AGORA – ottobre 1998

 

 

 

 

 

 

Un secolo vissuto con coerenza

 

 

 

 

 

 

Vittorio Foa

protagonista e testimone

 

 

Che Vittorio Foa sia stato un protagonista di questo secolo di storia si può verificare scorrendo la sua biografia. Dopo aver, nell’infanzia, assorbito l’atmosfera della prima guerra mondiale, ha assistito giovanetto all’ascesa e al trionfo del fascismo. Poco più che adolescente ha iniziato ad opporsi al fascismo nelle file di Giustizia e Libertà. Nel 1935, a 25 anni, è stato condannato a dodici anni di carcere per cospirazione antifascista (ne sconterà effettivamente otto perché verrà liberato nel 1943, su pressione degli scioperi di Torino, poco prima dell’invasione tedesca). In quel periodo sulla sua famiglia ha pesato anche la campagna razziale. La resistenza lo vede come dirigente partigiano, in quello che Vittorio Foa, nel suo libro Il cavallo e la torre definisce il punto alto della sua vita, cioè un momento, o una fase di realizzazione, un riferimento su cui misurare me stesso. Nell’immediato dopoguerra diventa un protagonista della politica. Vittorio Foa è stato membro dell’Assemblea Costituente e poi parlamentare del Partito Socialista e del PSIUP, e in seguito senatore Indipendente di sinistra e poi del PDS. Come dirigente sindacale nella CGIL e nella FIOM ha lasciato un ricordo vivo: il suo ruolo nelle lotte operaie, specialmente alla Fiat, è di quelli che lasciano il segno.

Vittorio Foa non è stato solo protagonista, è stato anche testimone in quanto negli anni recenti ha sentito il bisogno di riconsiderare e riflettere su tutto il suo percorso umano e politico. Il risultato di questo lavoro di elaborazione sono i suoi libri La Gerusalemme rimandata, Il cavallo e la torre e Questo novecento, seguiti dalla pubblicazione delle sue lettere dal carcere. Per chi ha la passione della lettura ogni tanto vi è la sorpresa di trovare Vittorio Foa all’interno di opere letterarie o autobiografiche di altri autori. Lo si trova nel libro di Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, ne Il mio ghetto di Sion Segre Armar, e in L’orologio di Carlo Levi. Se gli si chiede che effetto faccia essere anche un personaggio letterario all’interno della cultura, e gli si fa notare che in queste occasioni egli si trova sempre un po’ nello sfondo, costituendo però un punto di riferimento etico e civile, risponde di non aver percepito di ricoprire in quei casi un ruolo specifico, ma che, quando incontra se stesso in qualche libro, trova la cosa un po’ strana, ma gli fa piacere.

Carlo Levi, scrittore (conosciuto principalmente per il suo libro Cristo si è fermato a Eboli) e pittore, ha fatto di Vittorio Foa giovane due ritratti, uno pittorico che si trova ora riprodotto sulla copertina del libro Lettere della giovinezza e uno letterario che si può leggere nel suo romanzo storico-politico L’orologio. Riferendosi a lui e ad Altiero Spinelli nel periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale, Carlo Levi si è così espresso:

Erano i due più giovani capi politici del partito; nei loro volti splendeva l’ingegno e una nobile volontà, la fiducia in sé e nel mondo pareva renderli ancora più giovani dei loro anni. Non avevano ancora avuto il tempo di guastarsi, di lasciarsi prendere in nessun ingranaggio, di chiudersi, come avviene di solito anche ai migliori uomini politici. Avevano entrambi passato in prigione moltissimi anni, tutta la giovinezza; e ne erano usciti mentre tutto il paese era fuori d’ogni legge consueta, in piena guerra civile. Avevano combattuto, avevano parlato e pensato, si erano trovati a guidare e a dirigere altri uomini, senza aver, mai, il tempo di guardarli, di toccare le cose ferme, di volgersi attorno. Erano ancora pieni della strana santità delle carceri, disumana e rarefatta come l’aria delle alture; liberi in quel modo in cui si può esserlo soltanto fra le quattro mura della cella; librati in un cielo glorioso e intellettuale, sotto cui, milioni di miglia più in basso si stendeva pigra e nebbiosa la terra: un cielo eccitante e limpido, e che essi pensavano fosse, e chiamavano, la politica…

 

 

 

L’opposizione al fascismo, la resistenza,

l’attività politica e sindacale

sono state sempre lotte di libertà

 

 

Da poco, da Einaudi, è uscito il Suo ultimo libro, Lettere della giovinezza, una raccolta di lettere dal carcere scritte tra il 1935 e il 1943. Come mai questo libro è stato pubblicato solo ora e non, per esempio, nell’entusiasmo dell’immediato dopoguerra?

Avevo queste lettere in casa. Mio padre e mia madre, che le avevano ricevute, le hanno conservate non solo perché erano le lettere di un figlio in carcere, ma anche perché erano appunti di lettura, appunti di studio che per me era interessante che non andassero perduti. Loro le hanno conservate ed io le ho poi trovate in casa quando loro sono morti. In seguito sono rimaste a lungo in un cassetto; ne ho parlato qualche volta con i miei figli, che non le avevano lette, e ho detto loro che, quando io fossi morto, le consegnassero all’Archivio generale dello Stato: l’unico modo di parlarne era questo. In seguito, proprio l’estate scorsa, degli amici, i figli di Natalia Ginzburg, mi hanno chiesto: “Ma perché non le pubblichi?”. Io ero molto perplesso, avevo molta paura di rileggerle. Una paura molto giustificata: infatti, ho sofferto moltissimo nel rileggerle. Nel frattempo era venuto a saperlo anche l’editore, ed anche lui ha insistito di pubblicarle. Prima di decidere se dare il mio consenso ho fatto leggere le lettere ad una persona completamente fuori del mio giro. Si tratta di una donna, una giovane filosofa, la quale ha detto che si tratta di lettere ironiche, fondate sull’ironia e sull’autoironia. Allora ho pensato che, se erano lettere con un sufficiente distacco che non fosse retorico, si potevano pubblicare.

 

Ha sofferto rileggendole?

Sì, perché quando le ho scritte non ho mai versato una sola lacrima, né mai ho avuto un minimo momento di dubbio, di caduta. Invece leggendole mi è venuta una crisi di melanconia, pensando a mio padre e mia madre, alla gente di quel tempo, agli orrori, all’odio, all’inciviltà degli anni trenta e quaranta, alla sofferenza razziale, politica e civile. Questo mi ha dato una profonda tristezza da cui sto uscendo con difficoltà.

 

Nel Cavallo e la torre Lei nega che ci sia una continuità, vale a dire un filo diretto tra il liberalsocialismo della Sua gioventù e il socialismo nella libertà che è attuale adesso. Tuttavia un nesso si sente che c’è. C’è un valore guida che l’ha illuminata nelle scelte umane e politiche in tante situazioni così diverse e sempre in evoluzione?

Penso che sia l’idea che dentro ad ognuno di noi vi è la possibilità di rispondere alle difficoltà che la vita ci offre. Certo noi viviamo in mezzo a moltissimi condizionamenti che aumentano man mano che la vita collettiva si globalizza, ma gli spazi di libertà che noi possiamo costruire sono a mio giudizio moltissimi. Allora il vero problema è di sapere scegliere, di saper usare questi spazi, cioè queste scelte. Queste scelte non sono mai strettamente individuali: c’è l’individuo e c’è il mondo, c’è il presente e c’è il futuro. Io credo che noi dobbiamo dare a queste scelte la dimensione che comprende la solidarietà e l’invenzione di un futuro accettabile.

 

Una delle cose che sembra costante è l’interesse per i diritti dei lavoratori, la lotta per i più deboli…

Ognuno di noi, ogni uomo ha davanti a sé i propri problemi, i problemi di sé dell’individuo, i problemi della sua famiglia, i problemi dei suoi amici. Vi sono delle cose legate all’individuo, però vi è anche la possibilità, e l’enorme convenienza, di pensare agli altri che sono in difficoltà. Aiutare un altro vuol dire dare un senso anche a me stesso, a quello che faccio, a quello che sono. Per esempio negli anni sessanta ho impegnato la mia vita in modo radicale nella lotta sindacale. Apparentemente mi occupavo solo di problemi di redistribuzione: dammi più di salario, voglio ridurre l’orario di lavoro, quello dev’essere pagato meglio, prende troppo poco rispetto a quell’altro. Sembravano solo problemi di redistribuzione di risorse. In realtà io ho sempre vissuto quella vicenda sindacale come una vicenda di gente che vuol far riconoscere dagli altri la sua identità; come una lotta di libertà per affermare il diritto di essere riconosciuti, di non essere sottomessi, di non accettare una gerarchia data, una gerarchia già precostituita. Quindi io, tutte queste lotte sindacali, in cui si discuteva magari di diecimila lire in più o in meno, le ho vissute come lotte di libertà. E allora quel rapporto di continuità col passato antifascista della mia vita giovanile si spiega anche in età matura.

 

Oltre ad essere un politico Lei è un uomo di cultura…

Prima devo spiegare una cosa che forse potrà apparire un po’ singolare. Io ho scritto molto nella mia vita, anche da giovane scrivevo con finto nome sui giornali di lotta antifascista, però il primo libro che ho pubblicato, l’ho pubblicato a 74 anni, e nessuno, o pochissimi, lo hanno letto. Si chiama La Gerusalemme rimandata. L’ha pubblicato un editore torinese, Rosenberg e Sellier, ed è stato poco diffuso ed è abbastanza difficile da trovare: era la storia dei lavoratori inglesi nei primi vent’anni di questo secolo, ed era una specie di autobiografia, cioè io raccontavo la storia di un popolo lontano nel tempo e nello spazio per cercare di rispondere ai miei problemi. Perché una rivoluzione era fallita?

Prima dell’età di 70 anni non m’è mai passato per la mente di essere un intellettuale. Ero un sindacalista che si occupava di contratti di lavoro per i lavoratori. Ero molto preso da questi problemi, ho scritto su questi problemi, ma ero un organizzatore sindacale, ero uno dei segretari della CGIL, il sindacato maggioritario. Solo negli ultimi anni, ormai molto vecchio, mi dicono che sono un uomo di cultura, e io…ringrazio.

 

Un tempo qui in Svizzera, in Francia, in Germania, arrivavano i lavoratori italiani, quelli della prima emigrazione. Arrivavano con la valigia di cartone, male accolti, spesso disprezzati, sfruttati…Ora arrivano in Europa altri disperati, altrettanto male accolti, disprezzati…Ci si può chieder allora come si possono attualizzare quelli che sono stati gli ideali di una volta, gli ideali di sempre…

Io sono italiano, e la cultura del mio paese è sempre stata una cultura dell’emigrazione. Per cento anni, dalla metà dell’ottocento, gli italiani sono andati in giro per il mondo, e la cultura dell’Italia è sempre stata quella dell’emigrante. L’Italia è diventata ricca coi soldi che gli emigranti mandavano dall’America, dalla Germania, dalla Francia. Adesso dobbiamo ricevere la gente, ossia dobbiamo adottare la cultura dell’immigrazione, ed è molto difficile averla, e questo sta generando tensioni e anche un tipo di cultura, o di in cultura, che si avvicina al razzismo. Ecco, questo lo stiamo vivendo in Italia in modo acuto: dopo aver rivendicato l’eliminazione di ogni discriminazione, il diritto di ognuno, qualunque sia il colore della pelle, qualunque la sua origine, di essere considerato uguale agli altri, oggi ci troviamo nel nostro paese a dover affrontare tensioni che si avvicinano al razzismo. La vera difficoltà, che bisogna affrontare assolutamente, sta nel fatto che l’impatto dell’immigrazione non è uguale nei vari settori sociali del nostro paese. L’immigrazione aiuta moltissimo i ricchi e i potenti che hanno bisogno di manodopera a buon mercato. L’immigrazione fa invece paura soprattutto ai più poveri, perché questi hanno faticato molto nella loro vita magari a comprarsi una casa che aveva un certo valore e poi se la vedono deprezzare, erano abituati a costruirsi una vita abbastanza civile e oggi la vedono disturbata da costumi a cui non sono abituati. Noi dobbiamo quindi saper organizzare l’accoglienza: rispettare chi viene e sapere condizionare l’ambiente nel quale dobbiamo accoglierli. Questo è un problema grosso: ci vuole la solidarietà con chi arriva, ma dobbiamo anche costruire un modo di riceverli che non danneggi solo i più poveri ed i più esposti.

 

Nel Suo libro, Questo novecento, Lei parla dell’attuale collaborazione in Europa, confrontandola con la conflittualità del passato. È vero, c’è stato in Europa questo balzo in avanti, ma c’è anche un’altra cosa: si costruisce l’Europa come una fortezza, la fortezza europea; ossia chiusi dentro per non lasciare entrare il resto del mondo. Questa chiusura…è un po’ soffocante, no?

Questo è un problema molto serio. Ricordo quando ero bambino, quando mi si sono aperti gli occhi sul mondo che mi circondava. All’età di 4 o 5 anni gli occhi si aprono e si capisce cosa c’è intorno a noi. Le nazioni europee si stavano massacrando fra loro. Milioni e milioni di giovani uomini morivano nel modo più orrendo, nelle trincee, nel fango, nella paura. Ecco, alla fine del secolo queste nazioni, che più o meno sono le stesse, cercano di unirsi. A prima vista viene un po’ d’entusiasmo, poi ci si pensa bene e vediamo che in fondo in questo secolo, l’Europa, che pensava di avere il primato nel mondo, ha via via perso la sua  la sua egemonia. L’Europa comandava, dominava in tutti i campi: nella scienza, nell’arte, nell’economia, nella forza. Sta finendo il secolo e l’Europa ha paura. Non capisce più: nel pianeta ci sono altre forze, di qui la paura dell’est, la paura del sud. L’Europa è piena di paure. Allora si capisce che il bisogno di stare insieme è anche un tentativo di risposta a questa paura, ma la paura non si combatte così. Non è chiudendomi in una fortezza che io posso vincere la paura. La paura posso vincerla solo se riesco a capire da che cosa nasce. Chi sono gli altri? Chi sono veramente? Se io continuo a pensare che sono una pura forza, una minaccia, la mia paura diventerà violenza mia. È la paura che genera la violenza. Io devo riuscire a vincere la paura, magari a viverci insieme, trasformando la mia paura in uno sguardo amico. Devo riuscire a trasformare la paura del diverso in un rapporto di amicizia.

                                                                                 (Silvana Calvo)

 

 

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