Domenica
6 marzo è mancato Silvio Ortona. A nome di tutta

Silvio Ortona
Ho incontrato Silvio Ortona per l’ultima volta poco tempo fa, in gennaio.
Avevo colto l’occasione dell’uscita del
primo numero dei Quaderni di Olokaustos per fargli visita
nella sua casa torinese e consegnargli in anteprima una copia di questa nostra
prima realizzazione editoriale. L’ho trovato convalescente da un serio attacco
influenzale. Sembrava sulla via della guarigione, era come sempre lucidissimo e
pieno di interesse. Mentre sfogliava la rivista, il mio pensiero andava a
ritroso di una decina d’anni, al nostro primo incontro.
Avevo scritto a Silvio Ortona, perché leggendo una sua lettera al
giornale
In quel nostro incontro mi descrisse la
personalità di Primo Levi così come l’hanno recepita le persone che gli furono
vicine e che lo conobbero non solo attraverso le letture ma per frequentazione
lunga e profonda.. Mi descrisse i loro incontri, le lunghe conversazioni, le loro riflessioni
sulla politica, la religione, la filosofia, la cultura. Quello che Ortona
desiderava farmi capire era che Primo Levi non fu, come molti si compiacevano
di descriverlo, un uomo annichilito dall’esperienza terribile di Auschwitz. Gli
premeva farmi sapere che si trattava di un uomo che voleva ‘rispondere con la ragione
all’irrazionalità’ che ‘cercava le cause oggettive che provocano il salto verso
il razzismo’ che ‘credeva fortemente nella ragione’, che non si lasciava
prendere dalla disperazione ma si impegnava in ‘una seria ricerca teorica
razionale’. Con grande convinzione Ortona
sosteneva che il messaggio trasmesso dall’opera e dalla vita di Primo
Levi è ‘che alla fine la ragione umana
può vincere’.
Mi parlò anche della coerenza di
Levi nei confronti del suo laicismo e delle sue idee politiche che erano di
Sinistra pur non avendo egli mai aderito a nessun partito o organizzazione.
Commentando amaramente le circostanze tragiche della morte del suo amico, le
collegava alla sofferenza della malattìa, e rifiutava l’opinione diffusa
secondo cui il suicidio di Primo Levi sia stato il gesto disperato di un
uomo ‘sopraffatto dalla sofferenza
causata dalla sua esperienza nel Lager’.
Man mano che procedevamo nella nostra
intervista, andava crescendo in me l’interesse per il mio interlocutore. Per
questo colsi quell’occasione per approfondire anche le sue esperienze di vita.
Ortona, dopo aver trascorso gli anni dal 1941 al 1943[3]
a Milano, insieme a un gruppo di altri ragazzi ebrei torinesi, fu colto dagli
eventi del crollo del regime fascista e dall’armistizio dell’8 settembre, quando in poche settimane ‘ognuno maturò, più che in tutti i
vent'anni precedenti’[4].
Fu questa maturazione, umana e politica, che spinse Silvio Ortona ad entrare a far parte della Resistenza nel Biellese[5] divenendo comandante partigiano con il nome
di battaglia di ‘Lungo’. Nel dopoguerra il ‘dottore in legge’ rinunciò anche
alle ambizioni filosofiche giovanili, votandosi invece alla militanza politica.
Fu parlamentare del PCI, dal 1948 al 1958, dirigente di partito e sindacalista della
CGIL prima a Vercelli e poi, dopo il
Ultimamente lo preoccupava molto l’involuzione politica italiana: di
tanto in tanto mi inviava lettere in proposito. Le sue analisi sempre lucide e pertinenti non trovavano in Italia
ascolto e perciò mi pregava di farle pubblicare in Svizzera. Se da un lato ero
felice di poter soddisfare questo suo desiderio, dall’altro mi intristiva che
le idee di un uomo di tanta rettitudine morale e politica fossero costrette ad
una sorta di ‘esilio’ per essere diffuse.
Negli ultimi anni Ortona ha partecipato con passione al dibattito
sull’identità dell’ebraismo italiano e sul conflitto mediorientale. Ha fatto
parte del Gruppo di Studi Ebraici di Torino del cui organo di stampa, Ha
Keillah (Comunità), è stato assiduo collaboratore.
Il nostro incontro per la realizzazione dell’intervista fu l’inizio di
una profonda amicizia, nutrita, purtroppo da solo qualche sporadico incontro,
da qualche telefonata, ma soprattutto da uno scambio di lettere. In questi anni
ho costantemente tenuto Silvio Ortona al corrente delle mie attività, solitarie
prima, e in seno a Olokaustos poi. Tanto le prime, quanto soprattutto le
seconde, lo interessarono molto. Amava essere informato dei nostri progetti,
delle nostre speranze, delle difficoltà che incontravamo, e delle cose che man
mano riuscivamo ad attuare. Il suo non
era un interesse passivo, ma compartecipe, se lo riteneva necessario dava
consigli, se del caso anche critiche, ma
soprattutto contribuiva indicandoci le persone che più stimava e che riteneva
in grado di aiutarci per la realizzazione dei nostri progetti.
La sua morte
lascia in me un senso di vuoto. L’assenza di una voce che non ha mai cessato di
essere coscienza critica, motore di riflessione mi riempie di tristezza. La sua
scomparsa ci impoverisce in modo lacerante di una guida politica ed ideale.
Silvana Calvo
Leggi
l’intervista a Silvio Ortona
[1] Primo Levi, Il sistema periodico, “Oro”, p. 131, Einaudi, Torino, 1982; Primo Levi, Lilit e altri racconti, “Fine settimana”, p. 230, Einaudi, Torino, 1981.
[2] Silvana Calvo, “Primo Levi
nel ricordo dell’amico Silvio Ortona. Alla fine la ragione umana può vincere”, in
[3] Eugenio Gentili Tedeschi, , I giochi della paura, Le Château Edizioni, Aosta, 1999.
[4] Primo Levi, Il sistema periodico, “Oro”, p. 131, Einaudi, Torino, 1982.
[5] Silvio Ortona, Ero diverso ufficiale ed ebreo, in L'impegno, a. XV, n. 2, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, agosto 1995; nonché http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria2/ortona295.html