LA REGIONE – 13 gennaio 1994

 

“La gente non credeva a quella crudeltà. Oggi rischia di dimenticarsela”

 

Auschwitz, ricordi?

 

La testimonianza della scrittrice Liana Millu

 

 

 

“La gente non poteva capire cos’era il posto da cui venivamo e quello che abbiamo passato noi”. Al ritorno a casa da Auschwitz-Birkenau Liana Millu trovava difficoltà a farsi capire. Nonostante uscisse dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale, la gente non riusciva a concepire l’esistenza di un universo tanto mostruoso quanto il sistema dei campi di concentramento nazisti. Non si credeva allora che un così orribile sterminio fosse potuto essere concepito, organizzato e soprattutto realizzato. Infatti, a quel momento era difficile percepire la vastità del fenomeno e solo anni più tardi ci si è resi conto delle reali dimensioni del crimine che era stato perpetrato contro l’umanità.

 

Una colonna di prigioniere

 

 

“La gente non poteva capire, così ho scritto questo libro”. Sono parole di Liana Millu, internata ad Auschwitz-Birkenau dopo essere stata arrestata quale partigiana ed identificata come ebrea.

È stata l’esigenza di “far capire” che l’ha spinta a scrivere un libro “Il fumo di Birkenau” che è stato tradotto in molti paesi tra cui Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia, e che è diventato un classico della letteratura di testimonianza sui Lager tedeschi. In esso Liana Millu rievoca le esperienze e le sofferenze, sue e delle sue compagne, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove hanno dovuto vivere e penare sotto un cielo che di giorno era sempre oscurato dal fumo e di notte era arrossato dai bagliori delle fiamme che divoravano esseri umani.

Da quando è tornata a casa dopo la liberazione Liana Millu ha sempre considerato suo dovere dare testimonianza e l’ha fatto con i suoi scritti, partecipando a dibattiti e conferenze, incontrando i giovani nelle scuole.

Oggi, a mezzo secolo di distanza, non è più il tempo dei dubbi, ma è subentrata l’assuefazione, l’indifferenza e talvolta persino un senso di fastidio verso il ricordo dei fatti di allora. In questo clima trovano spazio i cosiddetti “storici revisionisti” i quali possono perfino arrivare ad affermare che il genocidio nazista non è mai avvenuto, anzi che è un’invenzione degli ebrei e degli alleati. Così i naziskin possono sfilare esibendole loro croci uncinate e urlare il loro odio verso gli stranieri, gli ebrei e contro chiunque loro con aggradi senza suscitare particolare sdegno, anzi contando sull’indifferenza e persino sul consenso della “maggioranza silenziosa”. Gli atti di violenza razzista contro le persone e le abitazioni vengono tollerati, giudicati con indulgenza, e troppo presto dimenticati.

È per arginare questa situazione che Liana Millu si sente chiamata di nuovo a dare il suo contributo. Per questo ci ha accolto nella sua casa a Genova ed ha voluto ripercorrere con noi un itinerario per lei certamente penoso, ma più che mai necessario, nella memoria. E il viaggio parte da quel numero che ancora oggi porta tatuato sul braccio. “L’infamia suprema del Lager, è stata la riduzione dell’uomo a cosa, negargli la qualità di uomo e ridurlo a oggetto di cui si può disporre a piacimento: tu sei una cosa ed io posso fare di te quello che voglio, tu sei un oggetto ed io ti posso rompere, distruggere, bruciare. In base a questa logica all’entrata nel campo, la persona veniva spogliata di tutto: abiti, oggetti, persino dei capelli. Le veniva tolto anche il nome che veniva sostituito da un numero che veniva tatuato sul braccio. Da quel momento in poi non si era più una persona ma soltanto un numero”.

Quel numero Liana Millu non ha mai voluto farselo togliere, anzi lo porta con fierezza quale prova concreta contro gli aguzzini. Ai molti che paragonano il genocidio nazista ad una qualsiasi delle molte violenze della storia, Liana Millu risponde che non è possibile farlo:

L’unicità dello sterminio nazista consiste nel fatto che è il solo che non è stato attuato a caldo, ma programmato e realizzato scientificamente, senza trascurare nessun particolare: neppure il ricupero e lo sfruttamento di tutto quanto aveva valore, persino dai cadaveri (capelli per l’industria tessile, l’oro dei denti, le ceneri come concime.

Liana Millu ricorda come il fatto che la gente non potesse capire è stato doloroso per lei. Una volta tornata a casa dal Lager è giunta molto vicina al suicidio, cosa che non le era successa durante il periodo di detenzione.

Quello che avevo vissuto era al di fuori di quanto gli altri fossero in grado di immaginare. Per esempio ci veniva risposto che anche a casa si era patita molta fame. Ma non era la stessa cosa: in una zona del Lager l’erba cresceva bene perché precedentemente in quel posto erano stati ammucchiati dei cadaveri. Chi ha mangiato quell’erba ha sofferto in un modo non umano e non riesce a confrontarsi con chi ha certamente patito molto ma in un modo umano.

 

Prima ancora dell’eliminazione fisica, l’obiettivo che i nazisti si prefiggevano era l’annientamento della dignità umana di ogni prigioniero. A questo scopo diventavano logiche tutte le proibizioni in apparenza assurde che scandivano la vita nel Lager.

Proibita la religione, perché la religione dà conforto. Vietata la preghiera perché chi prega si sente protetto da un essere superiore, e ciò da forza, ma il prigioniero non doveva essere forte. Inoltre la preghiera è una manifestazione umana. Proibita l’amicizia, la compassione e la solidarietà che pure sono sentimenti umani. Quando un compagno veniva malmenato era vietato soccorrerlo, pena la stessa punizione. Proibito il pudore. Anche il pudore è un sentimento umano e per questo nel Lager veniva sistematicamente oltraggiato. Proibita la maternità. Per il terzo Reich, le sue vittime erano indegne di riprodursi perché considerate non umane. Per questo alle donne che entravano nel Lager in stato di gravidanza veniva praticato l’aborto, oppure, in alternativa, era tolta la vita nella camera a gas. Proibito persino il suicidio. Chi tentava di suicidarsi, e non riusciva, veniva in seguito impiccato pubblicamente. Questo perché il suicidio sottintende una scelta, ma per i nazisti il prigioniero non aveva diritto di scelta.

Sui prigionieri veniva dunque esercitata una pressione fortissima e sembra incredibile che persone siano riuscite a sopravvivere conservando la loro propria umanità. 

Era assolutamente necessario credere in qualcosa: era necessaria la fede. Dicendo fede, intendo sia la fede religiosa, sia quella laica, sia la fede politica. Della fede religiosa si conoscono epifanie commoventi ed io potrei testimoniare di quelle viste con i miei occhi, vicine a me. Della fede politica, leggendo i documenti, sappiamo che operò una resistenza, in mezzo a pericoli atroci, persino nel Lager, e ciò dimostra quanto adamantina possa essere. Infine la fede laica, che fu anche di Primo Levi. La fede laica faceva nella mente, nell’anima, un baluardo, un bunker inviolabile alla brutalità che circondavano, un rifugio dove conservare l’idea, il concetto di tutte quelle cose che illuminano e rendono la vita civile.

Al di là della fede, quale che fosse, solo il caso poteva salvare. L’episodio dell’ingresso di Liana Millu stessa nel campo è emblematico:

Procedevamo in colonna verso l’entrata del Lager. Ad un tratto mi sentii chiamare. Una mia amica che camminava nella fila davanti a me mi esortava a raggiungerla. Io feci allora quei tre passi che mi portarono accanto a lei e mi salvarono la vita. Infatti, quando giungemmo alla porta dove troneggiava la scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) l’SS di guardia abbassò il frustino proprio dietro la mia schiena, sbarrando il passo a chi seguiva. Furono tutti avviati alla camera a gas anche se poco prima, alla stazione, erano stati selezionati come abili al lavoro. Quel giorno ad Auschwitz erano arrivati più prigionieri di quanti il campo era disposto ad accogliere.

 

Dentro la baracca del Lager: cuccette a più piani. Due o tre persone per cuccetta-

 

Oggi però, ancor più dei ricordi la inquieta il futuro che si annuncia con neri presagi. Il razzismo e l’antisemitismo, che fino a qualche anno fa erano unanimemente esecrati, cominciano a venir espressi spudoratamente. Vecchi simboli nazisti vengono di nuovo sventolati. Un po’ dappertutto stranieri e emarginati vengono aggrediti con violenza omicida. Questo in mezzo ad una troppo grande indifferenza.

Ed è proprio contro l’indifferenza che Liana Millu insorge con grande energia. “Sì, il male da cui sono scaturiti i Lager esiste ancora, e questo male si chiama indifferenza, disprezzo e violenza. Queste tre cose sono concatenate. Si inizia sempre con l’indifferenza, si afferma il disprezzo, e al disprezzo segue la violenza.

L’indifferenza è il disinteresse per la sorte degli altri, il chiudersi su se stessi rifiutando di conoscerli e di capirli. Magari solo per paura di essere disturbati. Vincere l’indifferenza significa soprattutto aprirsi verso gli altri, vedere le loro difficoltà e le loro sofferenze, provare solidarietà e compassione. Vincere l’indifferenza” dice Liana Millu “significa pure adoperarsi per creare un clima sociale e politico nel quale siano vivi e prosperi i valori di umanità e civiltà, perché sono i valori l’antidoto contro la barbarie. Ma significa anche vigilare affinché le forze che portano ideologie di disprezzo e violenza vengano subito efficacemente contrastate, isolate e sconfitte. A questo proposito trovo molto significative le parole di Elie Wiesel, che come me ha vissuto l’esperienza del Lager:

Il contrario della pace non è la guerra, ma l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Il contrario della speranza non è la disperazione, ma l’indifferenza.

Ad Auschwitz è riuscita a conservare la speranza, ed oggi Liana Millu ha ancora la forza e la fiducia per lottare affinché il male non possa trionfare.

                                                                                 (Silvana Calvo)