Il Lavoratore 22.6.90

 

Per la ricerca di una soluzione

giusta per tutti

 

 

I recenti fatti di Carpentras[1] hanno sollevato molto orrore specialmente perché ci hanno fatto prendere coscienza che l’antisemitismo non è una forma qualunque di razzismo, ma ne è invece una manifestazione estrema. Il razzismo consiste in un’insofferenza verso altre etnie, un sentimento di superiorità verso chi è diverso, si esprime in forma di violenza verbale e fisica, ma si trova generalmente appagato e placato quando l’oggetto viene allontanato. L’antisemitismo invece non si accontenta di scacciare, uccidere, esso è costituito da una fortissima carica di odio e di disprezzo che si esprime in forme parossistiche e macabre.

 

Per le strade d’Israele: nonno e nipote in abito tradizionale. Sullo sfondo soldati.

È per questo che si deve dire esplicitamente che l’antisemitismo è una manifestazione vergognosa e odiosa, di fronte alla quale non si può assolutamente mai abbassare la guardia. Tacere, sottintendere che questo giudizio è già dato per scontato, non si può. Sottovalutare è molto pericoloso, perché l’antisemitismo è la componente principale di una sciagurata concezione del mondo, il nazifascismo, che mezzo secolo fa ha portato alla disastrosa seconda guerra mondiale. Le forze sconfitte di allora sperano, proprio in questo momento di sconvolgimenti e di crisi di tanti valori (quelli del socialismo in primo luogo), di riprendere fiato e vigore. E per trovare forza cercano proprio là dove già allora hanno avuto successo: evocando nelle masse sentimenti nazionalisti, razzisti e antisemiti.

È vero che certi ambienti economici cavalcano la tigre per loro scopi e interessi (enfatizzando per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altre lotte e da altri obiettivi). Ma questo non basta a spiegare il fenomeno. Limitarsi ad una spiegazione causa-effetto di questo tipo porta alla banalizzazione della manifestazione in sé e alla deresponsabilizzazione dei colpevoli. Non spiega inoltre la diffusione del fenomeno un po’ dappertutto in Europa, da Ovest ad Est.

In questo contesto duole, duole molto, dover costatare che in Unione Sovietica e in altri paesi dell’Est abbiano ultimamente preso piede movimenti antisemiti molto minacciosi. Brucia dover ammettere che settant’anni (rispettivamente 45) di comunismo non siano riusciti a debellare il germe dell’antisemitismo dalla coscienza del popolo.

Qui da noi in Occidente le cose non vanno certamente meglio. È molto inquietante che lo scempio di Carpentras abbia avuto subito imitatori un po’ dappertutto. Questo ci svela che il terreno al quale l’antisemitismo attecchisce è ancora fertile. Dobbiamo quindi fare uno sforzo per cercare di capire. Una delle ragioni è certamente la diffusione di una mentalità xenofoba e razzista che porta ad una sopravvalutazione della propria identità e ad una difesa paranoica contro tutto ciò che è diverso o estraneo. Ma non dobbiamo dimenticare che anche i pregiudizi aiutano a creare le condizioni favorevoli allo sviluppo dell’antisemitismo. È dunque necessario analizzare questi pregiudizi per vedere se ne siamo esenti o se anche noi abbiamo le nostre responsabilità.

Parlando con la gente, con sorpresa, si scopre che spesso, sotto la superficie, sopravvive nelle coscienze un vago senso di disprezzo verso l’ebreo, il quale viene talora ancora fantasticato come entità malvagia e persecutoria. Questo sentimento (che del resto viene sempre negato) è espresso con motivazioni molto diverse e anche molto spesso in contraddizione l’una con l’altra. Enumeriamole: “il popolo deicida”, “l’avaro”, “l’imbroglione”, “l’usuraio”, “il colpevole della nascita del marxismo e del comunismo”, “il ricco”, “il capitalista”, “il grande capitale finanziario”, “le potenti banche”, “le potenti lobbies ebraiche che controllano l’informazione”, “i carnefici dei Palestinesi”. Costatiamo che qualche vecchio rudere, “l’ebreo come sottorazza”, sembra in disuso, anche se non sappiamo se questa concezione circoli ancora negli ambienti della destra estrema, che noi, per nostra fortuna, non frequentiamo.

Tentiamo di esaminare queste motivazioni soffermandoci su quelle che ci concernono maggiormente, ossia quelle che si sentono spesso anche nell’ambito della sinistra.  Non ci concernono le prime: nell’ambiente di sinistra nessuno vuol rendersi ridicolo tacciando gli ebrei di deicidi o di avari, o di aver generato il marxismo. Hanno corso, invece, quelle che situano gli ebrei nell’ambito capitalista (ossia nel campo avversario!). Bisogna notare che gli appellativi di “capitalista”, “lobbies” ecc., si basano su una mitologia e non sulla conoscenza di fatti precisi. È inoltre una classificazione molto scorretta: moltissimi ebrei non sono capitalisti e non controllano l’informazione, e moltissimi capitalisti e magnati dell’informazione non sono ebrei.

Concentriamoci sull’ultima qualifica, “gli ebrei carnefici del popolo palestinese”, che è, ahimè, la più diffusa e anche la più infamante. Si nota qui la confusione tra ebrei e israeliani. Gli ebrei, in quanto tali, e a maggior ragione quelli che vivono nella diaspora, non sono responsabili delle scelte del governo israeliano. È vero che essi sono generalmente legati allo Stato d’Israele da un vincolo affettivo e talvolta anche di appartenenza sentimentale, ma non hanno parte alcuna nelle scelte sia buone sia cattive del governo di quel paese. Chiedere loro di esprimere delle condanne esplicite contro Israele è umanamente ingiusto. Non dimentichiamo che anche gli ebrei che vivono fuori da Israele sono stati colpiti direttamente da attentati di parte araba (ricordiamo per esempio l’attentato alla Sinagoga di Roma).

Generalmente, non sempre, quest’obiezione viene capita, ma subito appaiono le versioni “più intellettuali” dello stesso pensiero che dicono “gli israeliani (o ancora meglio…il governo e l’esercito israeliani) carnefici dei palestinesi” a cui viene di solito fatta seguire la considerazione “stanno facendo ai palestinesi le stesse cose che essi (gli ebrei) hanno subito dai nazisti”.

Prima di proseguire va qui fatta una puntualizzazione: in qualsiasi modo la si guardi, la politica d’Israele non è in nessun modo paragonabile a quanto i nazisti hanno perpetrato a loro tempo contro gli ebrei. I nazisti hanno prelevato dalle loro case 5 o 6 milioni di persone (per capirci, l’equivalente di tutti gli abitanti attuali della Svizzera), e le hanno caricate come bestie su treni merci e le hanno deportate verso i campi di sterminio. All’arrivo a destinazione più del 90% (bambini, vecchi, uomini, donne) non entravano neppure nei campi, venivano ammazzati subito. Gli altri dovevano lavorare, erano maltrattati e affamati e generalmente morivano di stenti entro tre mesi, oppure venivano selezionati per essere ammazzati nelle camere a gas, perché non più efficienti per il lavoro. Questo è sterminio. Questo termine tremendo, per onestà, dev’essere usato solo quando ci si trova di fronte ad un genocidio, e mai usato a sproposito in altre situazioni che possono essere drammatiche e deplorevoli quanto si vuole, ma che dello sterminio non hanno né la natura né la dimensione.

Ma la riflessione deve proseguire oltre e dobbiamo riesaminare posizioni che per decenni sono state portate avanti per inerzia, senza mai verificarle. Dobbiamo chiederci se, e dove, abbiamo sbagliato. Per una scelta di campo ci si è schierati apertamente contro Israele. È stata una scelta giusta oppure è stata una scelta di schieramento internazionale? Si è tenuto conto che il conflitto medio-orientale è la cosa più complessa, difficile e contraddittoria alla quale abbiamo assistito in questi anni?


In quarant’anni (da tanto dura il conflitto) sono avvenuti tanti fatti (guerre, attentati, rapimenti, tentativi di pacificazione…) che è veramente difficile districarsi. Vi sono coinvolte talmente tante componenti tra cui è quasi impossibile orientarsi. Nei due schieramenti vi sono forze che vogliono la pace e altre che la osteggiano.

La nave Exodus, con centinaia di ebrei che cercano di raggiungere Israele dopo la fine della seconda guerra mondiale.

 


Dalla parte d’Israele vi sono gruppi che la pace non la vogliono proprio, chi per motivi di credo religioso (la rinascita del grande Israele), chi per avere uno Stato vasto in grado di accogliere altri ebrei che attualmente sono ancora sparsi per il mondo, chi semplicemente per paura. C’è però anche in Israele un forte e deciso movimento per la pace, “Peace now”, e quasi metà del parlamento è su posizioni favorevoli ad una soluzione pacifica.

Invece di condannare e ingiuriare sarebbe meglio cercare di capire perché in questo momento prevalga lo schieramento ostile alla pace: potrebbe essere per lo stato di tensione che regna nel paese, oppure per paura e sfiducia nei riguardi degli avversari (non va dimenticato che solo da poco più di un anno la controparte, per bocca di Arafat, ha ammesso il “diritto di esistenza” per Israele).

Nello schieramento arabo-palestinese agiscono pure forze molto eterogenee. Vi è l’OLP formato da organizzazioni con politiche e strategie molto diverse. Vi sono i diversi Stati arabi della zona, Egitto, Giordania, Siria, Iran, Iraq, ecc. (ognuno con la sua specificità e la propria politica) che sono stati, di volta in volta, in guerra contro Israele o in lotta contro i palestinesi insediati nei loro territori, o protagonisti di aperture verso la pacificazione. Vi sono i movimenti integralisti islamici che sognano la guerra santa contro Israele. Vi sono le varie milizie libanesi. In mezzo a questo caos, gli interessi del popolo palestinese sono spesso solo un pretesto per le diverse componenti per perseguire propri scopi e interessi. Bisogna prendere atto che non solo all’interno di Israele, ma anche nel campo avverso vi sono forze ostili alla pace che hanno fatto, e continuano a fare, ogni sforzo per sabotare una soluzione pacifica in questo conflitto.

Neppure hanno contribuito alla pace gli sforzi delle grandi potenze, le quali, invece di adoperarsi per la ricerca di una soluzione, hanno preferito sostenere l’una Israele e l’altra il mondo arabo sperando così di ricavarne un vantaggio strategico.

Intanto, ripetutamente, ci sono state sofferenze e lutti per sia per i palestinesi sia per gli israeliani. Proprio in questi giorni c’è stato il terribile fatto di sangue al mercato di Gerusalemme, dove un colono ha sparato provocando la morte a molti palestinesi. Sofferenze e lutti ce ne sono stati anche per gli israeliani, anche qui facciamo un solo esempio, il massacro della squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Per decenni il popolo palestinese e il popolo israeliano hanno subito profonde e dolorose ferite difficili da rimarginare. Queste dolorose ferite sono la causa di tanti comportamenti attuali, da ambo le parti, e di un’immensa massa di odio che sarà difficile da smantellare.

Dobbiamo finalmente riconoscere, comprendere e rispettare, la gran mole di sofferenza di questi popoli, specialmente considerando che siamo noi (europei, dalla Russia al Portogallo) una concausa causa di tutto questo dolore. Se noi, qui in Europa, fossimo stati capaci di accettare la comunità ebraica quale componente della nostra civiltà, invece di perseguitarla, sterminarla ed esiliarla per secoli, vi sarebbe stata urgenza di fondare in questo periodo storico lo stato d’Israele?

Concludendo: si deve chiedere con forza e con fermezza una giusta soluzione, che tenga conto dei diritti e delle aspirazioni di tutte le parti in causa (palestinesi ed ebrei), si devono giudicare con severità gli atti e i comportamenti che ostacolano il raggiungimento della pace, ma lo si deve fare con serietà, senza isterismi, sforzandosi prima di tutto di capire.

Invece degli “abbasso” e degli “evviva”, faremmo meglio a cercare di aiutare, con pazienza e con umiltà, questi popoli a comprendersi e ad accettarsi, perché altra soluzione non c’è.

                                                                                                    (Silvana Calvo)



[1] A Carpentras, in Francia, era in quei giorni (1990) avvenuta la profanazione di una tomba e della salma di un ebreo da poco seppellito nel cimitero di quel paese. Questo fatto è stato riferito dalla stampa e dai media con grande rilievo, ed ha suscitato molto sdegno ma ha anche provocato, per imitazione, una serie di altri fatti vandalici in diverse parti d’Europa.