LA PAGINA – AGORA – maggio 1997

Primo Levi nel ricordo dell’amico Silvio Ortona

 

Alla fine la ragione

umana può vincere

 


A dieci anni dalla sua morte, e in concomitanza con l’uscita del film di Rosi “La tregua” l’attenzione si è focalizzata sulla figura di Primo Levi. E questa è una cosa buona perché un approfondimento della conoscenza della sua personalità e della sua opera non è un esercizio accademico, ma una necessità. È, infatti, inimmaginabile oggi, costruirsi un’identità intellettuale, etica e politica, senza confrontarsi con la sua testimonianza ed il suo pensiero.

 

 

Primo Levi in una foto scattata da Silvio

Ortona il 31 luglio 1983.

 


Sulla sua dimensione di testimone, storico e scrittore, si è detto e scritto molto. Tanto rimane invece da scoprire su Primo Levi uomo e pensatore. Da coloro che l’ hanno incontrato per delle interviste, è stato prevalentemente descritto come persona esile, fragile, riservata, molto schiva, gentile, disponibile. Qualcuno ha scorto nei suoi occhi solo tristezza, altri vi hanno intravisto una luce di divertita ironia.

Dai suoi scritti traspare un uomo umanissimo, lucido, che non ha avuto paura di misurarsi con temi difficili, terribilmente intricati e dolorosi, affrontandoli di petto, e da tutte le angolazioni possibili, e che, con l’analisi profonda e con l’applicazione della ragione, è riuscito a venirne a capo. Un uomo complesso dalle molte sfaccettature che ha anche saputo trasmettere gioia, divertimento, stupore, poesia.

Da tutto ciò nasce il desiderio di conoscere sempre meglio Primo Levi, anche se, come lui stesso affermava, l’uomo non è un monolite, contiene in sé caratteristiche anche contraddittorie, non è sempre uguale a sé stesso, muta nel tempo e secondo le circostanze, ed è fatalmente dissimile da come lo percepiscono le diverse persone che di volta in volta lo incontrano, per cui “quale poi sia l’immagine vera di ognuno di noi, è una domanda senza senso” (da “Il ritorno di Lorenzo” in “Lilit”).

Un modo per ricostruire la personalità di Primo Levi è di interrogare le persone che lo hanno conosciuto da vicino. Nel capitolo “Oro”, del libro “Il sistema periodico” Primo Levi parla di un gruppo di amici torinesi che si trovavano con lui a Milano negli anni cruciali della guerra, ed insieme ai quali ricorda di “essere maturato in poche settimane più che in tutti i vent’anni precedenti”. Tra di essi cita l’amico Silvio che era “dottore in legge, ma scriveva un trattato di filosofia su minuscoli foglietti di carta velina”, Ritroveremo Silvio anche in un altro racconto (“Fine settimana”, in”Lilit”) alle prese con un Maresciallo dei Carabinieri ubriaco d’entusiasmo professionale nell’atto di applicare le norme delle leggi razziali antiebraiche del 1938.

È dunque a questo suo amico, che è Silvio Ortona, che abbiamo chiesto di aiutarci a conoscere meglio Primo Levi. Silvio Ortona ci ha ricevuto a casa sua, nel suo studio, a Torino, insieme alla moglie, Signora Ada Luzzati, cugina di Primo Levi, che di professione è chimica e che ha lavorato per qualche anno alla Siva, fabbrica di vernici, di cui l’autore di “Se questo è un uomo” è stato direttore per una trentina d’anni. È proprio la Signora Luzzati a fornirci  un primo tassello per la costruzione del suo ritratto: “Sul lavoro Primo non aveva per nulla modi autoritari, non alzava mai la voce ma era molto rispettato da tutti, molto più del padrone stesso, che era collerico, gridava in continuazione, ma veniva ascoltato molto meno”.

 

 

Silvio Ortona, Lei era molto amico di Primo Levi?

Ho conosciuto Primo Levi a Torino molto tempo prima di Auschwitz. L’amicizia con lui è diventata stretta e definitiva soprattutto a Milano, durante la guerra, tra il 1941 e il 1943. Dopo l’otto settembre, e l’invasione tedesca, ci siamo divisi e persi di vista. Io sono entrato nella Resistenza, sono stato comandante partigiano nel Biellese. Lui, invece, dopo una breve parentesi nella Resistenza, come sappiamo, è stato catturato dai fascisti, consegnato ai tedeschi e deportato ad Auschwitz. Alla fine della guerra mi sono stabilito a Vercelli e per questo ho avuto modo di incontrare Primo solo saltuariamente. Ho però avuto occasione di seguire, anche se un po’ da lontano, la gestazione di “Se questo è un uomo” (che allora non aveva ancora titolo). Primo veniva talvolta a visitarci e faceva leggere a me ed a mia moglie Ada Della Torre, ora scomparsa, che pure era sua cugina, le stesure non definitive dei vari capitoli. Siccome allora ero redattore del settimanale della Federazione Comunista di Vercelli, gli ho chiesto, ed ottenuto, di pubblicare questi testi in anteprima. Fui così il suo primo editore. Nel 1963 sono tornato definitivamente a Torino ed ho potuto riannodare con Primo contatti più frequenti. Abbiamo avuto modo di incontrarci spesso in casa, con amici, ed abbiamo fatto insieme molte escursioni in montagna, oppure, specialmente negli ultimi anni, ci siamo trovati per un pranzo ed una conversazione al ristorante Aladino che si trova a metà strada dalle nostre case. In sostanza la nostra è stata un’amicizia durata quasi cinquant’anni, fino alla fine della sua vita.

 

Una caricatura dell’amico Eugenio Gentili Tedeschi:

Silvio Ortona (riconoscibile per l’alta statura) e Primo

Levi vestiti ed attrezzati per una scalata in montagna..

 

Lei, che era dottor in legge ma scriveva un trattato di filosofia su minuscoli fogli di carta velina, dopo la guerra ha poi fatto l’avvocato o il filosofo? È stato anche in Parlamento, non è vero?

Né l’uno n’è l’altro, dopo la Resistenza mi sono dedicato all’attività politica e sindacale. Sì, sono stato deputato alla Camera per il Partito Comunista Italiano dal 1948 al 1958.

 

Com’era Primo Levi come persona?

Aveva interessi intellettuali molto vasti, e da noi amici era considerato una specie di enciclopedia di alto livello, anche divertente: ci piaceva consultarlo su tutti i temi immaginabili, anche i più sottili, perché da ogni piccolo evento naturale, da ogni oggetto sapeva trarre connessioni di poesia, di ironia e di alta cultura. Era un uomo razionale e sereno, soddisfatto della sua vita, del suo lavoro, e del successo dei suoi libri. Primo Levi non era ossessionato dalla sua esperienza, ma lo ricordo invece voglioso di capire ed analizzare a fondo quello che era successo. Non era legato angosciosamente al suo passato nel Lager, ma si interessava molto alla politica e ai fatti del momento. Penso che sia sbagliato voler ricostruire la vita d Primo Levi partendo dalla sua morte. Tutti dicono che Primo Levi si è suicidato sopraffatto dalla sofferenza causata dalla sua esperienza nel Lager. Questo è inevitabile, ma sbagliato. Se io avessi solo letto i suoi libri e non lo avessi invece conosciuto come persona, penserei anch’io così. Ma questo non corrisponde al vero. Fino a poco prima di morire egli era sereno. Ricordo per esempio una gita in montagna, all’inizio dell’autunno 1986, (pochi mesi prima della sua morte) alla quale ha partecipato anche Bianca Guidetti Serra. Fino ad allora era stato bene ed era del tutto tranquillo. Da allora in avanti è stato male e si è ammalato in modo molto grave. È a causa della malattia che è successo, non per quello che tutti dicono.

 

Primo Levi in montagna (foto scattata da S. Ortona)

 

Lei dice che si interessava di politica. Che rapporto aveva con la politica?

Primo Levi non ha mai aderito a nessun partito od organizzazione, ma era un uomo con convinte opinioni di sinistra. Per capire Primo Levi bisogna tener conto di questo. Non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni. Il suo giudizio sul fascismo che si può leggere nel capitolo “Oro” in “Il sistema periodico” documenta la sua posizione politico-culturale [“…il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuol essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata”]. Anche nel suo libro “La chiave a stella”, in un capitolo che ha, come mi ha confidato, inserito appositamente allo scopo, espone le sue convinzioni riguardo al lavoro esprimendo l’amara consapevolezza dell’esistenza dello sfruttamento, ma opponendosi anche al vezzo, allora diffuso, di disprezzare il lavoro in sé come fosse cosa vile. Cito il passaggio, quasi di ispirazione gramsciana: ”Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.

 

Di fronte alla religione come si poneva?

Era laico e non credente. Su questo era profondamente convinto e non ha mai avuto il minimo dubbio. L’esperienza di Auschwitz ha rinforzato questa sua convinzione: “se Auschwitz è esistita, Dio non può esistere”. A questo proposito ricordo la fortissima frase che si può leggere in “Se questo è un uomo”: “Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn” che pregava per ringraziare di essere stato risparmiato dalla selezione che ha portato alle camere a gas molti loro compagni.

Non ha mai avuto crisi. Volergli attribuire un tormento religioso (come cerca di insinuare Ferdinando Camon, insistendo su una frase aggiunta a matita ad un dattiloscritto) è fuorviante. Primo era anzi orgoglioso di aver saputo resistere, in momenti molto difficili per lui, alla tentazione di chiedere soccorso alla fede, cedimento che lui considerava, come ha scritto anche nel libro “I Sommersi ed i salvati”, la “massima empietà di cui un non credente sia capace”. Primo non frequentava, come me del resto, la Sinagoga, salvo per qualche celebrazione di defunti. A proposito della Sinagoga di Torino è interessante il fatto che una volta la strada sulla quale si affaccia era denominata Via S. Pio V, cosa alquanto paradossale, se si pensa che questo papa è stato nel ‘500 uno dei peggiori persecutori degli ebrei. Oggi il tratto davanti alla Sinagoga si chiama invece Piazzetta Primo Levi e, se si guarda bene, anche questo è un po’ bizzarro, in quanto è dedicata ad un ebreo che però non era credente.


 


Quali erano i temi che lo preoccupavano?

Negli ultimi tempi ha molto riflettuto sull’uso cattivo della scienza. Ha elaborato l’idea di chiedere agli scienziati un giuramento sul tipo di quello di Ippocrate in uso per i medici, che dovrebbe impegnarli ad astenersi da ricerche e realizzazioni che fanno danno all’umanità e di dedicarsi invece a quanto porta vantaggio. Era anche molto preoccupato per Israele. Come tutti gli ebrei sentiva un legame perché “la storia antica ci unisce”. Però è stato molto polemico riguardo all’invasione del Libano e per questo è stato molto criticato dagli ambienti ebraici di destra degli Stati Uniti e anche italiani. Naturalmente lo indisponevano molto anche le posizioni dei revisionisti storici, quali Faurisson e Nolte, che erano volte a negare l’esistenza dei Lager, od a stravolgerne il significato.

 

Parlavate anche dei temi dei suoi libri?

Sì, certo, parlavamo anche di questo. Il suo era uno sforzo di rispondere con la ragione all’irrazionalità. Cercava le cause oggettive che provocano il salto verso il razzismo. Credeva fortemente nella ragione. Ho spesso parlato con lui, nel periodo nel quale ha scritto “I sommersi e i salvati”, e non ho mai percepito disperazione, ma una seria ricerca teorica razionale. Non è vero che alla fine il nazismo e il Lager abbiano avuto la meglio, abbiano sconfitto Primo Levi. Il mio ricordo dice che la sua vita e la sua opera trasmettono un messaggio necessario sempre: che alla fine la ragione umana può vincere.

 

In questo periodo molti parlano di lui…

A parte i vecchi amici (quelli coi quali ha passato i mesi di Milano) e la Bianca Guidetti Serra, Primo Levi ha avuto una grande amicizia Per Edith Bruck, Mario Rigoni Stern, Rita Levi Montalcini, Nuto Revelli, Lidia Rolfi. Molti altri oggi affermano di aver avuto rapporti privilegiati con lui. Alcuni pretendono persino di essere i portavoce di Primo Levi. Ferdinando Camon, per esempio, bisogna dargli atto di avere fatto una buonissima intervista, ma il tutto finisce lì. Anche con il Rabbino Toaf, per quel che ne so io, non ha mai avuto rapporti di amicizia, per cui la recente rivelazione di una telefonata di Primo Levi, pochi minuti prima di morire, che gli preannunciava il tragico gesto mi lascia per lo meno perplesso.

 

Proprio mentre già ci stavamo accomiatando, Silvio Ortona ha attirato la nostra attenzione su di un altro aspetto sorprendente e poco noto della personalità di Primo Levi: ci ha indicato un grande coccodrillo, fatto con del filo metallico, che sembrava incedere col suo passo sinuoso sulla parete dello studio. “Questo l’ ha fatto Primo e me l’ha regalato.  Gli piaceva costruire degli animali con i cavetti di rame smaltati con la vernice prodotta nella sua fabbrica. Interessante, vero?”.

                                                                                 (Silvana Calvo)

Leggi l’articolo Il ricordo di Silvio Ortona