INEDITO 2007

 

Primo Levi

Vent’anni dopo

Il vissuto dei lettori

 

 

L’undici aprile 1987 moriva Primo Levi precipitando nella tromba delle scale della sua casa di corso Re Umberto a Torino. Questa morte fu sconvolgente. Non furono pochi coloro che non vollero credere al suicidio perché esso sembrava non collimare con l’immagine di equilibrio e coraggio che traspariva dai suoi scritti. Equilibrio, perché la sua denuncia non fu mai gridata, ma puntuale e pacata. Coraggio, perché Primo Levi aveva dimostrato di sapersi misurare con temi difficili, per lui intricati e dolorosi, affrontandoli direttamente e da tutte le angolazioni possibili, non con moralismo o rancore, ma con la ragione. Altri ritennero che fu l’angoscia del trauma subito in Lager, latente nel suo animo e affiorata alla soglia dell’età matura, a portarlo a mettere fine alla sua vita.

Qualcuno cercò di argomentare l’uno o l’altro di questi vissuti individuali, ma la maggior parte delle persone, pur percependo la morte di Primo Levi come una ferita inferta alla propria identità intellettuale ed etica, capirono che di fronte a questo fatto era d’obbligo porsi in silenzio con rispettosa discrezione. Non così si comportarono taluni  autori che si permisero di costruire analisi in parte gratuite e di infierire con ipotesi psicologiche azzardate, violando maldestramente quel dignitoso riserbo che fu una delle caratteristiche qualificanti di Primo Levi e della sua famiglia. Su questi non merita soffermarsi in questo momento perché in fondo non contano, se non per se stessi e per l’appagamento delle loro ambizioni.

Molto più interessante invece è cercare di capire perché molti lettori di Primo Levi furono così profondamente turbati dalla sua morte e soprattutto che evoluzione ha avuto e che effetti ha prodotto questo trauma nell’arco dei venti anni trascorsi. Primo Levi fu per molti una specie di ponte che permetteva di  collegarsi con realtà altrimenti difficilmente accessibili: la più importante fu evidentemente il Lager e il genocidio nazista. Primo Levi, inoltre, fu colui che più di tutti offrì ai non ebrei di entrare in contatto con il mondo ebraico.

Per quanto riguarda il Lager, Primo Levi, volle essere testimone. Un testimone rigoroso, preciso all’estremo. Il suo timore di svolgere un ruolo prevaricatore lo portò ad essere misurato e a ben guardarsi dal riversare le sue angosce su chi lo stava ad ascoltare. Di fatto, egli costituì la fonte prioritaria di conoscenza, ma nello stesso tempo, forse suo malgrado, si assunse il ruolo di filtro per permettere, a chi voleva sapere, di accostarsi all’indicibile senza rimanerne annichilito.

Con la morte di Primo Levi venne a cadere questa protezione e il lettore si trovò improvvisamente investito più direttamente dall’orrore. Peggio, si trovò solo, senza più quella forza tranquilla che, sia pure da lontano, lo guidava e in qualche modo lo rassicurava. Questa nuova situazione obbligò ognuno a reagire. Qualcuno sentì forse il desiderio di mettere quegli angosciosi problemi al margine, di occuparsene meno, ma per molti il bisogno di conoscere e di capire non poteva più venir represso. E un’altra cosa ancora sorse: la consapevolezza dell’importanza di ricordare e di trasmettere il ricordo. Pesa doverlo ammettere, ma  Primo Levi  riuscì a far nascere il dovere della memoria della Shoah nell’animo di chi si era accostato alla sua testimonianza, non soltanto con le sue parole ma anche, e in grande misura, con la sua morte.

E andare avanti non fu impresa facile. Ma se Primo Levi non esisteva più come persona, rimanevano i suoi scritti. E questi si sono rivelati preziosi perché si scoprì presto che non erano soltanto uno strumento per capire il passato, ma anche un punto di riferimento etico con il quale confrontarsi per evolvere e maturare. I Sommersi e i salvati possono senz’altro essere considerati, da questo punto di vista, una delle più alte espressioni del secolo scorso.

L’altro aspetto, il collegamento tra ebrei e non ebrei è pure importante. Primo Levi, forse proprio in vista di favorire un mondo nel quale non vi fosse più spazio per una Shoah, ritenne indispensabile che venisse stabilito un legame di conoscenza e comprensione. Per creare questo contatto Primo Levi, fece certamente il passo più importante. Con le sue radici profondamente piantate nella sua identità ebraica, fu lui soprattutto che si protese verso gli altri e cercò di mettere in rilievo valori in grado di unire: il laicismo in cui lui si riconosceva, per esempio, ma anche la religiosità, quella vera, per la quale nutriva grande rispetto. Sottolineò che erano patrimonio comune di tutti gli uomini, siano essi ebrei o gentili, tanto i sentimenti di sofferenza quanto la speranza,  l’amore per la vita e l’anelito alla giustizia. Fece conoscere e apprezzare a un vasto pubblico peculiarità assai diffuse nel mondo ebraico come la passione per lo studio, il gusto della discussione sottile, l’umorismo.

Venuto a mancare lui, molti hanno voluto proseguire e conoscere meglio l’ebraismo, quel mondo che aveva dato origine a uomini straordinari come appunto Primo Levi, ma anche a Einstein, Marx, Freud, Rubinstein, Chagall e tanti altri. Anche qui ognuno ha dovuto cercarsi da solo il suo percorso e così, partendo da Primo Levi, molti hanno potuto, a poco a poco, scoprire un mondo vasto e affascinante nonché interessante.

Talora succede però anche d’incontrare qualcuno che reagisce con un po’ di fastidio di fronte alla generale ammirazione ed affetto che vengono tributati a Primo Levi. Questo perché a causa della sua laicità e apertura al mondo, egli non viene da tutti considerato “abbastanza ebreo”. Sembra, in questo caso, mancare la  cognizione delle più peculiari qualità insite nell’ebraismo. E precisamente proprio di quelle messe in evidenza da Primo Levi: la pluralità, per la presenza di innumerevoli modi di essere, e soprattutto l’assenza di ogni dogmatismo.

Nel corso degli anni, ai primi lettori se ne sono aggiunti altri di diversa età, condizione sociale e livello culturale. E molti hanno sentito l’esigenza di raccogliere quella testimonianza e di portarla avanti per trasmetterla a chi verrà dopo. Venti anni dopo la sua morte Primo Levi può contare su molte persone che per ricordarlo non hanno bisogno di commemorazioni, perché la sua presenza è sempre viva e costante nei loro pensieri. Essa è di prezioso ausilio per capire i meccanismi che stanno alla base dei comportamenti umani, anche oggi, in una realtà molto diversa rispetto ai tempi del nazismo o agli anni ottanta quando lui ci ha lasciato.

                                                                                                        (Silvana Calvo)

 

 

 

Per ricordare il 20esimo anniversario della morte di Primo Levi, oltre al testo inedito che precede,  ho scritto per la rivista Ha Keillah (n. 2 maggio 2007), un articolo dal titolo Una presenza sempre viva.