HA KEILLAH, N. 5, Dicembre 2008
Vittorio Foa
L’impegno politico
Di
fronte al compito di ricordare Vittorio
Foa il problema non sta tanto nel trovare qualcosa da dire, ma piuttosto
nell’imbarazzo di scegliere tra innumerevoli ricordi, valori, azioni,
riflessioni e spunti attinenti alla sua personalità e alla sua biografia. Se ne
possono trovare innumerevoli nei suoi
libri pubblicati in età matura e soprattutto in molte interviste che concedeva
con non comune prodigalità.
Le
citazioni che appaiono in questo articolo provengono da due interviste: una
molto lunga e articolata, di oltre quattro ore, rilascia da Vittorio Foa, nel
novembre
La sua
vita copre quasi per intero lo scorso secolo e il primo scorcio del nuovo
millennio. Non a caso i ricordi più remoti riguardano la prima guerra mondiale,
da lui definita un “tunnel buio dal quale si pensava forse che non sarebbe più
stato possibile uscire”:
Ricordo quando ero bambino, quando mi si
sono aperti gli occhi sul mondo che mi circondava. All’età di 4 o 5 anni gli
occhi si aprono e si capisce cosa c’è intorno a noi. Le nazioni europee si
stavano massacrando fra loro. Milioni e milioni di giovani uomini morivano nel
modo più orrendo, nelle trincee, nel fango, nella paura.
La guerra aveva colpito
anche la sua famiglia:
Un cugino primo di mio
padre che lui amava come un fratello era avvocato. […] I familiari pensarono di
salvarlo dai pericoli facendolo entrare nella giustizia militare. Era tenente e
pubblico ministero, e secondo gli ordini del governo chiese la condanna
a morte di due disertori e dovette assistere all’esecuzione. Dopo di che,
all’alba, rientrò nella sua stanza in caserma e si sparò un colpo e rimase
cieco. Rimase cieco per 10 o 12 anni e poi si uccise. Questa cosa rimase nella
mia famiglia come il segno della barbarie della guerra.
Degli esordi del
fascismo, ancora ragazzino preadolescente, captò la natura violenta e
prevaricatrice, antitesi dell’identità e dello spirito che animava la sua
famiglia:
Mio padre aveva un orientamento politico
democratico liberale, direi giolittiano, e io ho imparato da ragazzo che la vera
democrazia, era il sistema democratico liberale. Quando è venuto avanti il
fascismo io l’ho vissuto come una violazione della verità. Contemporaneamente
ho avuto delle sensazioni, anche infantili, della sua violenza e della
necessità di rifiutare questa violenza. Ricordo, nel 1921, quando andai con mia
sorella a vedere la camera del lavoro distrutta dai fascisti. Si vedevano tutte
le finestre vuote, sembravano delle occhiaie. Tutta la carta per terra. C’erano
dei gruppi di operai silenziosi che guardavano quello che era successo. Questo
mi fece molta impressione. Mi ricordo anche una data elettorale che mi fissai
nella mente: le elezioni del 6 aprile 1924. Furono le ultime elezioni in
qualche modo libere. I fascisti presentarono un gran listone che vinse e poi
cambiarono la costituzione. Avevo 13 anni, e quella domenica andai con Sion
Segre, mio amico coetaneo, e con sua madre a passeggiare a Borgo San Paolo, che
era una delle borgate più rosse. Rimasi colpito dai gruppi operai comunisti e
socialisti che avevano litigato fino al giorno prima, ma adesso si trovavano lì
uniti nella la sconfitta. Era una sconfitta doppia perché non era solo la
sconfitta di fronte a un’operazione violenta, era anche il fatto che il fascismo dopo averli distrutti con la
violenza, registrava il consenso e quindi vi era una doppia umiliazione. E
anche quella visita a Borgo San Paolo a Torino, in questo quartiere allora operaio, oggi medio
borghese, mi lasciò una forte impressione. Allora, da un lato, l’educazione
razionale alla democrazia fatta da mio
padre, dall’altro lato la sensazione di questa violenza che per me era
inaccettabile e mi portava direttamente verso la classe operaia, verso gli
operai che erano stati sconfitti.
Nacque dunque assai
precocemente la sua dedizione agli operai che avrebbe caratterizzato gran parte
del suo percorso umano e politico. All’inizio con le difficoltà che solitamente
si frappongono quando ci si accinge a superare un crepaccio che separa due
mondi distinti:
Negli anni 20 e 30 gli operai erano considerati
diversi, erano vestiti diversamente dai borghesi e perciò erano concepiti come
un corpo separato al quale si poteva
arrivare come si va in una missione. Andare dagli operai voleva dire cambiare
il modo di pensare, di vivere anche. Io allora non andai, non riuscii, non era
facile. Però li vedevo mitologicamente come la forza alternativa della società.
Erano quelli che avevano ragione: erano stati schiacciati dai fascisti ma
avevano ragione ed erano una forza alternativa nella società. Li vedevo in
questo modo, un po’ mitologico, non realistico.
Cruciale nella sua vita
fu il passaggio alla lotta contro il fascismo. Non credendo al determinismo
storico dei rapporti economici di classe, riteneva che l’azione contro il
fascismo necessitasse un impegno volontaristico. Non se la sentì però di
aggregarsi ai comunisti pur ammirandoli molto, perché riteneva la loro
ideologia “troppo unilaterale, ossia priva del motivo della libertà come motivo
dominante”. Per contro si sentì a suo agio aderendo nel
Fu una liberazione da condizionamenti umilianti e oppressivi. La
volontà di non lasciarmi trascinare dalla vita ma di governarla io stesso. Di
decidere io stesso il mio avvenire. In quegli anni parecchi, e in grandissima
maggioranza comunisti, fecero quella scelta. Essi sapevano che a un brevissimo
periodo di lavoro cospirativo in Italia sarebbero seguiti lunghi anni di
carcerazione. Poco importa l’immagine che essi si facevano della società di
domani e quella dei mezzi per raggiungerla. La scelta di liberazione della
società era certo per tutti, come scelta individuale, un’affermazione della
persona contro un ordine ad essa estraneo.
E la sua scelta gli
procurò la soddisfazione di agire secondo coscienza e di tenere in mano il
proprio destino, ma gli costò l’arresto nel 1935, il tribunale speciale e
lunghi anni di carcere fino alla sua liberazione nel concitato periodo tra la
caduta del fascismo e l’8 settembre
Riflettendo se al momento
della sua adesione a Giustizia e Libertà col
suo socialismo libertario, vi sia stata rottura o continuità considerò:
Vi è stato un passaggio graduale dal
rigido costituzionalismo liberale che affermavo nella mia adolescenza. Passato
alla giovinezza mi rendevo conto dei limiti profondi di questo: del contrasto
di classe diciamo pure dell’impossibilità di attuare una democrazia di tipo
elitario e nel contempo una attività che tenesse conto dei valori essenziali
della giustizia. Ed è allora che venne
alla luce il nodo che per noi era irrisolto del rapporto fra libertà e
giustizia. La libertà dava a tutti la possibilità di creare delle
ingiustizie profonde: questa era
l’esperienza storica reale.
Vista questa evoluzione
del suo pensiero, non stupisce che nel dopoguerra egli si sia dedicato con
passione alla lotta sindacale.
Ognuno di noi, ogni
uomo ha davanti a sé i propri problemi, i problemi della sua famiglia, i
problemi dei suoi amici. Vi sono delle cose legate all’individuo, però vi è
anche la possibilità, e l’enorme convenienza, di pensare agli altri che sono in
difficoltà. Aiutare un altro vuol dire dare un senso anche a me stesso, a
quello che faccio, a quello che sono. Per esempio negli anni sessanta ho
impegnato la mia vita in modo radicale nella lotta sindacale. Apparentemente mi
occupavo solo di problemi di ridistribuzione: “dammi più di salario, voglio
ridurre l’orario di lavoro, quello dev’essere pagato meglio, prende troppo poco
rispetto a quell’altro”. Sembravano solo problemi di ridistribuzione di
risorse. In realtà io ho sempre vissuto quella vicenda sindacale come quella di
gente che vuol far riconoscere dagli altri la sua identità; come una lotta di
libertà per affermare il diritto di essere riconosciuti, di non essere sottomessi,
di non accettare una gerarchia data, una gerarchia già precostituita. Quindi
io, tutte queste lotte sindacali, in cui si discuteva magari di diecimila lire
in più o in meno, le ho vissute come lotte di libertà.
La frequentazione e il
contatto diretto con i lavoratori vissuto nel corso della sua lunga militanza
nel sindacato, gli diedero del mondo operaio una immagine evoluta rispetto alle
sensazioni provate da ragazzo. Non più la percezione di un’entità idealizzata
ma in un certo senso irraggiungibile, ma quella di “compagni di viaggio” di cui apprezzava i valori e la dignità:
c’è nel lavoro umano un valore che è
distintivo. Certo, i lavoratori sono come tutti gli altri, sono onesti,
disonesti, furbi, tardi, pigri… tutto quello che si vuole, però la verità è che
la loro condizione rende, secondo me, non deplorevoli i risultati di eventuali
difetti, mentre mette in luce gli elementi più positivi. Perché il lavoratore
proprio perché subisce quel tipo di costrizione della sua vita non pensa di
andare avanti schiacciando gli altri. Il “rampantismo” diffuso in altre
categorie specialmente dall’inizio degli anni ’80 è un elemento estraneo alla
grande generalità dei lavoratori che invece hanno una visione diversa del loro
destino. Questo a mio giudizio è un valore morale. È un valore etico superiore
che non si misura con dati statistici, demografici o salariali. È un elemento
di qualità distintivo del mondo del lavoro rispetto al resto. Non so se questa
è retorica: io credo di no perché lo vediamo mille volte questo fatto. Basta
andare a vedere una famiglia operaia per capire questo.
Un
aspetto estremamente interessante della personalità di Vittorio Foa è stato il suo
spirito libero e laico. Messo a confronto con l’appunto di Gian Carlo Pajetta
che ironizzava attribuendogli una supposta incoerenza perché nel corso della sua vita politica
aveva militato in più organizzazioni e partiti, spiegò:
Ci sono due modi di essere coerenti in
politica. Un modo è quello di Pajetta,
Di essere coerenti alle proprie idee attraverso l’attaccamento infallibile, incrollabile al
proprio partito. L’altro modo è quello che credo di aver messo in pratica io,
cioè di avere alcune idee e poi a forza o a ragione cercare di perseguirle
attraverso diverse formazioni politiche. Credo che questi due modi siano tutti
e due ugualmente legittimi, tutti e due buoni. Si può essere coerenti come
membro di un partito e si può essere coerenti come uno che cerca di realizzare
i suoi obiettivi attraverso diversi partiti.
Dopo aver riconosciuto a
Pajetta la sua incrollabile fedeltà al partito anche quando si trovava in
disaccordo con i dirigenti, concluse:
Salvo forse un momento nel Partito
d’Azione, non ho mai avuto verso un partito un atteggiamento di questo genere:
di considerarlo come depositario della verità.
Anche
di fronte all’ebraismo la sua posizione fu laica, pur sentendo fortemente e
affettivamente le sue radici e la sua identità. Dei suoi genitori Foa ricorda
che la madre non era religiosa e si recava in sinagoga soltanto in occasione
delle grandi feste, mentre suo padre, figlio del Rabbino di Torino, era
moderatamente credente. Tuttavia in seno
alla sua famiglia l’ebraismo aveva un suo ben definito spazio:
Senza esservi un clima religioso molto
attivo vi era però una religiosità familiare. Mio padre il venerdì sera,
all’inizio del sabato, ci dava la benedizione: benediceva il vino ci metteva le
mani sulla testa. Benedizione che io ho sempre considerato con nostalgia nel
corso della mia vita. Mi ricordo di quando ho portato i miei due bambini (i
primi due, Anna e Renzo) al mare a Diano
Marina dove i miei genitori sono poi vissuti a lungo fino alla loro morte… Una
sera chiesi a mio padre di benedirli e vidi che lui lo faceva, ma con una certa
riluttanza, come se avesse paura di violare una situazione. E invece per me
questa religiosità familiare era un elemento importante, di costanza, di
continuità di fronte alle continue rotture nella vita politica e pubblica.
Questa continuità era un elemento fortissimo di sostegno. […] La religiosità in
senso proprio l’ho perduta all’età di 13 anni quando io, come mio fratello,
abbiamo compiuto i riti tradizionali della religione, abbiamo studiato
l’ebraico, abbiamo letto
(Silvana Calvo)
Leggi l’intervista Vittorio
Foa protagonista e testimone”