AGORA Nr. 14 – 5 aprile 1995
Il
ricordo di Primo Levi
Ancora
adesso, a diversi anni dall’11 aprile 1987 quando Primo Levi è morto, è difficile
capire il perché di quel dramma: è stato il peso della sua tremenda esperienza
nel Lager, con il suo sforzo di non dimenticare, che ha, alla fine, distrutto
la sua voglia di vivere? Oppure è stato un raptus improvviso che lo ha
scaraventato giù in quella tromba delle scale? Oppure un incidente? Non c’è
risposta certa a questi interrogativi. Non è possibile trovarla nei suoi
scritti che non lasciano trasparire nulla che possa spiegare quello che è
capitato.
Riguardo
al suicidio vi si trovano considerazioni di segno opposto. Primo Levi se ne
distanzia come da una soluzione disperata, da comprendere, ma non da imitare,
quando parla dei suicidi Jean Amery (capitolo “L’intellettuale ad Auschwitz”
nel saggio “I sommersi e i salvati”) nonché di Trakl e Celan
(capitolo “Dello scrivere oscuro” nella raccolta “L’altrui mestiere”).
Invece nel racconto “Verso occidente” (in “Vizio di forma”) che
narra dei lemming, roditori che si dirigono in massa a morire annegati nel
mare, affronta il dilemma del suicidio con coinvolgimento e partecipazione,
tanto da far supporre che il problema in qualche modo lo tormentasse.
Neppure
aiutano le testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto. Alcuni amici
molto vicini a lui affermano che negli ultimi tempi Primo Levi era
terribilmente depresso per cui il suicidio non li ha sorpresi. Altri invece
pensano il contrario: lo scrittore Ferdinando Camon, per esempio, riferisce di
aver ricevuto il giorno dopo la morte di Primo Levi una sua lettera ottimistica
piena di progetti per il futuro. Rita Levi Montalcini, in un’intervista, dice
di non credere assolutamente al suicidio. Lo scrittore Mario Rigoni Stern pensa
invece che Primo Levi abbia sentito tutt’a un tratto l’imperioso richiamo
“Wstawac”, la sveglia del Lager, che per anni, dopo la liberazione, ha
perseguitato i suoi sonni.
La
morte di Primo Levi continuerà dunque a farci riflettere ed a porci problemi
che dovremo rassegnarci a lasciare irrisolti, ma anche questo concorre a non
farcelo mai dimenticare.
D’altra
parte come si può dimenticare Primo Levi? Egli continua a vivere nei suoi
scritti e la sua voce continua a parlarci nonostante non ci sia più. Il modo
migliore per ricordarlo è di mettere in rilievo cosa ha dato e, nonostante il
tempo trascorso, continua a dare ai suoi lettori.

Primo Levi
Egli
ha voluto, in primo luogo, essere un testimone, una fonte di informazione sui
Lager nazisti. Questo ha saputo farlo con efficacia e con una grande carica di
umanità, senza aggredire il lettore buttandogli in faccia l’orrore, ma
riferendo i fatti pacatamente con precisione e onestà, astenendosi
dall’emettere condanne, ma deferendo il giudizio a chi ascolta la sua
testimonianza.
Oggi,
e non solo in Italia, è quasi inconcepibile riflettere sui Lager prescindendo
da “Se questo è un uomo” che è uno dei più importanti libri sui campi di
concentramento nazisti. In seguito però Primo Levi ha continuato ad
approfondire la riflessione su tutti gli aspetti che riguardano i Lager e la
società che li ha prodotti, e di riflesso sul comportamento umano. Egli ha
voluto capire, e far capire, perché Auschwitz è stato possibile. Col suo lavoro
non ha voluto limitarsi ad offrire una precisa conoscenza di quanto è successo
mezzo secolo fa in Europa, ma ha voluto soprattutto indurre il lettore a porsi
degli interrogativi molto vitali che riguardano il presente ed il futuro. A
questo scopo nel 1986, ossia un anno prima di morire, ha pubblicato “I
sommersi e i salvati” un piccolo libro densissimo che scava fino in fondo
nella realtà del Lager, affrontando tutti i perché, analizzando i comportamenti
di tutti i protagonisti, dai carnefici alle vittime con lucidità e con
coraggio, senza divisioni manichee tra il bene e il male, considerando anche la
vasta zona grigia costituita da chi, pur trovandosi nella categoria degli
oppressi, si è conquistato un piccolo o un grande privilegio compromettendosi
con gli oppressori.
Chiarendo
il fatto che un’oppressione violenta riesce purtroppo spesso a indurre la sua
vittima a comportamenti molto regrediti, Primo Levi coinvolge subito il lettore
in prima persona spingendolo a porsi un interrogativo quanto mai pesante, ossia
a chiedersi se lui stesso, posto in una situazione estrema, sarebbe capace di
resistere all’abbrutimento che un’oppressione disumana vuole provocare nelle
sue vittime e se possiede sufficiente forza interiore per non cedere alla
lusinga di qualche privilegio. E in una situazione non estrema? Chi è sicuro
che la risposta più tranquillizzante sia proprio quella vera?
Quando
documenta la viltà a cui il terrore hitleriano aveva ridotto il popolo tedesco
– che, quasi all’unanimità, di fronte alle spaventose atrocità che venivano
commesse, ha preferito fingere di ignorare, scegliendo la via più prudente di
tenere occhi ed orecchi, e soprattutto la bocca, chiusi – costringe tutti noi a
chiederci se, oggi e qui, noi siamo sufficientemente armati moralmente per
saperci opporre efficacemente al ripetersi di mostruosità come il nazismo e i
Lager, o ad altre mostruosità magari diverse.
Facendoci
capire che la maggior parte dei colpevoli non erano dei mostri ma degli scialbi
personaggi che si sono adattati al “vento che tirava” e hanno commesso i loro
crimini con lo zelo del buon funzionario efficiente, Primo Levi ci pone il
problema se questo tipo umano è ora estinto o se invece c’è pericolo che
alligni tra di noi e possa di nuovo tornare a nuocere se determinate
circostanze dovessero ripresentarsi.
È
importante riflettere su questi, e sui molti altri temi che Primo Levi solleva,
perché questo ci aiuta a maturare ed a costruirci una coscienza. L’insegnamento
di Primo Levi consiste innanzi tutto nella esortazione alla responsabilità, al
rigore morale, all’onestà intellettuale e al rifiuto di ogni autoinganno.
Dandoci la conoscenza approfondita quanto è successo, e delle forze che l’hanno
provocato, Primo Levi ci aiuta anche a muoverci nella nostra realtà e ci fa
sentire più preparati e un po’ meno vulnerabili verso quanto il futuro potrebbe
riservarci. Spunti di riflessione Primo Levi ne ha disseminati in tutta la sua
opera, che non consiste solo di libri che riguardano specificamente i campi di
sterminio nazisti ma comprende anche due romanzi, alcune raccolte di racconti e
di articoli su diversi temi, nonché due libri di poesie.
Per
spiegare cosa rappresenta Primo Levi, si potrebbe ricordare una frase che si
trova in un suo racconto (Capitolo “Oro” nel “Sistema periodico”)
ed è pronunciata da un occasionale compagno di cella, un cercatore d’oro che
esercitava questa attività in Val d’Aosta, setacciando la sabbia del fiume
Dora:
…ma non finisce mai. Ci torni quando vuoi, la notte
dopo, o dopo un mese, secondo che ne hai volontà, e l’oro è ricresciuto.
Questa
frase sembra fatta apposta per descrivere i libri di Primo Levi. Sono proprio
come quell’inesauribile fiume: si possono leggere una, due, o dieci volte, e
sempre, ogni volta, vi si trova qualcosa di nuovo, qualcosa di prezioso che
arricchisce.
(Silvana Calvo)