AGORA
N.9 – novembre 1999
Una ragazza ebrea
interprete dei tedeschi
INTERVISTA A ROSEMARIE WILDI BENEDICT
Signora Rosemarie
Wildi-Benedict, il suo libro è uscito adesso dopo tanti anni dalla fine
della guerra, però non è che sia nato adesso. Com’è stato?
È stato che dopo la
guerra, in un primo tempo, io non raccontavo niente a nessuno, non so ancora
oggi se era paura di essere offesa, di essere trattata da “sporca ebrea” come
si diceva prima. Un po’ più tardi ho cominciato a raccontare sporadicamente
quello che avevo vissuto specialmente ai miei scolari e mi sono accorta che
ascoltavano con molta attenzione e poi ne parlavano a casa. In seguito nel 1975
c’è stato l’incontro con Primo Levi in casa di amici torinesi. Per tutta la
serata mi ha interrogata e si è fatto raccontare ogni cosa con tanti dettagli,
voleva sapere tutto di come avevo fatto a cavarmela. Alle due di notte finalmente
ha detto: “Sai queste cose devi scriverle perché le hai vissute solo tu” Con
questo mi ha messo una pulce nell’orecchio, però mi chiedevo cosa poi ne avrei
fatto di quanto avessi scritto. Poi son passati alcuni anni ed un giorno ho
ricevuto una circolare da un anziano signore di origine fiumana, il Sig.
Teodoro Morgani (che prima si chiamava Morgenstern) un commerciante che viveva
a Genova. Nella sua lettera chiedeva a noi ebrei fiumani sopravvissuti
all’Olocausto di scrivere le nostre testimonianze e diceva: “Siamo gli ultimi a poter raccontare, le
persone che sono scampate allo shoah devono dare testimonianza.” E aggiungeva
“presto, fate presto, scrivete subito”. Aveva scritto settanta di queste
circolari e ricevuto venti risposte, alcune brevissime. Io mi son buttata a
scrivere affannosamente, il mio testo intitolato “Le mie piccole memorie 1939-
La pubblicazione del
libro è pure avvenuta in un modo imprevisto. Un mio conoscente, il dott.
Alberto Bersani, nel
Lei ha
scritto della sua vita in un periodo brutto, pieno di insidie, di avventure, di
pericoli. Nel libro appare come una persona molto ottimista noncurante dei
pericoli: ripensandoci dopo non ha provato mai paura o angoscia retrospettiva?
Sì, qualche volta sì, ne
parla anche Levi nella sua lettera delle paure retrospettive. Ma allora ero
giovane, c’era ingenuità, spensieratezza, ottimismo. Ancora oggi sono troppo
ottimista.
Per un importante
periodo della sua vita Lei ha avuto intorno a sé il veleno del nazifascismo e
dell’odio razziale, nello stesso tempo però ha anche trovato della solidarietà.
Sia l’uno sia l’altra hanno lasciato tracce nel suo animo di donna?
Certamente era una cosa
terribile quel periodo e ha lasciato un segno, ma la solidarietà è una cosa
bellissima.
Ad un certo
punto Lei è ha contribuito alla lotta di liberazione. E’ stata una scelta
sofferta? Come è giunta a tale decisione?
Quando i tedeschi mi
hanno chiamata a far loro da interprete, perché la signora che lo faceva prima
di me era morta, ho preso subito contatto con i partigiani e ho chiesto che
cosa dovevo fare. Mi hanno risposto “Lo sai tu che cosa devi fare”. E così
grazie specialmente ad un soldato cui piaceva chiacchierare ho potuto avere
delle notizie che erano interessanti per
Sì parecchie e diverse
l’una dall’altra. Ho ricevuto molte lettere e telefonate di persone che si sono
rifatte vive dopo tutti questi anni, tra queste il figlio del segretario di mio
padre, tutte cose simpatiche. Ma vi sono state anche conseguenze assai
significative come per esempio nel caso della nipote del segretario comunale di
Boves avv. De Caroli.
Questa nipote voleva
molto bene allo zio ma c’era un neo: tutti ritenevano che fosse un fascista e
lui non si era mai difeso. Ora dal mio libro la nipote è venuta a sapere che
suo zio ci aveva rilasciato carte d’identità senza fare nessuna domanda, perché
aveva sicuramente capito di cosa si trattava, senza chiedere niente, senza
accettare niente neppure in seguito. Questa rivelazione che lo zio aveva
aiutato i partigiani e una famiglia di ebrei ha reso talmente felice la nipote,
che si è affrettata a recarsi al cimitero a porre una rosa rossa del suo
giardino sulla sua tomba.
Sì è stato importante
perché mi hanno liberato del groppo che avevo, dopo aver scritto non mi pesava
più di dire che ero ebrea, certo se incontravo una persona che non conoscevo,
non dicevo mi chiamo così e sono ebrea, questo no, ma mi ha servito. Se sono
cosciente dell’importanza? Sì, adesso comincio ad esserlo.
Dopo la
guerra Lei si è trasferita in Svizzera? Come vi si è trovata la ragazza piena
di vita che abbiamo conosciuto nel suo libro?
Mi sono laureata in
fisica pura a Torino e poi ho lavorato come assistente al Politecnico di
Torino. Nel 1950 ho conosciuto in Inghilterra il mio primo marito e nel 1951 ci
siamo sposati e ci siamo stabiliti a Schüpfen, che è un paesetto a pochi
chilometri da Berna, e lì è stato un po’ difficile, soprattutto per le regole
di comportamento. Mio marito mi diceva sempre di non dimenticare di salutare
tutte le persone con il nome. In Italia ognuno se la cava con “buon giorno
signora”, “buon giorno dottore”, e invece lì bisognava ricordare il nome: poi
tutte quelle signore anziane, vestite di grigio con lo chignon, mi sembravano
tutte uguali, scambiavo i nomi, facevo pasticci, e insomma quella è stata la
parte meno simpatica, poi mi sono aggiustata, mi sono assimilata.
In Svizzera ha avuto
dei rapporti con gruppi svizzeri o di emigranti italiani sulla base della sua
identità di partigiana e antifascista?
All’inizio no. Più tardi
sì, per diversi anni sono stata socia del Comitato italiano di Aarau e spesso
ho preso la parola alle manifestazioni del 25 aprile.
Lei ha avuto modo di
conoscere Primo Levi. Come se lo ricorda?
Primo Levi era una
persona simpaticissima con molto spirito con molto “humor”, sempre disposto a
scherzare. Ho avuto occasione di conoscerlo bene perché nel 1977 ho organizzato
un giro di sue conferenze in Svizzera presso i diversi comitati della Società
Dante Alighieri. È stato dappertutto un gran successo, ad Aarau erano presenti
ben 212 persone. C’è un aneddoto divertente che vorrei ricordare: siccome gli
avevo chiesto di non lanciarsi in discorsi politici, quando alla fine della
serata un italiano gli chiese “Dottor Levi cosa ne pensa del nostro governo
attuale?” lui ha buttato lì la risposta salomonica “esattamente quello che ne
pensa lei” raccogliendo un applauso extra. Con me è sempre stato molto
cordiale: ci siamo scritti parecchie lettere che conservo ancora insieme con
quella che è pubblicata nel libro e che mi è stata di buon augurio.
I
ricordi di Rosemarie
TRA
PERSECUZIONE E RESISTENZA
È stato pubblicato un paio di mesi
fa un libro di ricordi e riflessioni che copre il periodo che va dalle leggi
razziali del 1938 all’immediato dopoguerra: il titolo è “Rosemarie”, l’autrice
è Rosemarie Wildi Benedict che attualmente vive in Svizzera, ad Aarau. Il
libro, che è stato stampato a Boves per la casa editrice Primalpe di Cuneo,
contiene pure una lettera di Primo Levi e una ricca documentazione storica con
delle note esplicative a cura del giornalista Gianni Martini.

Una recente immagine dell’autrice
Il significato autentico della resistenza
Ci si potrebbe chiedere se sia
necessario un libro come “Rosemarie”; molti libri di testimonianza sono già
stati pubblicati nei decenni seguenti la fine della guerra. Anche se può magari
sembrare strano la risposta è affermativa. Da qualche anno a questa parte
l’atteggiamento verso
Per questo è necessario
rivalutare
Oltre a
guerra partigiana,
Se la si considera così, non come un evento
settoriale ma come un fatto globale, ci si accorge che
La storia di Rosemarie, con il
suo modo diretto, con la sua naturalezza, senza sovrastrutture fumose e priva
di compiacimenti autocelebrativi, è importante perché offre la possibilità di
accostarsi alla Resistenza cogliendone il significato autentico.
Il libro come opera letteraria
Il libro “Rosemarie” va però letto anche come opera letteraria poiché riesce a toccare le corde profonde dell’animo e a trasportare il lettore in una diversa dimensione dove può attingere non solo conoscenza ma anche un arricchimento interiore. La storia in sé è semplice e lineare e dimostra come azioni estremamente coraggiose, se non addirittura eroiche, possono venir compiute da persone in apparenza normali, che hanno la stessa voglia di vita e di gioia, le stesse ingenuità, gli stessi slanci di ognuno.

Carta
d’identità con il cognome Benetti, rilasciata
al
padre di Rosemarie dal Segretario Comunale di
Boves,
Avv. De Caroli
Rosemarie
nasce a Fiume (l’attuale Rijeka) in una famiglia ebrea. Il fascismo e le leggi
razziali creano i primi problemi alla famiglia Benedict: il padre perde il
lavoro, Rosemarie, alla soglia del liceo, non può continuare gli studi, il
fratello per poter adempiere la sua attività scientifica deve emigrare in
America. Con l’arrivo dei tedeschi, la situazione si fa insostenibile: i
Benedict lasciano la loro città e si rifugiano dapprima a Caprino Veronese, ed
in seguito ad Ozegna Canavese, non lontano da Torino, presso la famiglia di un
giovane conosciuto a Fiume. Quando anche lì la situazione diventa troppo
pericolosa per loro, Rosemarie e i genitori cercano scampo a Boves, città
martire. La scelta di Boves non è casuale ma
ragionata:
è risaputo che nella città che ha in precedenza subito ben due eccidi con molti
morti e la distruzione di centinaia di abitazioni, la popolazione
non
coltiva certo sentimenti filotedeschi.
A
Boves, infatti, i Benedict, che hanno ottenuto documenti falsi e si fanno
chiamare Benetti, si sentono protetti e allacciano profonde relazioni di
amicizia con gli abitanti della città. Quando i tedeschi scoprono che
Rosemarie, che tutti ormai chiamano affettuosamente “tota Maria Rosa” sa la
lingua tedesca la chiamano a lavorare per loro come interprete. Inizia così un
periodo molto difficile e pericoloso per la giovane ragazza. Oltre a non far
scoprire a nessun costo la sua origine ebraica deve riuscire a conciliare due
ruoli antitetici, quello palese di traduttrice per i tedeschi e quello nascosto
di membro della Resistenza. Dopo la fine della guerra Rosemarie riprenderà gli
studi a Torino ed in seguito si sposerà e si trasferirà in Svizzera, ad Aarau,
dove è stata docente d’italiano fino a non molti anni fa.

Rosemarie
ai tempi del suo
soggiorno
a Boves
Dopo
aver scritto quelle che lei chiama “le mie piccole memorie” Rosemarie le ha
inviate in visione a Primo Levi che le ha risposto con una affettuosa lettera
di approvazione e incoraggiamento. È una lettera molto bella, non certo di
maniera e di routine.
Dalla
stessa traspare che Primo Levi ha particolarmente apprezzato la naturalezza e
la freschezza del racconto “che si dipana attraverso le maglie strette o larghe
dell’Italia occupata” e vi ha verosimilmente ritrovato lo spirito picaresco che
si respira anche nel-“La tregua” e in “Se non ora, quando?”. Come nei due libri
di Levi, anche nel racconto di Rosemarie (che la salvezza se l’è “mirabilmente
guadagnata”) è l’assunzione di responsabilità e l’inventiva di fronte ai
pericoli, che dà dignità ai protagonisti e si dimostra salvifica.

Primo
Levi
Nel
libro di Rosemarie trovano conferma, e dimostrazione concreta, le riflessioni
su due temi, sui quali Primo Levi si è soffermato in due importanti capitoli
del suo ultimo libro “I sommersi e i salvati”: l’importanza del multilinguismo
e la violenza
inutile.
Nel Lager chi non sapeva il tedesco o il polacco era perduto e votato alla
morte, nel racconto di Rosemarie è la conoscenza delle lingue che le ha
permesso di salvarsi e di contribuire alla lotta di liberazione. Per quanto
riguarda la violenza inutile vi è lo struggente episodio dell’arresto da parte
delle SS della nonna, la quale, ultraottantenne e incapace di reggersi in
piedi, e quindi del tutto inoffensiva per i tedeschi, e comunque ormai prossima
alla morte naturale, viene ciò nonostante strappata dal suo letto d’ospedale e
trascinata sul camion verso la prigionia.
Verso
la fine della lettera Primo Levi esprimeva la speranza di vedere dilatate le
“piccole memorie” in un libro: la pubblicazione di “Rosemarie” è dunque, sia
pure a distanza di anni, la realizzazione di questo suo desiderio.
(Silvana Calvo)