INEDITO, 2002

 

 

Gedeone

 

Nel suo articolo “La scelta di Gedeone” (Journal of the Institute of Romance Studies, 4 – 1996), Alberto Cavaglion, riferendosi in particolare all’episodio di Steinlauf, in “Se questo è un uomo”, propone la tesi secondo cui P.Levi abbia eletto quale referente etico alla sua opera il guerriero biblico che sceglieva i suoi soldati basandosi sul modo nel quale si abbeveravano. Secondo Cavaglion, Gedeone sarebbe impersonato da Steinlauf, vecchio ufficiale prussiano, che esorta P.Levi a lavarsi, non per compiacere i tedeschi, ma a salvaguardia della propria dignità.

Prima di tutto devo ammettere di non avere mai, fino alla lettura del testo di Cavaglion, riflettuto su Gedeone. Per la verità lui e la storia che lo riguarda m’infastidivano. Lo consideravo un signore piuttosto intollerante e noioso: perché quei poveracci, che avevano una gran sete, non potevano bere come garbava loro, senza venir per questo giudicati male e “scartati”?…anzi, fossi stata io Gedeone, pensavo, avrei dato loro il permesso, non solo, di bere a piacimento, ma pure di farsi un bel bagno e una nuotata.

Dunque il primo impatto con la tesi che Gedeone rappresenti, nell’opera di Primo Levi, la figura di riferimento per la dignità dell’uomo, non è stato di condivisione e di approvazione. Allora, per verificare e per provare a capire, ho lasciato girare in testa le immagini evocate dalla storia di Gedeone: i soldati che arrivano esausti ed arsi dalla sete, che vedono la fonte e si gettano a terra a pancia in giù, che immergono con voluttà la testa nell’acqua, che devono avidamente e con gusto…Che c’era di male? Primo Levi come li giudicava? Non li avrebbe certamente visti come negativi, li avrebbe approvati…oppure no?…

A questo punto mi si sono affacciate altre immagini, richiamate dalle precedenti…: “La tregua” (p. 16), “morivano qua e là per le strade fangose, come fulminati, i superstiti più ingordi, i quali, seguendo ciecamente il comando imperioso della nostra antica fame, si erano rimpinzati delle razioni di carne che i russi, tutt’ora impegnati in combattimenti sul fronte non lontano, facevano irregolarmente pervenire al campo: talora poco, talora nulla, talora in folle abbondanza”…e inoltre…”Se questo è un uomo” (p. 212) “Un vecchio ungherese era stato sorpreso così dalla morte. Giaceva irrigidito nell’atto dell’affamato: capo e spalle sotto il cumulo di terra, il ventre nella neve, tendeva le mani alle patate.”… e inoltre… “La tregua” (p. 142) “Ma Daniele non rifiutò: Daniele…trasse un pane, e lo mostrò a quelle larve, e lo depose a terra. Ma pretese che venissero a prenderlo strisciando carponi: il che essi fecero docilmente”.

Adesso Gedeone ha preso corpo e sostanza: ha cessato di essere un personaggio inanimato, ha acquisito uno sguardo, un volto…ma che volto?…eccolo il volto…”La tregua” (p. 79) “La cucina dell’infermeria era gestita da due “maquisardes” parigine, operaie non più giovani, reduci dal Lager anche loro, dove avevano perso i mariti, erano donne taciturne e dolorose, sui cui visi precocemente invecchiati le sofferenze passate e recenti apparivano dominate e contenute dalla energica coscienza morale dei combattenti politici. Una, Simone, serviva alla nostra mensa. Scodellava la minestra una volta, e una seconda. Poi mi guardava, quasi con apprensione: -Vous répétez, jeune homme? – io accennavo timidamente di sì, vergognoso di quella mia voracità animalesca. Sotto lo sguardo severo di Simone, raramente osavo “répéter” una quarta volta.

Non solo Gedeone è presente, è impersonato addirittura in tre figure: Steinlauf, Davide e la maquisarde Simone. Tre persone diverse con atteggiamenti diversi: rigoroso Steinlauf, ferito e spietato Davide, severa, con una grande forza morale, ma “apprensiva” Simone. In questo momento è proprio l’apprensione, il timore di Simone di rimaner delusa (ovvero il timore di P.Levi di deluderla, la “vergogna” della sua “voracità animalesca”) quello che mi turba di più.

C’è pure una quarta figura che richiama Gedeone. Si tratta di Otto (vecchio militante comunista), nel racconto “Il cantore e il veterano” in “Lilit e altri racconti”. In questo caso la dignità dell’uomo si trova associata sia all’atto della pulizia personale, sia all’atto del mangiare.

 

Franti

 

 

Nel suo articolo intitolato “Mnemagoghi e memorisosi. Materiali per una unità didattica” (nella raccolta “Insegnare Auschwitz” a cura di Enzo Traverso, Bollati Boringhieri 1995) Alberto Cavaglion presenta due tipologie di giovane: l’uno, detto “Franti”, rappresenta il ribelle che spavaldamente non accetta il ricordo della Shoah e lo respinge aggressivamente; l’altro denominato “L’ultimo allievo di Primo Levi” è invece un tipo impermeabile a qualsiasi stimolo che non provenga da un mondo fantastico popolato da supereroi e videogames.

Se di “Ultimi allievi di Primo Levi” non ne ho incontrati, devo dire, invece, che di “Franti” ce ne sono anche qui da noi, nella Svizzera italiana, e parlano con un linguaggio da “leghista” contro tutti gli stranieri, i profughi, gli jugoslavi, i neri, i turchi (ultimamente, dopo lo scandalo dell’oro, anche contro gli ebrei) e contro chi altro non fa parte del “noi” nostranticinese nel quale si compiacciono di identificarsi completamente. Spesso, se provengono da famiglie progressiste o di sinistra, lo fanno anche per opposizione e reazione, in altri casi lo fanno per ignoranza, o per valorizzare la propria mediocrità. All’inizio lo fanno più che altro per provocazione, ma a furia di ripetere le loro idiozie finiscono per autoconvincersi: diventano schiavi della loro stessa retorica, e a poco a poco finiscono con l’incarnarsi completamente nello squallido personaggio di cui all’inizio recitavano soltanto la parte.

Detto questo, sarebbero opportune alcune osservazioni generali, che riguardano le difficoltà che s’incontrano dialogando con questi ragazzi, perché facilmente avviene un capovolgimento dei valori: le cose non sembrano più ciò che in realtà sono, ma il loro contrario. Per esempio le affermazioni brutalmente e spudoratamente egoistiche sembrano “la forza”, “la sincerità”, mentre i richiami alla realtà, alla solidarietà umana, all’accettazione dell’altro, sembrano “la debolezza”, “l’ipocrisia”. Questo noi sappiamo che non è vero, ma ci troviamo spesso imbarazzati e in difficoltà come se ci trovassimo noi dalla parte del torto, mentre i ragazzi sono affascinati da atteggiamenti che loro reputano spregiudicati e “vincenti”. Questo vale specialmente per quelli che provengono da famiglie di sinistra, i quali sembrano ansiosi di aderire ad una mentalità ritenuta opposta, che, secondo loro, li metterà al riparo dalle delusioni e dalle crisi di coscienza e di identità che hanno afflitto i loro genitori.

 

Primo Levi e la shoah

 

In occasione della conferenza tenuta all’Università di Lugano per il Movimento Contro il Razzismo e la Xenofobia (per il ciclo “La memoria”) il 20 ottobre 1999, ma anche in vari articoli o altri interventi a convegni e congressi, Alberto Cavaglion si è posto una domanda:

Perché, nel 1963, Primo Levi ha pensato che fosse per lui bene non occuparsi più di shoah, ma di farfalle, ibernazioni, centauri ecc.?

Questo che segue è un contributo alla ricerca della risposta a questa domanda.

 

…mi si sono affollate alla mente molte risposte: ho cercato di ordinarle e le elenco qui di seguito a modo di scaletta.

 

·        Il fatto che generalmente non veniva capito il reale significato della testimonianza di P.Levi. Anche quando veniva letta con commossa partecipazione alla grande tragedia, essa veniva troppo spesso usata (strumentalizzata!) in funzione di supporto e conferma delle proprie scelte ideologiche-politiche. ***

·        Da parte di molti non si è capita la vera essenza delle forze in gioco: non si è capita la centralità della Shoah nella storia di questo secolo…forse addirittura come apice di un processo durato 2000 anni.***

·        La sensazione che, comunque, chi non è stato in Lager “non può capire”. La difficoltà di far percepire il significato di ”dignità”, e di “offesa della dignità”. ***

·        Il clima celebrativo della Resistenza considerata però in modo limitativo alla guerra partigiana con conseguente “esclusione” di P.Levi dalla categoria dei combattenti.***

·        La sua marginalità nel mondo della “cultura”. Il disturbo che la voce di P.Levi provocava nel coro glorioso degli intellettuali nei primi anni sessanta.

·        Problemi riguardanti il ruolo di padre (vedi intervista a P.Levi di Edith Bruck: pag. 269, Belpoliti, “Primo Levi”, Einaudi). Anche altrove viene riferito che P.Levi tentò di parlare ai figli del Lager, ma che gli stessi fuggirono piangendo…questo quando avevano l’età di 14 o 15 anni, quindi coincide il periodo…circa verso il 1963, per la figlia maggiore.

·        Il desiderio di P.Levi di essere felice. Scrivendo di altre cose (“La Chiave a stella”, “Il sistema periodico” ecc.) ha potuto provare a volte della gioia autentica: che sia autentica è provato dal fatto che sia riuscito a trasmettere la medesima al lettore…questo è un campo dove non è possibile barare.

·        L’innata intelligenza, curiosità, ed arguzia di P.Levi, i suoi interessi variegati che in un modo o in un altro dovevano trovare uno sbocco.

 

Vi erano, per contro, nello stesso tempo, forti “pressioni” a favore di una continuazione a scrivere sull’argomento Lager, proporrei le seguenti:

 

·        Un sentimento di obbligo di testimonianza in nome dei sommersi. Il sentimento di “colpa” di essere un salvato

·        Il dovere storico di comunicare tutto quanto di cui era a conoscenza. La coscienza che quanto avvenuto era di tale natura e dimensione per cui non era lecito tacere.

·        Il dovere di mettere “in guardia” verso il ripetersi di eventi simili.

·        Il desiderio di P.Levi di capire, e far capire, fino in fondo quanto era avvenuto.

·        Le risposte poste sopra con il segno ***: a complicare ulteriormente c’è il fatto che queste motivazioni da una parte portavano verso l’abbandono per scoraggiamento, dall’altra parte però spingevano nella direzione opposta, ossia verso una ripresa dell’argomento nella speranza di riuscire infine a farsi capire.

 

Sono motivazioni in contraddizione tra di loro, come contraddittoria appare, da questo punto di vista, la produzione post-1963 di P.Levi. Infatti, nonostante il proposito di non parlarne più, vi è una continua irruzione del Lager: talvolta in forma esplicita (vedi gli scritti identificati che si possono considerare continuazioni e ramificazioni di “Se questo è un uomo”) e talvolta in modo larvato (come nella “Bella addormentata nel frigo”, “Il passa-muri”, “Vilny” e altri) dove non ve ne è traccia nel contenuto palese, ma vi è una tangibile trasmissione di “angoscia sottile”, angoscia prodotta verosimilmente dal veleno del Lager. Sarebbe interessante appurare se quest’ultima sensazione di angoscia sia una percezione che hanno avuto anche altri lettori, oppure o se si tratti invece semplicemente di un’idea di chi scrive.

                                                                               (Silvana Calvo)