“La gente non poteva capire
cos’era il posto da cui venivamo e quello che abbiamo passato noi”. Al ritorno
a casa da Auschwitz-Birkenau Liana Millu trovava difficoltà a farsi capire.
Nonostante uscisse dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale, la
gente non riusciva a concepire l’esistenza di un universo tanto mostruoso
quanto il sistema dei campi di concentramento nazisti. Non si credeva allora
che un così orribile sterminio fosse potuto essere concepito, organizzato e
soprattutto realizzato. Infatti, a quel momento era difficile percepire la
vastità del fenomeno e solo anni più tardi ci si è resi conto delle reali
dimensioni del crimine che era stato perpetrato contro l’umanità.

Una colonna di prigioniere
“La gente non poteva
capire, così ho scritto questo libro”. Sono parole di Liana Millu, internata ad
Auschwitz-Birkenau dopo essere stata arrestata quale partigiana ed identificata
come ebrea.
È stata l’esigenza di
“far capire” che l’ha spinta a scrivere un libro “Il fumo di Birkenau” che è
stato tradotto in molti paesi tra cui Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia, e
che è diventato un classico della letteratura di testimonianza sui Lager
tedeschi. In esso Liana Millu rievoca le esperienze e le sofferenze, sue e
delle sue compagne, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove
hanno dovuto vivere e penare sotto un cielo che di giorno era sempre oscurato
dal fumo e di notte era arrossato dai bagliori delle fiamme che divoravano
esseri umani.
Da quando è tornata a
casa dopo la liberazione Liana Millu ha sempre considerato suo dovere dare
testimonianza e l’ha fatto con i suoi scritti, partecipando a dibattiti e
conferenze, incontrando i giovani nelle scuole.
Oggi, a mezzo secolo di
distanza, non è più il tempo dei dubbi, ma è subentrata l’assuefazione,
l’indifferenza e talvolta persino un senso di fastidio verso il ricordo dei
fatti di allora. In questo clima trovano spazio i cosiddetti “storici
revisionisti” i quali possono perfino arrivare ad affermare che il genocidio
nazista non è mai avvenuto, anzi che è un’invenzione degli ebrei e degli
alleati. Così i naziskin possono sfilare esibendole loro croci uncinate e
urlare il loro odio verso gli stranieri, gli ebrei e contro chiunque
loro con aggradi senza suscitare particolare sdegno, anzi contando sull’indifferenza
e persino sul consenso della “maggioranza silenziosa”. Gli atti di violenza
razzista contro le persone e le abitazioni vengono tollerati, giudicati con
indulgenza, e troppo presto dimenticati.
È per arginare questa situazione
che Liana Millu si sente chiamata di nuovo a dare il suo contributo. Per questo
ci ha accolto nella sua casa a Genova ed ha voluto ripercorrere con noi un
itinerario per lei certamente penoso, ma più che mai necessario, nella memoria.
E il viaggio parte da quel numero che ancora oggi porta tatuato sul braccio.
“L’infamia suprema del Lager, è stata la riduzione dell’uomo a cosa, negargli
la qualità di uomo e ridurlo a oggetto di cui si può disporre a piacimento: tu
sei una cosa ed io posso fare di te quello che voglio, tu sei un oggetto ed io
ti posso rompere, distruggere, bruciare. In base a questa logica all’entrata
nel campo, la persona veniva spogliata di tutto: abiti, oggetti, persino dei
capelli. Le veniva tolto anche il nome che veniva sostituito da un numero che
veniva tatuato sul braccio. Da quel momento in poi non si era più una persona
ma soltanto un numero”.
Quel numero Liana Millu
non ha mai voluto farselo togliere, anzi lo porta con fierezza quale prova
concreta contro gli aguzzini. Ai molti che paragonano il genocidio nazista ad
una qualsiasi delle molte violenze della storia, Liana Millu risponde che non è
possibile farlo:
L’unicità dello sterminio nazista
consiste nel fatto che è il solo che non è stato attuato a caldo, ma programmato
e realizzato scientificamente, senza trascurare nessun particolare: neppure il
ricupero e lo sfruttamento di tutto quanto aveva valore, persino dai cadaveri
(capelli per l’industria tessile, l’oro dei denti, le ceneri come concime.
Liana Millu
ricorda come il fatto che la gente non potesse capire è stato doloroso per lei.
Una volta tornata a casa dal Lager è giunta molto vicina al suicidio, cosa che
non le era successa durante il periodo di detenzione.
Quello che avevo vissuto era al di fuori
di quanto gli altri fossero in grado di immaginare. Per esempio ci veniva
risposto che anche a casa si era patita molta fame. Ma non era la stessa cosa:
in una zona del Lager l’erba cresceva bene perché precedentemente in quel posto
erano stati ammucchiati dei cadaveri. Chi ha mangiato quell’erba ha sofferto in
un modo non umano e non riesce a confrontarsi con chi ha certamente
patito molto ma in un modo umano.
Prima ancora
dell’eliminazione fisica, l’obiettivo che i nazisti si prefiggevano era
l’annientamento della dignità umana di ogni prigioniero. A questo scopo
diventavano logiche tutte le proibizioni in apparenza assurde che scandivano la
vita nel Lager.
Proibita la religione, perché la
religione dà conforto. Vietata la preghiera perché chi prega si sente protetto
da un essere superiore, e ciò da forza, ma il prigioniero non doveva essere
forte. Inoltre la preghiera è una manifestazione umana. Proibita l’amicizia,
la compassione e la solidarietà che pure sono sentimenti umani. Quando un
compagno veniva malmenato era vietato soccorrerlo, pena la stessa punizione.
Proibito il pudore. Anche il pudore è un sentimento umano e per
questo nel Lager veniva sistematicamente oltraggiato. Proibita la maternità.
Per il terzo Reich, le sue vittime erano indegne di riprodursi perché
considerate non umane. Per questo alle donne che entravano nel Lager in
stato di gravidanza veniva praticato l’aborto, oppure, in alternativa, era
tolta la vita nella camera a gas. Proibito persino il suicidio. Chi
tentava di suicidarsi, e non riusciva, veniva in seguito impiccato
pubblicamente. Questo perché il suicidio sottintende una scelta, ma per i
nazisti il prigioniero non aveva diritto di scelta.
Sui prigionieri veniva
dunque esercitata una pressione fortissima e sembra incredibile che persone
siano riuscite a sopravvivere conservando la loro propria
umanità.
Era assolutamente necessario credere in
qualcosa: era necessaria la fede. Dicendo fede, intendo sia la fede
religiosa, sia quella laica, sia la fede politica. Della fede religiosa si conoscono
epifanie commoventi ed io potrei testimoniare di quelle viste con i miei occhi,
vicine a me. Della fede politica, leggendo i documenti, sappiamo che operò una
resistenza, in mezzo a pericoli atroci, persino nel Lager, e ciò dimostra
quanto adamantina possa essere. Infine la fede laica, che fu anche di Primo
Levi. La fede laica faceva nella mente, nell’anima, un baluardo, un bunker
inviolabile alla brutalità che circondavano, un rifugio dove conservare l’idea,
il concetto di tutte quelle cose che illuminano e rendono la vita civile.
Al di là della fede,
quale che fosse, solo il caso poteva salvare. L’episodio dell’ingresso di Liana
Millu stessa nel campo è emblematico:
Procedevamo in colonna verso l’entrata
del Lager. Ad un tratto mi sentii chiamare. Una mia amica che camminava nella
fila davanti a me mi esortava a raggiungerla. Io feci
allora quei tre passi che mi portarono accanto a lei e mi salvarono la vita.
Infatti, quando giungemmo alla porta dove troneggiava la scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) l’SS
di guardia abbassò il frustino proprio dietro la mia schiena, sbarrando il
passo a chi seguiva. Furono tutti avviati alla camera a gas
anche se poco prima, alla stazione, erano stati selezionati come abili
al lavoro. Quel giorno ad Auschwitz erano arrivati più prigionieri di quanti il
campo era disposto ad accogliere.

Dentro la
baracca del Lager: cuccette a più piani. Due o tre persone per cuccetta-
Oggi però, ancor più dei
ricordi la inquieta il futuro che si annuncia con neri presagi. Il razzismo e
l’antisemitismo, che fino a qualche anno fa erano unanimemente esecrati,
cominciano a venir espressi spudoratamente. Vecchi simboli nazisti vengono di
nuovo sventolati. Un po’ dappertutto stranieri e emarginati vengono aggrediti
con violenza omicida. Questo in mezzo ad una troppo grande indifferenza.
Ed è proprio contro
l’indifferenza che Liana Millu insorge con grande energia. “Sì,
il male da cui sono scaturiti i Lager esiste ancora, e questo male si chiama indifferenza,
disprezzo e violenza. Queste tre cose sono concatenate. Si
inizia sempre con l’indifferenza, si afferma il disprezzo, e al disprezzo segue
la violenza.
L’indifferenza è il
disinteresse per la sorte degli altri, il chiudersi su se stessi rifiutando di
conoscerli e di capirli. Magari solo per paura di essere disturbati. Vincere
l’indifferenza significa soprattutto aprirsi verso gli altri, vedere le loro
difficoltà e le loro sofferenze, provare solidarietà e compassione. Vincere
l’indifferenza” dice Liana Millu “significa pure adoperarsi per creare un clima
sociale e politico nel quale siano vivi e prosperi i valori di umanità e
civiltà, perché sono i valori l’antidoto contro la barbarie. Ma significa anche
vigilare affinché le forze che portano ideologie di disprezzo e violenza
vengano subito efficacemente contrastate, isolate e sconfitte. A questo
proposito trovo molto significative le parole di Elie Wiesel, che come me ha
vissuto l’esperienza del Lager:
Il contrario
della pace non è la guerra, ma l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è
l’odio, ma l’indifferenza. Il contrario della speranza non è la disperazione,
ma l’indifferenza.
Ad Auschwitz è riuscita a
conservare la speranza, ed oggi Liana Millu ha ancora la forza e la fiducia per
lottare affinché il male non possa
trionfare.
(Silvana Calvo)