AGORA – Nr. 10 – 8 marzo 1995
8 marzo festa della
donna. 8 marzo giorno della mimosa. L’origine della festa della donna viene di
solito presentata come la commemorazione di una lotta operaia in America,
all’inizio del secolo, nel corso della quale vi sarebbero state molte vittime
tra le donne. Molto probabilmente si tratta di un pretesto: la festa della
donna ha radici molto più recenti e risale all’immediato dopoguerra. Quanto
alla mimosa, la sua comparsa si situa in un episodio della resistenza italiana,
quando il Comitato di liberazione di Milano aveva chiesto alla popolazione, in
particolare alle donne, di portare delle mimose sulle tombe del cimitero come
segno di solidarietà per gli antifascisti morti in lotta e come gesto di sfida
verso l’invasore.
Quali che ne siano state
le origini, la festa della donna, e la consuetudine di offrire delle mimose, si
sono affermate e diffuse verso la fine degli anni ’40 quando la sete di emancipazione
delle donne era molto grande e vi era necessità di creare una ricorrenza che
coagulasse intorno a sé la volontà di lotta che era molto viva.
Che cosa significava
allora la mimosa per la donna? Era il simbolo del suo bisogno di parità e di
dignità sia sul piano personale, e all’interno della famiglia, sia nella
società e nel lavoro. Si trattava in molti casi dell’affermazione del diritto
di disporre della propria vita, di poter decidere delle cose che la
riguardavano, senza dover ubbidire alle imposizioni della famiglia o del
marito. Nella società si doveva conquistare il diritto al lavoro e rivendicarne
la valorizzazione, perché il lavoro della donna era per lo più mal considerato
e sottopagato.
Più tardi, verso la fine
degli anni ’60 la mimosa è passata in altre mani, ed è diventata il simbolo del
femminismo. Le rivendicazioni sono diventate molto più aggressive e non sempre
sono state capite dalla maggior parte delle donne, specialmente da molte
lavoratrici. Era molto fastidioso per chi doveva lavorare “per necessità”
sentirsi dire da chi voleva lavorare “per realizzarsi” che il lavoro è la
massima aspirazione della donna. Era una beffa sentirsi costrette a considerare
un privilegio il dover stare lontane dai figli per tante ore al giorno mentre
per la verità questo era molto spesso causa di disagio e di dispiacere.
Anche la veemenza e il
linguaggio delle rivendicazioni più estremiste (per esempio la lotta contro la
fallocrazia) e il disprezzo per valori nei quali molte donne continuavano a
identificarsi (famiglia, affetti) hanno fatto in modo che il movimento
femminista, nonostante i molti suoi pregi, e l’indubbia sua importanza nella
storia del costume, sia rimasto piuttosto elitario.
Ora del movimento
femminista non è più rimasto molto e la mimosa è di nuovo trasmigrata. È stata
adottata dal consumismo. La troviamo ora nei supermercati e negli spot
televisivi. Povera mimosa di plastica. Povero 8 marzo ridotto ad una specie
d’appendice di S.Valentino (festa fasulla per antonomasia).
Ma è proprio da buttare
via la cara tenue mimosa, talismano di tante nostre conquiste? Ci sono donne
che forse hanno ancora molto bisogno di lei. Pensiamo alle donne di molte parti
del mondo che ancora devono percorrere tutta la lunga strada
dell’emancipazione. La mimosa vorremmo regalarla loro. Senza supponenza però.
Vorremmo donarla così, semplicemente, con l’augurio che possa ispirarle ed
aiutarle per il bene loro e dei loro popoli.
(Silvana Calvo)