A dieci
anni dalla sua morte, e in concomitanza con l’uscita del film di Rosi “La
tregua” l’attenzione si è focalizzata sulla figura di Primo Levi. E questa è
una cosa buona perché un approfondimento della conoscenza della sua personalità
e della sua opera non è un esercizio accademico, ma una necessità. È, infatti,
inimmaginabile oggi, costruirsi un’identità intellettuale, etica e politica,
senza confrontarsi con la sua testimonianza ed il suo pensiero.
Primo Levi in una foto scattata da Silvio
Ortona il 31 luglio 1983.
Sulla sua dimensione di
testimone, storico e scrittore, si è detto e scritto molto. Tanto rimane invece
da scoprire su Primo Levi uomo e pensatore. Da coloro che l’ hanno incontrato per delle interviste, è stato prevalentemente
descritto come persona esile, fragile, riservata, molto schiva, gentile,
disponibile. Qualcuno ha scorto nei suoi occhi solo tristezza, altri vi hanno
intravisto una luce di divertita ironia.
Dai suoi scritti traspare
un uomo umanissimo, lucido, che non ha avuto paura di misurarsi con temi
difficili, terribilmente intricati e dolorosi, affrontandoli di petto, e da tutte le angolazioni
possibili, e che, con l’analisi profonda e con l’applicazione della ragione, è
riuscito a venirne a capo. Un uomo complesso dalle molte sfaccettature che ha
anche saputo trasmettere gioia, divertimento, stupore, poesia.
Da tutto ciò nasce il
desiderio di conoscere sempre meglio Primo Levi, anche se, come lui stesso affermava,
l’uomo non è un monolite, contiene in sé caratteristiche anche contraddittorie,
non è sempre uguale a sé stesso, muta nel tempo e secondo le circostanze, ed è
fatalmente dissimile da come lo percepiscono le diverse persone che di volta in
volta lo incontrano, per cui “quale poi sia l’immagine vera di ognuno di noi, è
una domanda senza senso” (da “Il ritorno di Lorenzo” in “Lilit”).
Un modo per ricostruire
la personalità di Primo Levi è di interrogare le persone che lo hanno
conosciuto da vicino. Nel capitolo “Oro”, del libro “Il sistema periodico”
Primo Levi parla di un gruppo di amici torinesi che si trovavano con lui a
Milano negli anni cruciali della guerra, ed insieme ai quali ricorda di “essere
maturato in poche settimane più che in tutti i vent’anni precedenti”. Tra di
essi cita l’amico Silvio che era “dottore in legge, ma scriveva un trattato di
filosofia su minuscoli foglietti di carta velina”, Ritroveremo Silvio anche in
un altro racconto (“Fine settimana”, in”Lilit”) alle prese con un Maresciallo
dei Carabinieri ubriaco d’entusiasmo professionale nell’atto di applicare le
norme delle leggi razziali antiebraiche del 1938.
È dunque a questo suo
amico, che è Silvio Ortona, che abbiamo chiesto di aiutarci a conoscere meglio
Primo Levi. Silvio Ortona ci ha ricevuto a casa sua, nel suo studio, a Torino,
insieme alla moglie, Signora Ada Luzzati, cugina di Primo Levi, che di
professione è chimica e che ha lavorato per qualche anno alla Siva, fabbrica di
vernici, di cui l’autore di “Se questo è un uomo” è stato direttore per una
trentina d’anni. È proprio la Signora Luzzati a fornirci un primo tassello per la costruzione del suo
ritratto: “Sul lavoro Primo non aveva per nulla modi autoritari, non alzava mai
la voce ma era molto rispettato da tutti, molto più del padrone stesso, che era
collerico, gridava in continuazione, ma veniva ascoltato molto meno”.
Silvio Ortona, Lei era molto amico di Primo Levi?
Ho
conosciuto Primo Levi a Torino molto tempo prima di Auschwitz. L’amicizia con
lui è diventata stretta e definitiva soprattutto a Milano, durante la guerra,
tra il 1941 e il 1943. Dopo l’otto settembre, e l’invasione tedesca, ci siamo
divisi e persi di vista. Io sono entrato nella Resistenza, sono stato
comandante partigiano nel Biellese. Lui, invece, dopo una breve parentesi nella
Resistenza, come sappiamo, è stato catturato dai fascisti, consegnato ai
tedeschi e deportato ad Auschwitz. Alla fine della guerra mi sono stabilito a
Vercelli e per questo ho avuto modo di incontrare Primo solo saltuariamente. Ho
però avuto occasione di seguire, anche se un po’ da lontano, la gestazione di
“Se questo è un uomo” (che allora non aveva ancora titolo). Primo veniva
talvolta a visitarci e faceva leggere a me ed a mia moglie Ada Della Torre, ora
scomparsa, che pure era sua cugina, le stesure non definitive dei vari
capitoli. Siccome allora ero redattore del settimanale della Federazione
Comunista di Vercelli, gli ho chiesto, ed ottenuto, di pubblicare questi testi
in anteprima. Fui così il suo primo editore. Nel 1963 sono tornato
definitivamente a Torino ed ho potuto riannodare con Primo contatti più
frequenti. Abbiamo avuto modo di incontrarci spesso in casa, con amici, ed
abbiamo fatto insieme molte escursioni in montagna, oppure, specialmente negli
ultimi anni, ci siamo trovati per un pranzo ed una conversazione al ristorante
Aladino che si trova a metà strada dalle nostre case. In sostanza la nostra è
stata un’amicizia durata quasi cinquant’anni, fino alla fine della sua vita.
Una caricatura dell’amico Eugenio Gentili Tedeschi:
Silvio Ortona (riconoscibile per l’alta statura) e Primo
Levi vestiti ed attrezzati per una scalata in montagna..
Lei, che era dottor in legge ma scriveva un trattato di filosofia su
minuscoli fogli di carta velina, dopo la guerra ha poi fatto l’avvocato o il
filosofo? È stato anche in Parlamento, non è vero?
Né l’uno n’è
l’altro, dopo la Resistenza mi sono dedicato all’attività politica e sindacale.
Sì, sono stato deputato alla Camera per il Partito Comunista Italiano dal 1948
al 1958.
Com’era Primo Levi come persona?
Aveva
interessi intellettuali molto vasti, e da noi amici era considerato una specie
di enciclopedia di alto livello, anche divertente: ci piaceva consultarlo su
tutti i temi immaginabili, anche i più sottili, perché da ogni piccolo evento
naturale, da ogni oggetto sapeva trarre connessioni di poesia, di ironia e di
alta cultura. Era un uomo razionale e sereno, soddisfatto della sua vita, del
suo lavoro, e del successo dei suoi libri. Primo Levi non era ossessionato dalla
sua esperienza, ma lo ricordo invece voglioso di capire ed analizzare a fondo
quello che era successo. Non era legato angosciosamente al suo passato nel
Lager, ma si interessava molto alla politica e ai fatti del momento. Penso che
sia sbagliato voler ricostruire la vita d Primo Levi partendo dalla sua morte.
Tutti dicono che Primo Levi si è suicidato sopraffatto dalla sofferenza causata
dalla sua esperienza nel Lager. Questo è inevitabile, ma sbagliato. Se io
avessi solo letto i suoi libri e non lo avessi invece conosciuto come persona,
penserei anch’io così. Ma questo non corrisponde al vero. Fino a poco prima di
morire egli era sereno. Ricordo per esempio una gita in montagna, all’inizio
dell’autunno 1986, (pochi mesi prima della sua morte) alla quale ha partecipato
anche Bianca Guidetti Serra. Fino ad allora era stato bene ed era del tutto
tranquillo. Da allora in avanti è stato male e si è ammalato in modo molto
grave. È a causa della malattia che è successo, non per quello che tutti
dicono.
Primo Levi in montagna (foto scattata da S. Ortona)
Lei dice che si interessava di politica. Che rapporto aveva con la
politica?
Primo Levi non ha mai aderito a
nessun partito od organizzazione, ma era un uomo con convinte opinioni di
sinistra. Per capire Primo Levi bisogna tener conto di questo. Non ha mai fatto
mistero delle sue convinzioni. Il suo giudizio sul fascismo che si può leggere
nel capitolo “Oro” in “Il sistema periodico” documenta la sua posizione
politico-culturale [“…il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e
improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato
l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato
come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione
di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul
silenzio imposto a chi pensa e non vuol essere servo, sulla menzogna
sistematica e calcolata”]. Anche nel suo libro “La chiave a stella”, in un
capitolo che ha, come mi ha confidato, inserito appositamente allo scopo,
espone le sue convinzioni riguardo al lavoro esprimendo l’amara consapevolezza
dell’esistenza dello sfruttamento, ma opponendosi anche al vezzo, allora
diffuso, di disprezzare il lavoro in sé come fosse cosa vile. Cito il
passaggio, quasi di ispirazione gramsciana: ”Se si escludono istanti prodigiosi
e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che
purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione
concreta alla felicità sulla terra”.
Di fronte alla religione come si poneva?
Era laico e non credente. Su
questo era profondamente convinto e non ha mai avuto il minimo dubbio.
L’esperienza di Auschwitz ha rinforzato questa sua convinzione: “se Auschwitz è
esistita, Dio non può esistere”. A questo proposito ricordo la fortissima frase
che si può leggere in “Se questo è un uomo”: “Se io fossi Dio, sputerei a terra
la preghiera di Kuhn” che pregava per ringraziare di essere stato risparmiato
dalla selezione che ha portato alle camere a gas molti loro compagni.
Non ha mai
avuto crisi. Volergli attribuire un tormento religioso (come cerca di insinuare
Ferdinando Camon, insistendo su una frase aggiunta a matita ad un
dattiloscritto) è fuorviante. Primo era anzi orgoglioso di aver saputo
resistere, in momenti molto difficili per lui, alla tentazione di chiedere
soccorso alla fede, cedimento che lui considerava, come ha scritto anche nel
libro “I Sommersi ed i salvati”, la “massima empietà di cui un non credente sia
capace”. Primo non frequentava, come me del resto, la Sinagoga, salvo per
qualche celebrazione di defunti. A proposito della Sinagoga di Torino è
interessante il fatto che una volta la strada sulla quale si affaccia era
denominata Via S. Pio V, cosa alquanto paradossale, se si pensa che questo papa
è stato nel ‘500 uno dei peggiori persecutori degli ebrei. Oggi il tratto
davanti alla Sinagoga si chiama invece Piazzetta Primo Levi e, se si guarda
bene, anche questo è un po’ bizzarro, in quanto è dedicata ad un ebreo che però
non era credente.
Quali erano i temi che lo preoccupavano?
Negli ultimi
tempi ha molto riflettuto sull’uso cattivo della scienza. Ha elaborato l’idea
di chiedere agli scienziati un giuramento sul tipo di quello di Ippocrate in uso per i medici, che dovrebbe impegnarli ad
astenersi da ricerche e realizzazioni che fanno danno all’umanità e di
dedicarsi invece a quanto porta vantaggio. Era anche molto preoccupato per
Israele. Come tutti gli ebrei sentiva un legame perché “la storia antica ci
unisce”. Però è stato molto polemico riguardo all’invasione del Libano e per
questo è stato molto criticato dagli ambienti ebraici di destra degli Stati
Uniti e anche italiani. Naturalmente lo indisponevano molto anche le posizioni
dei revisionisti storici, quali Faurisson e Nolte, che erano volte a negare
l’esistenza dei Lager, od a stravolgerne il significato.
Parlavate anche dei temi dei suoi libri?
Sì, certo, parlavamo anche di
questo. Il suo era uno sforzo di rispondere con la ragione all’irrazionalità.
Cercava le cause oggettive che provocano il salto verso il razzismo. Credeva
fortemente nella ragione. Ho spesso parlato con lui, nel periodo nel quale ha
scritto “I sommersi e i salvati”, e non ho mai percepito disperazione, ma una seria
ricerca teorica razionale. Non è vero che alla fine il nazismo e il Lager
abbiano avuto la meglio, abbiano sconfitto Primo Levi. Il mio ricordo dice che
la sua vita e la sua opera trasmettono un messaggio necessario sempre: che alla
fine la ragione umana può vincere.
In
questo periodo molti parlano di lui…
A parte i vecchi amici (quelli
coi quali ha passato i mesi di Milano) e la Bianca Guidetti Serra, Primo Levi
ha avuto una grande amicizia Per Edith Bruck, Mario Rigoni Stern, Rita Levi
Montalcini, Nuto Revelli, Lidia Rolfi. Molti altri oggi affermano di aver avuto
rapporti privilegiati con lui. Alcuni pretendono persino di essere i portavoce
di Primo Levi. Ferdinando Camon, per esempio, bisogna dargli atto di avere
fatto una buonissima intervista, ma il tutto finisce lì. Anche con il Rabbino
Toaf, per quel che ne so io, non ha mai avuto rapporti di amicizia, per cui la
recente rivelazione di una telefonata di Primo Levi, pochi minuti prima di
morire, che gli preannunciava il tragico gesto mi lascia per lo meno perplesso.
Proprio mentre già ci stavamo accomiatando,
Silvio Ortona ha attirato la nostra attenzione su di un altro aspetto
sorprendente e poco noto della personalità di Primo Levi: ci ha indicato un
grande coccodrillo, fatto con del filo metallico, che sembrava incedere col suo
passo sinuoso sulla parete dello studio. “Questo l’ ha fatto Primo e me
l’ha regalato. Gli piaceva costruire
degli animali con i cavetti di rame smaltati con la vernice prodotta nella sua
fabbrica. Interessante, vero?”.
(Silvana Calvo)
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l’articolo Il ricordo di Silvio Ortona