AGORA – ottobre 1998
protagonista e testimone
Che Vittorio
Foa sia stato un protagonista di questo secolo di storia si può verificare
scorrendo la sua biografia. Dopo aver, nell’infanzia, assorbito l’atmosfera
della prima guerra mondiale, ha assistito giovanetto all’ascesa e al trionfo
del fascismo. Poco più che adolescente ha iniziato ad opporsi al fascismo nelle
file di Giustizia e Libertà. Nel
Vittorio
Foa non è stato solo protagonista, è stato anche testimone in quanto negli anni
recenti ha sentito il bisogno di riconsiderare e riflettere su tutto il suo
percorso umano e politico. Il risultato di questo lavoro di elaborazione sono i
suoi libri
Carlo
Levi, scrittore (conosciuto principalmente per il suo libro Cristo si è
fermato a Eboli) e pittore, ha fatto di Vittorio Foa giovane due ritratti,
uno pittorico che si trova ora riprodotto sulla copertina del libro Lettere
della giovinezza e uno letterario che si può leggere nel suo romanzo
storico-politico L’orologio. Riferendosi a lui e ad Altiero Spinelli nel
periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale,
Carlo Levi si è così espresso:
Erano i due
più giovani capi politici del partito; nei loro volti splendeva l’ingegno e una
nobile volontà, la fiducia in sé e nel mondo pareva renderli ancora più giovani
dei loro anni. Non avevano ancora avuto il tempo di guastarsi, di lasciarsi
prendere in nessun ingranaggio, di chiudersi, come avviene di solito anche ai
migliori uomini politici. Avevano entrambi passato in prigione moltissimi anni,
tutta la giovinezza; e ne erano usciti mentre tutto il paese era fuori d’ogni
legge consueta, in piena guerra civile. Avevano combattuto, avevano parlato e
pensato, si erano trovati a guidare e a dirigere altri uomini, senza aver, mai,
il tempo di guardarli, di toccare le cose ferme, di volgersi attorno. Erano
ancora pieni della strana santità delle carceri, disumana e rarefatta come
l’aria delle alture; liberi in quel modo in cui si può esserlo soltanto fra le
quattro mura della cella; librati in un cielo glorioso e intellettuale, sotto
cui, milioni di miglia più in basso si stendeva pigra e nebbiosa la terra: un
cielo eccitante e limpido, e che essi pensavano fosse, e chiamavano, la
politica…
l’attività politica e sindacale
sono state sempre lotte di libertà
Da poco, da Einaudi, è
uscito il Suo ultimo libro, Lettere della giovinezza, una raccolta di
lettere dal carcere scritte tra il 1935 e il 1943. Come mai questo libro è
stato pubblicato solo ora e non, per esempio, nell’entusiasmo dell’immediato
dopoguerra?
Avevo queste lettere in
casa. Mio padre e mia madre, che le avevano ricevute, le hanno conservate non
solo perché erano le lettere di un figlio in carcere, ma anche perché erano
appunti di lettura, appunti di studio che per me era interessante che non
andassero perduti. Loro le hanno conservate ed io le ho poi trovate in casa
quando loro sono morti. In seguito sono rimaste a lungo in un cassetto; ne ho
parlato qualche volta con i miei figli, che non le avevano lette, e ho detto
loro che, quando io fossi morto, le consegnassero all’Archivio generale dello
Stato: l’unico modo di parlarne era questo. In seguito, proprio l’estate
scorsa, degli amici, i figli di Natalia Ginzburg, mi hanno chiesto: “Ma perché
non le pubblichi?”. Io ero molto perplesso, avevo molta paura di rileggerle.
Una paura molto giustificata: infatti, ho sofferto moltissimo nel rileggerle.
Nel frattempo era venuto a saperlo anche l’editore, ed anche lui ha insistito
di pubblicarle. Prima di decidere se dare il mio consenso ho fatto leggere le
lettere ad una persona completamente fuori del mio giro. Si tratta di una
donna, una giovane filosofa, la quale ha detto che si tratta di lettere
ironiche, fondate sull’ironia e sull’autoironia. Allora ho pensato che, se erano
lettere con un sufficiente distacco che non fosse retorico, si potevano
pubblicare.
Ha sofferto
rileggendole?
Sì, perché quando le ho
scritte non ho mai versato una sola lacrima, né mai ho avuto un minimo momento
di dubbio, di caduta. Invece leggendole mi è venuta una crisi di melanconia,
pensando a mio padre e mia madre, alla gente di quel tempo, agli orrori,
all’odio, all’inciviltà degli anni trenta e quaranta, alla sofferenza razziale,
politica e civile. Questo mi ha dato una profonda tristezza da cui sto uscendo
con difficoltà.
Nel Cavallo e la
torre Lei nega che ci sia una continuità, vale a dire un filo diretto tra
il liberalsocialismo della Sua gioventù e il socialismo nella libertà che è
attuale adesso. Tuttavia un nesso si sente che c’è. C’è un valore guida che
l’ha illuminata nelle scelte umane e politiche in tante situazioni così diverse
e sempre in evoluzione?
Penso che sia l’idea che
dentro ad ognuno di noi vi è la possibilità di rispondere alle difficoltà che
la vita ci offre. Certo noi viviamo in mezzo a moltissimi condizionamenti che
aumentano man mano che la vita collettiva si globalizza, ma gli spazi di
libertà che noi possiamo costruire sono a mio giudizio moltissimi. Allora il
vero problema è di sapere scegliere, di saper usare questi spazi, cioè queste
scelte. Queste scelte non sono mai strettamente individuali: c’è l’individuo e
c’è il mondo, c’è il presente e c’è il futuro. Io credo che noi dobbiamo dare a
queste scelte la dimensione che comprende la solidarietà e l’invenzione di un futuro
accettabile.
Una delle cose che sembra
costante è l’interesse per i diritti dei lavoratori, la lotta per i più deboli…
Ognuno di noi, ogni uomo
ha davanti a sé i propri problemi, i problemi di sé dell’individuo, i problemi della
sua famiglia, i problemi dei suoi amici. Vi sono delle cose legate
all’individuo, però vi è anche la possibilità, e l’enorme convenienza, di
pensare agli altri che sono in difficoltà. Aiutare un altro vuol dire dare un
senso anche a me stesso, a quello che faccio, a quello che sono. Per esempio
negli anni sessanta ho impegnato la mia vita in modo radicale nella lotta
sindacale. Apparentemente mi occupavo solo di problemi di redistribuzione:
dammi più di salario, voglio ridurre l’orario di lavoro, quello dev’essere
pagato meglio, prende troppo poco rispetto a quell’altro. Sembravano solo
problemi di redistribuzione di risorse. In realtà io ho sempre vissuto quella
vicenda sindacale come una vicenda di gente che vuol far riconoscere dagli
altri la sua identità; come una lotta di libertà per affermare il diritto di
essere riconosciuti, di non essere sottomessi, di non accettare una gerarchia
data, una gerarchia già precostituita. Quindi io, tutte queste lotte sindacali,
in cui si discuteva magari di diecimila lire in più o in meno, le ho vissute
come lotte di libertà. E allora quel rapporto di continuità col passato
antifascista della mia vita giovanile si spiega anche in età matura.
Prima devo spiegare una
cosa che forse potrà apparire un po’ singolare. Io ho scritto molto nella mia
vita, anche da giovane scrivevo con finto nome sui giornali di lotta
antifascista, però il primo libro che ho pubblicato, l’ho pubblicato a 74 anni,
e nessuno, o pochissimi, lo hanno letto. Si chiama La Gerusalemme rimandata.
L’ha pubblicato un editore torinese, Rosenberg e Sellier, ed è stato poco
diffuso ed è abbastanza difficile da trovare: era la storia dei lavoratori
inglesi nei primi vent’anni di questo secolo, ed era una specie di
autobiografia, cioè io raccontavo la storia di un popolo lontano nel tempo e
nello spazio per cercare di rispondere ai miei problemi. Perché una rivoluzione
era fallita?
Prima dell’età di 70 anni
non m’è mai passato per la mente di essere un intellettuale. Ero un
sindacalista che si occupava di contratti di lavoro per i lavoratori. Ero molto
preso da questi problemi, ho scritto su questi problemi, ma ero un
organizzatore sindacale, ero uno dei segretari della CGIL, il sindacato
maggioritario. Solo negli ultimi anni, ormai molto vecchio, mi dicono che sono
un uomo di cultura, e io…ringrazio.
Un tempo qui in Svizzera,
in Francia, in Germania, arrivavano i lavoratori italiani, quelli della prima
emigrazione. Arrivavano con la valigia di cartone, male accolti, spesso
disprezzati, sfruttati…Ora arrivano in Europa altri disperati, altrettanto male
accolti, disprezzati…Ci si può chieder allora come si possono attualizzare
quelli che sono stati gli ideali di una volta, gli ideali di sempre…
Io sono italiano, e la
cultura del mio paese è sempre stata una cultura dell’emigrazione. Per cento
anni, dalla metà dell’ottocento, gli italiani sono andati in giro per il mondo,
e la cultura dell’Italia è sempre stata quella dell’emigrante. L’Italia è
diventata ricca coi soldi che gli emigranti mandavano dall’America, dalla
Germania, dalla Francia. Adesso dobbiamo ricevere la gente, ossia dobbiamo
adottare la cultura dell’immigrazione, ed è molto difficile averla, e questo
sta generando tensioni e anche un tipo di cultura, o di in cultura, che si
avvicina al razzismo. Ecco, questo lo stiamo vivendo in Italia in modo acuto:
dopo aver rivendicato l’eliminazione di ogni discriminazione, il diritto di
ognuno, qualunque sia il colore della pelle, qualunque la sua origine, di
essere considerato uguale agli altri, oggi ci troviamo nel nostro paese a dover
affrontare tensioni che si avvicinano al razzismo. La vera difficoltà, che
bisogna affrontare assolutamente, sta nel fatto che l’impatto dell’immigrazione
non è uguale nei vari settori sociali del nostro paese. L’immigrazione aiuta
moltissimo i ricchi e i potenti che hanno bisogno di manodopera a buon mercato.
L’immigrazione fa invece paura soprattutto ai più poveri, perché questi hanno
faticato molto nella loro vita magari a comprarsi una casa che aveva un certo
valore e poi se la vedono deprezzare, erano abituati a costruirsi una vita
abbastanza civile e oggi la vedono disturbata da costumi a cui non sono
abituati. Noi dobbiamo quindi saper organizzare l’accoglienza: rispettare chi
viene e sapere condizionare l’ambiente nel quale dobbiamo accoglierli. Questo è
un problema grosso: ci vuole la solidarietà con chi arriva, ma dobbiamo anche
costruire un modo di riceverli che non danneggi solo i più poveri ed i più
esposti.
Nel Suo libro, Questo
novecento, Lei parla dell’attuale collaborazione in Europa, confrontandola
con la conflittualità del passato. È vero, c’è stato in Europa questo balzo in
avanti, ma c’è anche un’altra cosa: si costruisce l’Europa come una fortezza,
la fortezza europea; ossia chiusi dentro per non lasciare entrare il
resto del mondo. Questa chiusura…è un po’ soffocante, no?
Questo è un problema
molto serio. Ricordo quando ero bambino, quando mi si sono aperti gli occhi sul
mondo che mi circondava. All’età di 4 o 5 anni gli occhi si aprono e si capisce
cosa c’è intorno a noi. Le nazioni europee si stavano massacrando fra loro.
Milioni e milioni di giovani uomini morivano nel modo più orrendo, nelle
trincee, nel fango, nella paura. Ecco, alla fine del secolo queste nazioni, che
più o meno sono le stesse, cercano di unirsi. A prima vista viene un po’
d’entusiasmo, poi ci si pensa bene e vediamo che in fondo in questo secolo,
l’Europa, che pensava di avere il primato nel mondo, ha via via perso la sua la sua egemonia. L’Europa comandava, dominava
in tutti i campi: nella scienza, nell’arte, nell’economia, nella forza. Sta
finendo il secolo e l’Europa ha paura. Non capisce più: nel pianeta ci sono
altre forze, di qui la paura dell’est, la paura del sud. L’Europa è piena di
paure. Allora si capisce che il bisogno di stare insieme è anche un tentativo
di risposta a questa paura, ma la paura non si combatte così. Non è chiudendomi
in una fortezza che io posso vincere la paura. La paura posso vincerla solo se
riesco a capire da che cosa nasce. Chi sono gli altri? Chi sono veramente? Se
io continuo a pensare che sono una pura forza, una minaccia, la mia paura
diventerà violenza mia. È la paura che genera la violenza. Io devo riuscire a
vincere la paura, magari a viverci insieme, trasformando la mia paura in uno
sguardo amico. Devo riuscire a trasformare la paura del diverso in un rapporto
di amicizia.
(Silvana Calvo)
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