i pericoli che questa mancanza di fede e questa ostilità potrebbero creare alla fede e ai costumi dei suoi fedeli.[…] La storia ci insegna che la Chiesa non è mai venuta meno al dovere di premunire i fedeli contro gli insegnamenti degli ebrei […]. Ha ugualmente messo in guardia contro i troppo facili rapporti con la comunità ebraica, rapporti che potrebbero introdurre nella vita cristiana costumi e modi di vedere le cose incompatibili col suo ideale.[106]

Quanto alle contromisure da adottare l’opinione era  che:

l’antisemitismo si rivela penosamente inferiore al compito che si propone e controproducente rispetto ai suoi scopi, poiché non fa che creare numerosi e più temibili ostacoli.[107]

Verso l’antisemitismo medesimo, pur esprimendo riprovazione per le forme inumane che esso aveva assunto per opera di “coloro che hanno innalzato la razza al di sopra di tutto”[108], la Humani Generis Unitas non faceva nessun passo in avanti, rispetto alla generica disapprovazione contenuta nel decreto della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928 di cui si è parlato più sopra.

D’altronde, ammoniva che la lezione della storia

ha dimostrato a più riprese che le persecuzioni, lungi dal cancellare o attenuare i caratteri antisociali o nocivi di un gruppo oppresso, non fanno che accentuare le tendenze che li hanno prodotti. […] Le vittime della persecuzione sono convinte di trovare nella persecuzione e nell’oppressione la giustificazione degli atteggiamenti che si volevano sopprimere.[109] […] Le vittime dell’ingiustizia spesso diventano a loro volta persecutrici. L’amarezza che suscita in loro la vista della propria miserabile situazione le spinge verso possibili rivincite […] Il risentimento, così naturale contro ogni forma di persecuzione […] diviene un fertile terreno pronto ad accogliere le idee più devastanti.[110]

 

Johannes Nota nel 1975 commentò in modo interessante l’enciclica mai pubblicata. Così ne riferiscono Passelecq e Suchecky:

padre Nota trovò “molto buona” la parte concernente l’unità del genere umano e “eccellente” quella che riguardava il razzismo in generale. Ma le sezioni sugli ebrei e l’antisemitismo gli sembravano così mediocri – la teologia a cui si faceva ricorso era troppo tradizionale e conduceva a prese di posizione che lui definiva “deplorevoli” – da portarlo a esclamare: “Quando si risituano quelle frasi nel contesto della legislazione razzista adottata all’epoca in Germania, si può dire, oggi: Sia benedetto il Signore che questo progetto è restato solo un progetto!”.[111]

 

La vicenda della scomparsa del progetto di enciclica è di quelle che invitano a riflettere ed a porsi delle domande. Non si possono non ipotizzare scenari diversi che forniscano qualche spiegazione.

La prima e più ovvia congettura potrebbe essere che Pio XI abbia commissionato la Humani Generis Unitas e poi, a causa della sua malattia e della sua morte, non abbia avuto la possibilità di provvedere alla sua pubblicazione, e che Pio XII una volta eletto Papa, per motivi suoi, non abbia voluto portare avanti l’iniziativa cominciata dal suo predecessore.

Un altro motivo per il quale l’enciclica non vide la luce, potrebbe essere stato l’inasprirsi della situazione politica generale. Tra il momento nel quale Pio XI commissionò a LaFarge la stesura della bozza e la fine del 1938 l’atmosfera si incupì molto. All’inizio dell’estate, la Conferenza di Évian, che avrebbe potuto essere l’ultima occasione per salvare gli ebrei d’Europa, si risolse con un completo fallimento. In Italia vi furono, il decalogo dei professori razzisti in luglio e  il varo delle ‘leggi razziali’ da settembre in poi, con annesso il dissidio tra la Santa Sede e Mussolini a proposito dei matrimoni tra ‘ariani’ e ‘non ariani’ in autunno. Nell’ambito della politica internazionale ‘la crisi dei Sudeti ’ provocò non poche apprensioni per le minacce di guerra che evocò. Nelle terre del Reich, dopo una éscalation di violenza antisemita si raggiunsero  livelli spaventosi con le vicende della ‘Notte dei cristalli’. Potrebbe darsi che in Vaticano si sia valutato che, per non ostacolare difficili trattative in corso, fosse meglio non irritare i fascisti e i nazisti con iniziative che potessero sembrare loro ostili.

Ci fu chi, all’epoca sospettò che il manoscritto non sia mai stato consegnato a Pio XI e che fu il Generale dei Gesuiti Ledochowski ad averlo insabbiato e, allo scopo di temporeggiare, d’averlo passato, con l’incarico di verificarne la conformità alla dottrina, a Padre Enrico Rosa S.I. che morì poco tempo dopo, in novembre. Questo fu in ogni caso il punto di vista che Gustav Gundlach, deluso per la mancata pubblicazione della Humani Generis Unitas, espresse in varie lettere scritte a LaFarge tra l’autunno del 1938 e il mese di maggio del 1940.[112]

Un’altra interessante ipotesi potrebbe essere quella che Pio XI, alla fine della sua vita, abbia pensato che fosse necessaria una svolta nella politica Vaticana nei confronti del razzismo. Che si dovesse fare un passo in avanti rispetto alla troppo prudente politica elaborata dalla coppia Pacelli-Faulhaber, la quale non oltrepassava il limite della difesa della Dottrina della Chiesa, ma che fosse giunta l’ora di affrontare finalmente il razzismo anche dal punto di vista pratico. Una indiretta conferma di ciò potrebbe essere intravista nel fatto che all’udienza di Pio XI con LaFarge il Cardinale Pacelli fu lasciato fuori in corridoio e non prese parte al colloquio,[113] e che l’ ‘eminentissimo studioso’[114] al quale il Papa decise di non affidare l’incarico di redigere l’enciclica potrebbe forse essere stato proprio il Cardinale von Faulhaber. Il fatto di emarginare il canale istituzionale vaticano e di rivolgersi invece ai Gesuiti (considerati l’ordine più devoto al Papa) potrebbe costituire una possibile conferma del fatto che Pio XI si sentisse circondato da persone ostili ai suoi propositi.

In questo caso, perché l’enciclica non fu pubblicata? Un motivo potrebbe essere che gli oppositori al documento, approfittando della malattia del Pontefice, abbiano provveduto a far arenare la cosa in attesa di tempi per loro più propizi. Un’altra eventualità potrebbe essere che, letto il documento Pio XI ritenesse che fosse inutile firmarlo perché, così come era stata concepita, la Humani generis unitas non avrebbe costituito nulla di sostanzialmente nuovo rispetto alla politica fin allora portata avanti dal Vaticano. Oppure, e questa è un’ipotesi tutto sommato piuttosto improbabile ma non impossibile, potrebbe essere che, resosi conto che la travolgente evoluzione dell’antisemitismo nazista stava precipitando verso soluzioni criminali, il vecchio Papa, ammalato e amareggiato, abbia ritenuto che la parte dell’enciclica riguardante gli ebrei fosse inadeguata e tale da poter sollevare in futuro accuse e critiche motivate contro la Chiesa.

 

Conclusioni

Guardando al comportamento dell’alta gerarchia cattolica negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, alla sua sostanziale astensione dal condannare e combattere esplicitamente il nazismo, non ci si può esimere dal chiedersi come e perché ciò sia stato possibile. In generale a questa domanda si danno due risposte diverse. L’una contesta l’assunto, affermando che in realtà la Chiesa e i prelati hanno sempre contrastato Hitler e il nazismo, hanno condannato le persecuzioni e hanno aiutato gli ebrei. A questa categoria appartengono le affermazioni che attribuiscono significati inesistenti ai Sermoni dell’Avvento di von Faulhaber e all’Enciclica Mit Brennender Sorge. La seconda spiegazione cerca in generale di addossare la responsabilità all’uno o all’altro prelato, ritenendolo ‘colpevole’ d’aver tradito lo spirito della Chiesa per seguire le proprie opinioni politiche e una personale avversione contro gli ebrei. Gli studiosi ‘colpevolisti’ si sono concentrati oramai da più di quaranta anni sul tema del ‘silenzio di Pio XII’.  Argomento tanto frequentato da aver ormai generato un inesauribile filone letterario e persino televisivo.

Ripercorrendo la vicenda del cardinale von Faulhaber si comprende che sia gli uni che li altri ci consegnano un quadro della realtà ad un’unica tinta. In quei tragici anni la disposizione personale dell’uno o dell’altro prelato ebbero scarso rilievo pratico. Le gerarchie ecclesiastiche erano – per certi versi - obbligate ad un comportamento, ad una visione del mondo precisa.

Si fa fatica oggi a pensare alla Chiesa prima della rivoluzione del Concilio Vaticano II. La Chiesa cattolica preconciliare era fortissimamente legata a forme autoritarie e dogmatiche i cui presupposti non potevano essere considerati discutibili criticamente. La nostra prospettiva non può prescindere dal fatto che l’attuale dinamismo concettuale della Chiesa cattolica era sconosciuto. Alcune ‘certezze’ ritenute immutabili erano fondamenta irrinunciabili e indicutibili. Una di queste fu indubbiamente la rappresentazione negativa dell’ebraismo e degli ebrei cui erano addossate ‘colpe’ teologicamente annichilenti. Per essi si continuava auspicare una limitazione dei diritti e una vita segregata dalla società civile affinché non ‘contaminassero’ con le loro ‘abominevoli credenze’ le anime dei fedeli e non ne mettessero in pericolo i ‘costumi’.

Per quanto riguarda la politica, lo sguardo della Chiesa era nostalgicamente rivolto verso il passato precedente la Rivoluzione Francese. Un passato fatto di Stati ‘ideali’, governati da un potere autoritario (quale per esempio una monarchia) disponibile a riconoscere alla Chiesa una centralità oramai perduta. Soluzioni nelle quali anche solo una parte di questo potere fosse ceduto al popolo o ad altre classi sociali, quali la borghesia o il proletariato, erano considerate inaccettabili e, soprattutto, pericolose. Soluzioni che, nella migliore delle ipotesi, erano bollate con lo stigma del ‘modernismo’.

Questo modo di pensare fece sì che la Chiesa si trovasse completamente incapace di valutare con lucidità l’emergere delle organizzazioni fasciste e naziste. Nazismo e fascismo – frutti avvelenati di un Novecento incomprensibile – furono analizzati con una mentalità e con strumenti ottocenteschi.  I vertici ecclesiastici li scambiarono, in un primo momento, per movimenti affini alla Chiesa stessa, ossia con idee di base compatibili (disprezzo per la democrazia ‘modernista’, avversione verso il comunismo e gli ebrei), oppure facilmente strumentalizzabili. Ci si illuse che gli aspetti manifestamente inaccettabili presentati da questi movimenti, fossero il frutto di immaturità politica eliminabile abbastanza agevolmente in un secondo tempo con accordi diretti. L’illusione fu che i fascisti e i nazisti, una volta ben assestati al governo, sarebbero stati disposti, in grazia della  conclusione di patti quali i Concordati, a modificare in parte la loro intima essenza e a permettere alla Chiesa di riprendersi quel prestigio se non quel potere perso con l’avvento del liberalismo.

Nei palazzi vaticani non si capì che il fascismo e il nazismo non erano gruppi politici manovrabili a piacimento, ma bensì forze con una progettualità  ben definita e una carica rivoluzionaria e criminale prorompenti. Un errore di valutazione questo che a ben vedere fu commesso da tutti gli ‘uomini dell’Ottocento’ che avevano in Europa responsabilità politiche. Lo credettero i vecchi liberali italiani nel 1922 di fronte alla ‘Marcia su Roma’ e lo credette Chamberlain alla conferenza di Monaco.

L’incapacità a comprendere la natura nuova degli eventi determinò l’illusione della diplomazia, la fiducia cieca nella capacità imbrigliante dell’armamentario della trattativa. E all’illusione diplomatica va ascritta la responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche di aver inibito le possibilità di opposizione democratica della parte di popolazione fedele alla Chiesa, sia con il proprio esempio di acquiescenza, sia favorendo lo smantellamento delle organizzazioni politiche cattoliche che avrebbero potuto costituire uno degli elementi di possibile contrasto al potere nazista e fascista.

Nessuno dei personaggi allora importanti in Vaticano e nelle gerarchie cattoliche nazionali ebbe la lucidità necessaria a contrapporsi al pensiero corrente nella Chiesa per fronteggiare una situazione che si andava via via aggravando. La coppia Pacelli-Faulhaber, che dal 1930 al 1939 determinò la politica vaticana in Germania, non riuscì, durante tutto quel periodo, ad elaborare nulla di innovativo. Sia l’uno che l’altro non seppero discostarsi dalle concezioni classiche tramandate dai loro predecessori e dalla ‘tradizione’. Non seppero interpretare il progressivo svelamento della natura criminale del nazismo, si lasciarono condizionare nei loro giudizi dalla paura del comunismo, non si vollero staccare dalle concezioni antigiudaiche, così come rappresentate negli articoli della Civiltà Cattolica. Questo modo di pensare portò il Cardinale e il futuro Pontefice a operare in modo da non contestare  sostanzialmente la legittimità di Hitler e del nazismo, a permettersi di sollevare obiezioni solo su questioni specifiche (le ‘angherie’ verso la religione, la sterilizzazione ecc.) e a non esprimere mai una critica verso il governo se l’oggetto non era costituito da una lesione di interessi propri della Chiesa. Quanto agli ebrei, il fatto di avere nel proprio patrimonio spirituale un più che collaudato antigiudaismo, probabilmente li tranquillizzò nel senso di far loro pensare che non fosse il caso di rimproverare ai nazisti il loro antisemitismo. In questo modo lasciarono aperta una porta attraverso la quale Hitler e i suoi uomini poterono penetrare  nella storia e dilagare con le loro persecuzioni sempre più mortifere.

Nel corso del 1938 se ne  rese probabilmente conto Pio XI, ma ormai era troppo tardi per elaborare un vero cambiamento. La sua salute malferma, o forse anche opposizioni intorno alla Curia, glielo impedirono. Insieme a LaFarge pensò di poter imprimere una svolta alla politica fino ad allora portata avanti, ma a giudicare dal risultato (il progetto della Humani Generis Unitas) si deve riconoscere che si sarebbe comunque trattato di un cambiamento troppo poco incisivo. In fondo, l’applicazione della dottrina cristiana per contrastare il razzismo, che era l’essenza dell’enciclica, non fu altro che una teorizzazione su basi un po’ più solide di concezioni già portate avanti precedentemente, per esempio mediante il Sillabus pubblicato nel maggio del 1938. Per quanto riguarda il ‘problema ebraico’ non vi fu neppure un minimo progresso. In base alle enunciazioni dell’enciclica inedita, il clero poteva continuare a divulgare un’immagine negativa degli ebrei e a proclamare legittima una segregazione e una limitazione dei loro diritti mediante legislazioni speciali, come quelle adottate proprio in quell’anno in Ungheria[115], in Romania e in Italia, a condizione che non si oltrepassassero certi limiti imposti dalla “carità cristiana”.

Se già vi furono difficoltà negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, non stupisce che dopo, dal 1939 in avanti, le cose si complicassero ulteriormente. Anche in Vaticano si era ormai compreso quale fosse il vero volto del nazismo e soprattutto quali fossero i suoi crimini, ma a questo punto la forza di reagire continuò come in precedenza a mancare. La giustificazione addotta per legittimare a posteriori il comportamento discretamente silenzioso messo in atto fu il timore di mettere in pericolo le comunità cattoliche sotto il dominio del Reich e di non ostacolare l’aiuto ai perseguitati svolto da organizzazioni ecclesiastiche e da singoli religiosi.

Non ha molto senso continuare la disputa sul più o meno pronunciato filonazismo e filofascismo di Pio XII in particolare. Da come appaiono le cose, le disposizioni personali sarebbero state comunque solo minimamente influenti, perché i comportamenti non dipesero da convinzioni politiche o antigiudaiche individuali: furono condizionati dalle direttive ben chiaramente radicate che erano in vigore all’interno dell’istituzione.

L’inadeguatezza di Faulhaber e di Pacelli riposa nella inadeguatezza di comprendere la realtà e di ‘rompere la gabbia’ costituita dall’ideologia imperante nella Chiesa, in modo da avere strumenti adatti e mani libere per fronteggiare la difficilissima situazione. Se un appunto si può rivolgere loro, è quello di non aver compreso il significato dei tempi e, quindi, di non essere stati all’altezza del loro ruolo.

 

 

 

 

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[1]Michael von Faulhaber nacque nel 1869 a Klosterheidenfeld. Entrò a 14 anni nel seminario vescovile giovanile di Würzburg. Nel 1888 prestò un servizio volontario di un anno presso il 9. Reggimento di fanteria. Nel 1892 venne ordinato Sacerdote, e diventò Cappellano a Kitzingen. Nel 1895 ottenne il Dottorato in Teologia a Würzburg e una borsa di studio a Roma con viaggio in Terrasanta. Nel 1899 diventò docente privato all’Università di Würzburg e nel 1903 venne nominato Professore ordinario  per l’Esegesi del Vecchio Testamento presso l’Università di Strasburgo. Nel 1911 venne consacrato Vescovo di Speyer e nel 1913 ricevette da re Ludovico III di Baviera il titolo nobiliare privato. Nel 1914 svolse il ruolo di sostituto del Capo dei Cappellani dell’esercito bavarese. Nel 1917 divenne Arcivescovo di Monaco e Freising. Fu nominato Cardinale da Papa Benedetto XV nel 1921. Il 1933 è ricordato come l’anno dei suoi Sermoni dell’avvento contro il Culto-Germanico dei nazionalsocialisti. Incontrò Adolf Hitler nel 1936. Nel 1937, su invito di Papa Pio XI, scrisse il progetto dell’Enciclica Mit brennender Sorge. Nel 1938 (11 novembre) subì l’assalto delle squadracce naziste al palazzo dell’Arcivescovado di Monaco. Nel 1939 partecipò al Conclave che elesse Pio XII. Morì a Monaco nel 1952. Dati biografici del Cardinale Michael von Faulhaber tratti da http://www.erzbistum-muenchen.de/EMF072/EMF007160.asp (sito ufficiale dell’Arcivescovado di Monaco).

[2] Michael Faulhaber, Judentum Christentum Ger6manentum. Adventspredigten gehalten in St. Michael zu München, Druck und Verlag der Graphischen Kunstanstalt A. Huber, München, 1934. Michael Faulhaber, Giudaismo, cristianesimo, germanesimo. Prediche tenute in S. Michele a Monaco nell’Avvento 1933, (traduz. italiana di Giuseppe Ricciotti), Morcelliana, Brescia, 1934

[3] Menahem Macina, Le cardinal Faulhaber et  l’antisémitisme nazi des années trente, in Bulletin Trimestriel de la Fondation Auschwitz, Bruxelles, 1999/64, pp. 63-74.

[5] Yves Congar, L’Église catholique devant la question raciale, Unesco, Paris 1953 pp. 51-52, cit. in : Menahem Macina, Le cardinal Faulhaber et  l’antisém…op. cit., pp. 63-74.

[6] Rosetta Loy, La Parola ebreo, Einaudi, Torino, 1997, p. 14.

[7]Die religiösen Werte des Alten Testamentes (3 dicembre 1933); Die Sittlichen Werte des Alten Testamentes und ihre Aufwertung im Evangelium (10 dicembre 1933); Die sozialen Werte des Alten Testamentes (17 dicembre 1933); Der Eckstein zwischen Judentum und Christentum (24 dicembre 1933); Christentum und Germanentum (31 dicembre 1933).

[8] Guenter Lewy, Die katholische Kirche und das Dritte Reich, Piper, München,  1965, (edizione italiana: I nazisti e la Chiesa, Il Saggiatore, Milano 1965) pp. 302-303: Nell’estate del 1934 fu pubblicato da un giornale socialdemocratico di Praga il testo Sermone contro l’odio razziale attribuito a von Faulhaber. La Basler National Zeitung di Basilea riprese la notizia e pubblicò degli stralci dell’omelia, e il Congresso mondiale ebraico, lodò, in una sua seduta, il coraggioso comportamento del Prelato di Monaco. A queste notizie il Cardinale von Faulhaber reagì incaricando il suo segretario di rispondere con una lettera aperta di protesta per lamentare che “il suo nome è stato citato in una conferenza che preconizzava un boicottaggio commerciale, quindi una guerra economica contro la Germania” precisando che  “il Cardinale Faulhaber, nei suoi Sermoni dell’Avvento ha difeso le scritture dell’Antico Testamento, ma non ha preso posizione sulla questione ebraica attuale”.

[9] Michael von Faulhaber, Die religiösen Werten des Alten Testamentes, in Judentum Christentum German... op.  cit., p. 10.

[10] Ludwig Volk, Der Bayerische Episkopat und der Nationalsozialismus 1930-1934, Mainz, 1966, pp. 170-174, cit. in Le cardinal Faulhaber et  l’antisém...op. cit., pp. 63-74, cit. in : Menahem Macina, Le cardinal Faulhaber et  l’antisémitisme nazi des années trente, in Bulletin Trimestriel de la Fondation Auschwitz, Bruxelles,1999/64, pp. 63-74.

[11] Die katholische Kirche und...op. cit.

[12] Karl Scholder, The Churches and the Third Reich. Volume I : Preliminary History and the Time of Illusions 1918-1934, SCM Press, London, 19872, pp. 518-519, cit. in Le cardinal Faulhaber et  l’antisém...op. cit., pp. 63-74.

[13] Saul Friedländer, L’Allemagne nazie et les Juifs, Seuil, Paris, 1997, pp. 59-60, cit. in Le cardinal Faulhaber et  l’antisém...op. cit., pp. 63-74,

[14] Giovanni De Martis, Spiritualità nazista. Elementi di un tema oscurato, in Quaderni di Olokaustos, 2005-2, Edizioni dell’Arco, Bologna, 2005, pp. 31-97.

[15] Die katholische Kirche und...op. cit., p. 20.

[16] Geistchristliche Religionsgemeinschaft

[17] Deutsche Gotterkenntnis

[18] Antiche incisioni su pietra

[19] Achille Ratti (Pio XI), Lettera enciclica di S.S. Papa Pio XI: Sulle condizioni della Chiesa cattolica nel Reich germanico. Con viva ansia, in La Civiltà Cattolica, Anno 88, 1937, vol. II, Roma, 1937, pp. 193-216; in web: http://www.nostreradici.it/mit_brennender_sorge.htm

 

[20]Mario Bendiscioli, Germania religiosa nel Terzo Reich. Conflitti religiosi e culturali nella Germania Nazista, Morcelliana, Brescia 1977, pp. 149-151.

[21] il futuro Papa Pio XII

[22] Franz von Papen fu l’esponente del Partito del Centro (cattolico) che presiedette il governo tedesco dal giugno al dicembre 1932. Di fatto fu il penultimo Cancelliere prima della presa di potere dei nazisti. Contrapponendosi alle decisioni del suo stesso partito si alleò con Hitler ricoprendo nei governi da questo presieduti la carica di Vice-Cancelliere in rappresentanza dell’ala filonazista del movimento cattolico.

[23]Die katholische Kirche und...op. cit., p. 107

[24]Ibidem  pp. 113-119.

[25]Germania religiosa nel Terzo...  pp. 151-154.

[26] Ibidem, pp.155-156

[27]Lettera di von Faulhaber a Hitler del 24 luglio 1933, ebenda, Dok. 77, p. 170 citato in Die katholische Kirche und...op. cit., p. 123.

[28]Germania religiosa nel Terzo... op. cit., p. 155

[29]Ibidem

[30] Ibidem, p. 160.

[31]Giornale del Popolo, Lugano, 13/05/1938, p. 1,  Gli errori del nazismo in un documento pontificio di condanna. Il segretario della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi ha inviato a tutti i Rettori Magnifici delle Università ecclesiastiche ed ai Rettori dei Seminari la seguente lettera: “Reverendissimo Signore, Come è noto, alla vigilia del Natale scorso, l’augusto Pontefice felicemente regnante, parlando agli Eminentissimi Cardinali ed ai Prelati della Curia Romana, trattò con grande tristezza della persecuzione di cui è oggetto la Chiesa in Germania. Ciò che in modo speciale affligge l’animo del nostro Santo Padre è il fatto che a scusare una così grande ingiustizia vengono interposte delle calunnie e delle dottrine perniciosissime suffragate da una scienza di falso nome ed intese a confondere lo spirito ed a sradicare la vera religione con una larghissima diffusione. Stando così le cose, questa Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi richiama l’attenzione delle Università stesse e delle Facoltà cattoliche perché portino tutta la loro attività e diano tutta la loro opera per difendere la verità contro l’imperversare di tali errori. Pertanto gli insegnanti, secondo le loro forze, traggano assiduamente dalla biologia, dalla storia, dalla filosofia, dall’apologetica e dalle discipline giuridiche e morali le armi necessarie per confutare validamente e competentemente le seguenti assurde proposizioni: 1) Le stirpi umane per loro natura, originaria e immutabile, differiscono talmente tra di loro che la più piccola di esse è più lontana dalla più alta stirpe umana che dalla più alta specie dei bruti; 2) Il vigore della razza e la purezza del sangue devono essere conservati e favoriti con qualsiasi mezzo; tutto ciò quindi che porti a questo fine perciò stesso è onesto e lecito; 3) Tutte le qualità intellettuali e morali dell’uomo sgorgano come dalla fonte più genuina, dal sangue in cui è racchiusa la natura stessa della stirpe; 4) Il fine precipuo dell’educazione è quello di coltivare la natura della razza e di infiammare la spirito di un grandissimo amore per questa stessa razza come supremo bene; 5) La Religione deve sottostare alla legge della razza e ad essa deve adattarsi; 6) La fonte prima e la suprema regola dell’intero sistema giuridico è l’istinto della razza; 7) Non esiste altro se non il cosmo, cioè l’universo, ente vivo; tutte le cose, insieme allo stesso uomo, non sono altro che forme varie evolventisi attraverso le epoche, dell’Universo vivente; 8) I singoli uomini non sono se non per lo “Stato” ed a causa dello “Stato”; tutto ciò che ad essi appartiene di diritto deriva unicamente da una concessione dello Stato.

Ciascuno poi può facilmente aggiungere a queste infelicissime proposizioni, altre ancora. Il Santissimo Signore nostro, prefetto di questa Sacra Congregazione, non dubita che tu, reverendissimo Signore, non trascurerai nulla di quanto è prescritto in questa lettera della S. Congregazione affinché essa abbia il pieno effetto che ci si propone.” La lettera porta la firma del Segretario della stessa Congregazione S.E Mons. Ruffini.

[32] Die katholische Kirche und...op. cit., p. 19

[33] Giovanni De Martis, Spiritualità nazista. Elementi di un tema oscurato, in Quaderni di Olokaus…op. cit.  2005-2, pp. 35-45.

[34] Silvana Calvo, 1838 Anno infame, Edizioni dell’Arco, Bologna, 2005, p. 53.

[35] Popolo e Libertà, Lugano , 06/04/1938

[36] 1938 Anno Inf..., op. cit. p. 237.

[37] Die katholische Kirche und...op. cit., pp. 227-228.

[38] Ibidem, p. 228

[39] Ibidem, pp. 231-232

[40] Ibidem, p. 232

[41] Ibidem, p. 254

[42] Ibidem, p. 254

[43] Ibidem, pp.229-230

[44] Ibidem, p. 230

[45] Michael, von Faulhaber, Die religiösen Werte des alten Testamentes, in Judentum Christentum German... op.  cit., p. 19.

[46] Die katholische Kirche und...op. cit., p. 300.

[47] G. Pridham, Hitler’s Rise to Power: the Nazi Movement in Bavaria, 1923-1933, Londra, 1973, p. 152, ripreso da I. Kershaw, L’opinion allemande sous le nazisme. Bavière 1933-1945, CNRS Éditions, Paris, 1995, cit. in

Le cardinal Faulhaber et  l’antisém...op. cit., pp. 63-74.

[48] Hugh Martin, Christian Counter-Attack, New York, 1944, p. 24, citato in Die katholische Kirche und...op. cit., p. 311

[49] Michael von Faulhaber, Christentum und Germanentum, in Judentum Christentum German... op.  cit., p. 116.

[50] Michael Buchberger (Vescovo di Regensburg), Gibt es noch eine Rettung?, Regensburg o.J., 1931, p. 97-98; il Dr. Mayer (Vicario Generale di Mainz), Kann ein Katholik Nationalsozialist sein?, in Wild, a.a.O.,, p. 12; Josef Roth (Vicario), Katholizismus und Judenfrage, Monaco, 1923, p. 5, il Wilhelm Maria Senn (Parroco) Katholizismus und Nationalsozialismus, Münster, 1931, p. 80; citati in Die katholische Kirche und...op. cit., pp. 297-298.

[51] Franz Rödel (Vicario); Friedrich Muckermann, Der Gral, XXVI-1932, p. 273; citati in Die katholische Kirche und...op. cit., pp. 297-298.

[52] Il Preposito del Capitolo della Cattedrale di Santa Edvige di Belino, Bernhard Lichtenberg, levò in varie occasioni la sua voce in difesa degli ebrei. Tra le altre in occasione della ‘Kristallnacht’ Fu arrestato dai nazisti il 23 ottobre 1941, una settimana prima dell’inizio delle prime deportazioni di massa degli ebrei. Durante l’interrogatorio dichiarò che le deportazioni degli ebrei erano in contraddizione con l’insegnamento morale e chiese di poter accompagnare i deportati in qualità di assistente spirituale. Fu condannato a due anni di carcere con la motivazione di “abuso del pulpito” perché non aveva mai smesso di pregare pubblicamente per gli ebrei. Dopo il rilascio nell’ottobre del 1943 fu di nuovo arrestato dalla Gestapo e inviato al campo di concentramento di Dachau. Morì durante il trasporto il 5 novembre 1943. Vedi: Die katholische Kirche und...op. cit.,pp. 320-321

[53] The Churches and the Third…op. cit. p. 701, in Le cardinal Faulhaber et  l’antisém…op. cit., pp. 63-74.

[54] Per una disamina del modo come la rivista La Civiltà Cattolica affrontò il tema dell’ebraismo, vedi: Ruggero Taradel, Barbara Raggi,  La segregazione amichevole. La Civiltà Cattolica e la questione ebraica 1850-1945, Editori Riuniti, Roma, 2000

[55] La segregazione am...op. cit.

[56] vedi sito internet ufficiale di La Civiltà Cattolica: http://www.laciviltacattolica.it

[57] Giovanni Sale,  Antigiudaismo o antisemitismo? Le accuse contro la Chiesa e la Civiltà Cattolica, in La Civiltà Cattolica, Roma, 2002, Vol. II.,  pp. 419-431.

[58] Nelle note seguenti gli autori degli articoli sono messi tra parentesi quadre nei casi in cui si è riusciti a risalire a loro tramite: Giuseppe Del Chiaro, Indice Generale della Civiltà Cattolica (aprile 1850 – dicembre 1903), Ed. Ufficio della Civiltà Cattolica, Roma, 1904

[59] La segregazione am...op. cit.

[60] Papa Pio IX, (Giovanni Maria Mastai Ferretti 1792-1878) G.M. Mastai fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi. In gioventù il corso dei suoi studi fu gravemente turbato dall’epilessia. Da questa malattia guarì nel 1815 apparentemente per grazia ricevuta in seguito a un pellegrinaggio a Loreto. Fu ordinato sacerdote nel 1819. Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846 (a 54 anni) venne eletto Sommo Pontefice. Dopo una stagione di riforme dello Stato Vaticano, e l’esilio a Gaeta, dal 1848 al 1850, Pio IX. Introdusse il dogma dell’Immacolata, fondò nel 1861 LOsservatore Romano, nel 1864 pubblicò l’Enciclica Quanta Cura e il Sillabo. Nel 1869 ebbe inizio del Concilio Vaticano I in cui venne definita l’Infallibilità del Papa. Pio IX morì il 7 febbraio 1878 dopo 32 anni di Pontificato.

[61] Anonimo [Raffaele Ballerini], Della questione giudaica in Europa. Le Cause, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1890, Vol. IV, p. 19.

[62] La segregazione am...op. cit.

[63] Anonimo, Il piccolo neofito Edgardo Mortara, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1858, Vol. IV, pp. 385-416; Ciò che sa e ciò che non sa la Revue des deux mondes intorno ad Edgardo Mortara, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1858, Vol. IV, pp. 529-541; Cfr. David I. Kertzer,  Prigioniero del Papa Re, Rizzoli, Milano, 1996; Edgardo Mortara di 6 anni fu sottratto ai suoi genitori ebrei dalla milizia papale a Bologna il 23 giugno 1858 perché una domestica cattolica (Anna Marisi) ebbe dichiarato d’averlo battezzato di nascosto in occasione di un attacco di febbre. Ritenendolo cattolico a tutti gli effetti Papa Pio IX decise che il bambino non potesse vivere tra gli ebrei. Proteste da tutta Europa e dall’America si levarono contro questo rapimento. Invano: Edgardo non fu mai restituito ai genitori, rimase a Roma, fu educato ed istruito sotto la diretta sorveglianza di Pio IX, diventò sacerdote nel 1867, morì nel 1940. 

[64] Giuseppe Oreglia da S. Stefano (1823-1895) conclude gli studi in legge a Torino in un istituto diretto dai Gesuiti. Diventò novizio nel1842. Dal 1850 fece parte del primo “Collegio degli scrittori” di Civiltà Cattolica di cui sarebbe in seguito diventato direttore. Le sue pubblicazioni riguardarono in linea prioritaria la massoneria. Il suo necrologio in La Civiltà Cattolica, Roma, 1895, Vol. IV, pp. 504-508

[65] Anonimo [Giuseppe Oreglia di S. Stefano], Cronaca Contemporanea. Firenze 11 agosto 1881, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1881, Vol. III, pp. 474-483

[66]Anonimo [Giuseppe Oreglia di S. Stefano], Cronaca Contemporanea. Firenze 23 giugno 1881, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1881, Vol. III, pp. 96-108; Cronaca Contemporanea. Firenze 9 marzo 1882, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1882, Vol. I, pp. 732-739; Cronaca Contemporanea. Firenze 25 maggio 1882, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1882, Vol. II, pp. 599-612.

[67] Anonimo [Giuseppe Oreglia di S. Stefano], Cronaca Contemporanea. Firenze, 1 febbraio 1884, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1884, Vol. I, pp. 614-622.

[68] Anonimo [Giuseppe Oreglia di S. Stefano], Dell’ebraica persecuzione contro il cristianesimo. Art. 1: Come fin dal principio non già i cristiani gli ebrei, ma gli ebrei abbiano sempre perseguitati i cristiani, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1886, Vol. II, pp. 437- 446; Art. 2: Dell’universale congiura ordita dagli ebrei in tutto il mondo contro il cristianesimo subito dopo la morte di Gesù Cristo, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1886, Vol. 2, pp. 668-678; Art. 3: Come gli ebrei mossero o secondarono contro i cristiani le persecuzioni pagane dei primi secoli fino a Costantino Magno, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1886, Vol. III, pp. 546-560; Art. 4: Quanto il cristianesimo trionfante sotto Costantino Magno sia stato equo verso gli ebrei sempre pertinaci nel loro odio contro il cristianesimo e l’impero romano, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1886, Vol. VI, pp. 426-440; Art. 5: Come gli ebrei dopo Costantino Magno, benché mai non perseguitati dai cristiani, continuarono a perseguitare il Cristianesimo e l’impero romano fino a Teodosio Magno, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1887, Vol. II, pp. 278-289; Art. 6: Come anche sotto Teodosio Magno, ed Arcadio suo successore in Oriente, gli ebrei persecutori del cristianesimo siano sempre stati tutelati e protetti dai cristiani, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1887, Vol. III, pp. 142-157.

[69] Raffaele Ballerini (1830-1907), entrò come novizio al collegio romano nel 1847, e ricevette l’ordinazione a Lione, in Francia, nel 1858. Ballerini fu assunto nel collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica nel 1860 e ne avrebbe fatto parte fino alla morte. Dopo aver avviato il lavoro per una biografia di Pio IX (particolarmente importante perché lo stesso pontefice gli forniva i documenti necessari e provvedeva a rileggere e a correggere le bozze del suo lavoro), Ballerini fu protagonista nel 1873 di un clamoroso processo per vilipendio alle istituzioni dello Stato italiano. Condannato dalla Corte d’Assise di Milano nel 1874, Ballerini fu poi assolto con formula piena nell’aprile del 1876, dopo che la Corte di Cassazione di Torino ebbe annullato la prima sentenza. Le opere di R. Ballerini: Della questione giudaica in Europa, Prato, 1891 (seconda edizione 1895); Lourdes. Il miracolo e la critica di E. Zola, Roma, 1898; Della Massoneria, quel che è, quel che fa, quel che vuole, Prato, 1900; Le prime pagine del pontificato di Pio IX, Roma, 1909 (pubblicato postumo). Per il necrologio di Ballerini v. Civiltà Cattolica, 1907, vol. I. pp. 343-347.

[70] Anonimo [Raffaele Ballerini], Della questione giudaica in Europa. Le Cause, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1890, Vol. IV, pp. 5-20.

[71]Anonimo [Raffaele Ballerini],  Della questione giudaica in Europa. Gli effetti, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1890, Vol. IV, pp. 385-407.

[72]Anonimo [Raffaele Ballerini], Della questione giudaica in Europa. I rimedi, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1890, Vol. IV, pp. 641 655.

[73] Nel 1938, questo articolo fu spesso citato dai giornali fascisti come un nobile ispiratore della politica antisemita di Mussolini. Di fronte a questo uso strumentale, Padre Enrico Rosa scrisse un articolo con il quale cercò, pur rivendicandone la validità, e difendendo il redattore del testo del 1890, di fornire interpretazioni  del testo che ne attenuassero i toni aggressivi. Cercò inoltre di correggerne i passaggi più crudi cercando giustificazioni (alcune affermazioni non sarebbero state il pensiero dell’autore ma il pensiero delle persone o organizzazioni da lui citate)  e adducendo cause tecniche: versioni tipografiche non corrispondenti, spostamenti di parti del testo, errori e refusi di stampa: Enrico Rosa, La questione giudaica e «La Civiltà Cattolica», in  La Civiltà Cattolica, Roma, 1938, Vol. IV, pp. 3-16.

[74] I Protocolli dei savi anziani di Sion, di Sergyei Nilus, è un libello prodotto dalla polizia segreta zarista nel quale si descrive un fantomatico "direttorio segreto mondiale ebraico" che sta complottando un piano per la dominazione del mondo. Fu pubblicato una prima volta negli anni 1902-1905 in Russia. Nel 1920 il Times di Londra ne dichiarò l'attendibilità e un anno più tardi riconobbe (con molte scuse) che si trattava di un falso. Infatti il contenuto dei Protocolli risultò essere la copiatura quasi integrale di un precedente pamphlet contro Napoleone - più tardi vi fu anche una sentenza di un tribunale svizzero che pure ne decretò la falsità. Nel 1921 i Protocolli furono pubblicati in Italia da Giovanni Preziosi ed ebbero vastissima diffusione nella Germania nazista. Nel 1945 sparirono dalle vetrine dei librai ma ricomparvero poi in Egitto, India, Arabia Saudita ecc. alla fine degli anni cinquanta. Informazioni tratte da: Roberto Finzi, L'antisemitismo, ed. Giunti 1997.  Ancora attualmente, negli anni 2000, i “Protocolli” riappaiono in Europa, nei Paesi Arabi, in internet. 

[75] Anonimo, La questione giudaica e l’antisemitismo nazionalsocialista, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1934, vol. IV, , p. 126

[76] Ibidem, p. 129

[77] Ibidem, p. 133

[78] Ibidem, p. 136

[79] Anonimo, Intorno alla questione del Sionismo, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1938, Vol. II, p. 77.

[80] Anton Van Asseldonck (1892-1973), procuratore generale dei Padri crociferi

[81] Cfr. George Passelecq – Bernard Suchecky, L’Enciclica nascosta di Pio XI. Un’occasione mancata dalla Chiesa cattolica nei confronti dell’antisemitismo, Corbaccio, 1997, pp. 98-102

[82] Jean Levie S.J., Nouvelle Revue theologique, t LV, luglio, Paris/Bruxelles, 1928, pp. 533-535, citato in L’Enciclica nascosta…op. cit., pp. 101-102

[83] Anonimo, Cronaca Contemporanea 30 marzo – 12 aprile 1928. Cose Romane, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1928, Vol.II, pp. 171-172.

[84] Anonimo, Il pericolo giudaico e gli “Amici d’Israele”, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1928, Vol. II, pp. 335-344.

[85] Ibidem, p. 340.

[86] Ibidem, p. 341.

[87] Ibidem, p. 341-342.

[88] Ibidem, p. 343.

[89] Ibidem, p. 338-339.

[90] Vedi qui, Nota N. 83.

[91] L’Enciclica nascosta…op. cit. 

[92] Georges Passelecq, Monaco benedettino nell’abbazia di Maredsous in Belgio, partigiano e deportato. È vice presidente della Commissione nazionale cattolica belga per le relazioni con il mondo ebraico.

[93] Bernard Suchecky, di famiglia ebrea, dottore in storia dell’École des Hautes Études en Sciences Spéciale, è attualmente bibliotecario a Strasburgo.

[94] John LaFarge (1880-1963). Nato a Newport, Rhode Island, figlio di un noto artista. Si laureò in filosofia ad Harward  nel 1901 e in seguito entrò nel Seminario di Innsbruck in Austria. Nel 1905 ricevette gli ordini religiosi. Il noviziato lo assolse presso i Gesuiti di Poughkeepsie nello Stato di New York. Nel primo decennio del 1900 fu insegnante in vari collegi, Cappellano d’ospedale e di penitenziario Si spostò poi nel sud del Maryland dove tra il 1911 e il 1926 si occupò di parrocchie popolate in maggioranza da neri e immigrati. Durante questo periodo, grazie alle sue esperienze concrete sul territorio, acquisì notevoli conoscenze della situazione ed elaborò le sue concezioni che lo portarono più tardi a pubblicare, nel 1937, il libro Interratial Justice. Dal 1926 fu chiamato a ricoprire la funzione di giornalista e direttore del settimanale gesuita America. Collaborò alla The Saturday Review, e in Europa a Stimmen der Zeit e alla Civiltà Cattolica. Oltre al già citato Interratial Justice, pubblicò i libri: No postponement, nel 1950, The Man is Ordinary, nel 1953, The catholic Viewpoint on Race Relations, nel 1956 e la sua autobiografia Growing Old, nel 1963. Morì nel 1963 pochi mesi dopo aver partecipato alla ‘Marcia per i Diritti Civili’.

[95] L’Enciclica nascosta…op. cit. pp. 41-42

[96] Garry Wills, Alla ricerca della giustizia, prefazione di: L’Enciclica nascosta…op. cit. p. XXXV

[97] L’Enciclica nascosta…op. cit. p. 42

[98] John LaFarge, Interracial Justice, America Press, 1937. (Seconda edizione col titolo The Race Question and The Negro. A Study of the Catholic Doctrine on Interracial Justice, Longmans, Green and Co., New York 1943)

[99] Gustav Gundlach (1892-1963). Nato a Geisenheim (Rheingau). Figlio di un commerciante di vino. Studiò apresso il Kaiser Friedich Gymnasium di Francoforte sul Meno e in seguito si laureò in Filosofia all’Università di Freiburg (Breisgau) ed entrò nell’ordine dei Gesuiti dopo il quinto semestre di studi. Si dedicò poi agli studi di Filosofia scolastica e di Teologia a Valkenburg in Olanda. Dal 1934 al 1962, fu professore di Filosofia sociale ed etica presso l’Alta Scuola teologica S. Georgen di Francoforte sul Meno e all’Università Gregoriana di Roma. Diresse poi Il Centro di S tudi cattolici delle Scienze Sociali di Mönchengladbach. Morì nel 1963.

[100] Gustave Desbuquois (1869-1959) Entrò come novizio nella Compagnia di Gesù nel 1885. Fu co-fondatore, nel 1903, dell’Action Populaire di cui ricoprì la carica di direttore dal 1905 in poi. Questo organismo, che costituiva uno dei principali centri di espansione del cattolicesimo sociale in Francia, era costituito da una dozzina di Gesuiti con sede a Vanves alla periferia di Parigi.

[101] L’Enciclica nascosta…op. cit. p. XXXIX.

[102] Michael Buchberger, Lexikon für Theologie und Kirche, II. Edizione, pubblicato dal Vescovo di Regensburg, Freiburg i. Br. 1930, citato in Die katholische Kirche und...op. cit., p. 297.

[103] Humani Generis Unitas, in L’Enciclica nascosta…op. cit., Paragrafo 135, p. 240-241.

[104] Ibidem, Paragrafo 136 p. 241, e Paragrafo 140, p. 243.

[105] Ibidem, Paragrafo 141, p. 244.

[106] Ibidem, Paragrafo 142, p. 244-245.

[107] Ibidem, Paragrafo 143, p. 245.

[108] Ibidem,  Paragrafo 131, pp. 238-239. Da notare la perifrasi usata per non citare direttamente il regime nazista.

[109] Humani Generis Unitas, in L’Enciclica nascosta… op. cit. Paragrafo 145, p. 246,

[110] Ibidem, Paragrafo 146, p. 247.

[111] Dr. H. Johannes H. Nota S.J., Edith Stein und der Entwurf für eine Enzyklika gegen Rassismus und Antisemitismus, in Freiburger Rundbrief, 1975, ripubblicato in Internationale Katholische Zeitschrift N. 5/1976, citato in L’Enciclica nascosta…op. cit., pp. 18-19.

[112] Lettere di Gustav Gundlach a John LaFarge datate: 16/10/38, 18/11/38, 28/01/39, 15/03/39, 10/05/39, 30/05/40 citate in L’Enciclica nascosta…op. cit. pp. 73-90

[113] Vedi qui, Nota N. 94.

[114] Vedi qui, Nota N. 95.

[115] Mario Barbera, La questione dei Giudei in Ungheria, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1938, Vol. III., pp. 146-153.