INEDITO

Primo agosto 1999

 

 

Discorso pronunciato a Gadero (frazione di Brissago) davanti ad una decina di persone.

 

Come coordinatrice del Movimento Contro il Razzismo e la Xenofobia sono stata chiamata a parlarvi per la commemorazione del primo agosto. Il primo agosto è la festa nazionale, la festa di questa nazione, la Svizzera, la festa di quella che viene chiamata la “Patria”.

Ma cos’è la Patria? In italiano vi è una sola parola, “patria” appunto, ma in tedesco vi sono due nomi: uno è “Vaterland” e l’altro è “Heimat”. Questi due termini, pur designando lo stesso oggetto, non sono sinonimi.

Il termine “Vaterland” (patria-padre) si riferisce alla patria come istituzione, si appella ad una mitica “ascendenza” che risalirebbe fin oltre i tempi del Grütli. Di quest’ascendenza gli attuali svizzeri sarebbero i discendenti diretti, e questo fatto li dovrebbe far sentire diversi e superiori agli altri. La parola “Vaterland” evoca rulli di tamburi, guerre e battaglie più o meno epiche, suoni di fanfare, bandiere al vento, con tutta la relativa retorica di contorno.

La parola “Heimat” (con la sua radice Heim-casa) potrebbe venir tradotta in “terra madre” e designa invece il paese in quanto luogo che accoglie, luogo nel quale si può vivere la propria vita, lavorare, amare, generare e crescere i propri figli. La “Heimat” (patria-casa) non è costituita solo dalla terra, dai monti, dai fiumi, dai laghi, dal cielo, ma anche dalle persone che vi vivono. Non appartiene solo a chi vi è nato o pretende di essere originario del paese: la “Heimat” è la patria di tutti coloro che vi vivono, anche se vi sono giunti in tempi recenti o se non fanno parte dei gruppi maggioritari.

La distinzione dei due termini non è solo formale ma è sostanziale. La patria “Vaterland” (patria-padre) ha una connotazione di chiusura, di confronto, spesso di aggressività, verso l’esterno, e all’interno, porta con sé l’esclusione di ogni elemento non conforme al modello maggioritario. La patria “Heimat” (patria-casa) invece reca un messaggio di apertura, di convivenza da pari a pari con le altre “patrie” che ci circondano, ha inoltre la vocazione di accogliere e di integrare nel suo interno sia le minoranze non omologate al modello standard, sia coloro che per lavoro, per asilo o per qualsiasi altro motivo arrivano in questo paese.

La Svizzera è costituita da gruppi diversi, non solo dalle famose quattro stirpi di cui si parla sempre. Vi sono tanti gruppi all’interno della Svizzera, per esempio gli ebrei che da secoli risiedono in queste terre, vi sono gli zingari, gli Jenisch, vi sono gruppi consistenti di lavoratori di origine straniera che ormai da diverse generazioni vivono qui, altri sono dei nuovi arrivati da paesi lontani con religioni e costumi che a molti appaiono nuovi e strani.

La Svizzera non è sempre stata buona con questi suoi cittadini: ne possono testimoniare gli ebrei e gli Jenisch che hanno subito persecuzioni e discriminazioni non di poco conto. Ne possono testimoniare i gruppi di origine italiana, spagnola e di altra provenienza che, dopo aver portato con la loro forza lavoro prosperità a questo paese, vengono ripagati con grandi difficoltà nell’ottenere un inserimento paritario nella società.

Nel corso della seconda guerra mondiale ha purtroppo prevalso la concezione del “Vaterland” (patria-padre), per cui vi è stata la sciagurata politica nell’accoglienza dei profughi, ebrei e altre vittime dei nazisti, che ha fatto in modo che decine di migliaia di persone siano state respinte, quando il rifiuto significava morte quasi certa. Questa è una pagina nera di questo paese che riempie di sgomento.

Ma oggi come stanno le cose? Purtroppo non bene. Viviamo in un mondo dove la violenza e la necessità spingono migliaia di persone verso le nostre frontiere nella speranza di un futuro vivibile. Come si reagisce questa volta? Purtroppo come sempre, con egoismo, con la difesa strenua e miope dei propri privilegi. In un paese che ha ancora tanto spazio, tante risorse, tante possibilità di accoglienza, è tornata di moda la sciagurata espressione “la barca è piena”.

Non è vero, la barca non è per nulla piena. Vi è la possibilità di accogliere ed integrare tante persone. L’arrivo di gente proveniente da realtà diverse non è per nulla una cosa negativa, è anzi un fatto molto importante perché porta nel paese forze ed energie nuove e salva la società dalla sclerotizzazione e dall’immobilismo. In un primo momento vi possono essere dei problemi, ma ai problemi si possono sempre trovare delle soluzioni quando vi è intelligenza e buona volontà.

Leggendo i giornali ed ascoltando i notiziari radio-televisivi, sembra che gli svizzeri siano tutti preoccupati e ostili all’arrivo di questa umanità che bussa alle nostre frontiere. Certamente i contrari si fanno sentire, fanno la voce grossa con la loro demagogia, alcuni si esprimono anche con la violenza (vedi incendi nei centri di accoglienza profughi).

Ma non ci sono solo loro in Svizzera. È importante che anche coloro che la pensano diversamente si rendano visibili e si facciano sentire. Sì, perché in Svizzera ci sono anche tante persone aperte, desiderose che questo paese sia davvero a misura d’uomo e un’oasi per coloro che vi cercano accoglienza. C’è tanta gente che vorrebbe che la Svizzera diventi sempre di più una “Heimat” (una patria-casa), non per appropriarsene egoisticamente, ma da condividere con coloro che si sono man mano aggiunti e con coloro che stanno per arrivare.

Cosa aspetta la Svizzera nel futuro? Cosa le si può augurare in questo ultimo primo agosto del millennio? Nel prossimo secolo ci saranno molti cambiamenti. Forse perderemo la “Vaterland” (terra-padre) integrandoci con i nostri vicini in Europa. L’augurio che possiamo fare a noi stessi è di non perdere mai la patria-madre, la “Heimat”, e di non dovere noi, un giorno, andarcene di qui con poche masserizie su di un carretto, come è successo a quella moltitudine che ci chiede aiuto e accoglienza.

                                                                                   (Silvana Calvo)