AGORA – 26.4.95

Mario Rignoni Stern (dicembre 1991)
In
questi giorni, nei quali si celebra il cinquantesimo anniversario della fine
della seconda guerra mondiale, sorge forte l’esigenza di ricordare, conoscere
e, soprattutto, di capire quegli avvenimenti che hanno segnato profondamente la
nostra epoca e continuano a pesare sulle nostre coscienze perché non si sono
fatti sufficientemente i conti con il passato. Per sopperire a questa lacuna, e
per ricuperare dei valori che in questo momento sono purtroppo merce molto rara
nella nostra società, ci sono di prezioso aiuto i libri di Mario Rigoni Stern.
La
rilettura di “Il sergente nella neve”, scritto subito dopo la
conclusione della seconda guerra mondiale, oltre a fornirci oggi, a mezzo
secolo di distanza, molto materiale per la comprensione della guerra degli
alpini in Russia e della loro tremenda ritirata, ci dà anche molti stimoli
di riflessione che ci aiutano a decifrare i nostri problemi del presente. In
questo libro, che riferisce le esperienze dell’autore quando era sergente e
comandava un plotone di alpini spediti in Russia dal fascismo e sconfitti dai
sovietici e dall’inefficienza e imprevidenza di chi aveva ideato e organizzato
tutta la spedizione, appaiono già tutte le tematiche che nelle opere successive
verranno sviluppate e approfondite.
La
prima di queste tematiche è la guerra che viene presentata nella sua realtà,
laddove la vuota retorica e l’enfasi patriottarda si rivelano per quello che
veramente sono, e si concretizzano in passi sulla neve, fatica, gelo, mancanza
di sonno, sacrifici, feriti, morti. La guerra vista dalla parte dell’uomo.
L’uomo che non sa, e non vuole, odiare i “nemici” che è costretto a combattere,
ma è capace di riconoscerli come suoi simili, che come lui certamente
preferirebbero vivere in pace, a casa loro, invece di star lì a trenta gradi
sotto zero ad ammazzare ed a farsi ammazzare.
Il
fulcro di tutta l’opera di Mario Rigoni Stern è l’uomo e la sua dignità: l’uomo
che in ogni situazione, anche in guerra, anche nel disagio e nel pericolo, è
capace di conservare la sua umanità. Così è stato possibile che molte volte tra
russi e italiani è potuto nascere un rispetto reciproco che faceva sì che, come
per una convenzione, nessuna delle parti sparasse verso un avversario uscito
allo scoperto per rifornirsi di neve da sciogliere per fare il caffè. Quella
volta che invece successe, sembrava una cosa talmente incredibile che fece
sorgere il dubbio che “forse durante la notte i russi avranno avuto il
cambio e questi saranno nuovi”. (In “Quota Albania” e “Ritorno sul
Don” Mario Rigoni Stern svilupperà e approfondirà ulteriormente la
descrizione ed il significato della guerra).
Un
altro tema sono le conseguenze della guerra sulla popolazione civile. L’uomo
che ha saputo conservare intatta la sua umanità si rivela anche nella capacità
di provare dolore per le sofferenze, e orrore per le crudeltà, patite dai
civili dei villaggi occupati. (Il tema delle tribolazioni della gente
semplice emerge in molte delle opere successive di Mario Rigoni Stern, quando
racconterà le vicissitudini degli abitanti della sua terra in guerra, e anche
non in guerra).
Contemplando
il villaggio completamente distrutto, che loro italiani occupano come
caposaldo, Mario Rigoni Stern cerca di immaginarlo com’è stato prima che la
guerra lo investisse, e come diventerà dopo il ritorno degli abitanti e la
ricostruzione. (Il villaggio raso al suolo e le peripezie dei suoi abitanti
verranno in seguito ripresi con profondo coinvolgimento in “L’anno della
vittoria” ambientato sull’Altipiano alla fine della prima guerra mondiale).
Inoltre
per sopravvivere è necessario occupare le isbe e procurarsi del cibo. Qui, dove
vi è senza dubbio un sopruso, Mario Rigoni Stern sente il disagio per quanto la
necessità lo costringe a fare, ma ha cura di accostarsi con rispetto alla
popolazione chiedendo senza arroganza e mostrando gratitudine per l’ospitalità
ottenuta, che, proprio perché non estorta, finiva spesso col venir concessa di
buon animo come atto di solidarietà da essere umano ad essere umano.
A
questo proposito non si può non ricordare la stupenda pagina che narra
l’episodio che ha avuto luogo a Nikolajewka il 26 gennaio 1943 (proprio mentre
infuriava la sanguinosa battaglia) quando Mario Rigoni Stern bussa affamato
alla porta di un’isba e vi trova dei soldati russi armati intenti a mangiare.
In quell’occasione tutti, l’italiano, i soldati russi e le donne della casa
riescono ad essere superiori a ogni schematismo e a restare degli esseri umani,
capaci di avere nel rapporto reciproco “quella naturalezza che una volta
dev’esserci stata tra gli uomini” che permette loro un incontro positivo
quando invece tutto sembra predisposto per spingerli con violenza gli uni
contro gli altri.
Nella
descrizione dei suoi commilitoni, Mario Rigoni Stern mette in evidenza una
sensibilità che gli permette di comprendere anche gli atteggiamenti negativi di
alcuni suoi compagni, come per esempio del Baffo, il cui malgarbo, insofferenza
e passività, vengono giustamente attribuiti al fatto che “il Baffo era
stanco di naia… non ne poteva più”, oppure dell’assurdo tenente i cui
ordini pazzeschi venivano accolti con pacata pietà e poi semplicemente disattesi.
Per
quanto riguarda invece i rapporti interpersonali tra i membri della compagnia,
l’amicizia e un reale senso del dovere e di responsabilità reciproca prevale
sui rigidi rapporti gerarchici, anzi in un certo senso li sostituisce. La
domanda del giovane soldato Giuanin, che chiede costantemente: “Sergentmagiù
ghe rivarem a baita?” assilla Mario Rigoni Stern, perché è in grado di
capire a fondo l’ansia del ragazzo strappato dagli eventi alla sua vita e al
suo ambiente, e questo gli fa sentire ancora di più la responsabilità verso i
suoi uomini in balia di avvenimenti che egli non è in grado di controllare. (Il
tema dell’uomo che incomprensibili logiche di stato e di guerra sradicano dalla
sua terra, si ritrova spesso nelle successive opere di Mario Rigoni Stern: in
particolare in “La storia di Tönle”che è, dopo il “Sergente nella
neve”, il suo libro più conosciuto e apprezzato).
Un
altro aspetto che caratterizza in modo molto originale lo scrittore Mario
Rigoni Stern è il suo legame con la natura. Già nel suo primo libro il tema
affiora di tanto in tanto, con il veloce passaggio di una lepre, il sollevarsi
in volo di un uccello, ma è nei libri successivi che emerge con tutto il suo
vigore.
La
natura e la montagna si rivelano la medicina in grado di curare le ferite
dell’anima provocate dalla guerra. Nel rapporto profondo, autentico, con la
terra, con le proprie origini, con la sua antica cultura, Mario Rigoni Stern
trova la matrice dei valori che danno dignità all’uomo. Questi valori riesce
poi a proporli al lettore, il quale troverà molti spunti di riflessione che lo
potranno aiutare a costruire un’alternativa alla massificazione e
all’appiattimento che soffocano la nostra società.
Mario Rigoni Stern è nato ad Asiago
il primo novembre 1921, è cresciuto sull’Altipiano dove ha preso confidenza con
la montagna e la natura. Nella seconda guerra mondiale ha dovuto combattere in Francia,
Grecia, Albania e Russia. Ha raggiunto il grado di Sergente maggiore. Al
ritorno dopo la grande ritirata di Russia nel gennaio 1943 è stato fatto
prigioniero dai tedeschi ed è stato nei Lager per venti mesi. Dopo la guerra ha
lavorato come impiegato al catasto ed ha scritto nel tempo libero tutti i suoi
libri.
Da cinquant’anni Mario Rigoni Stern si sforza di trasmetterci la sua
esperienza, per aiutarci a trarne il necessario insegnamento, per non ricadere
negli stessi errori che sono stati commessi nel passato e per non dover subire
analoghe sventure. Gli abbiamo posto alcune domande che riguardano il presente,
sicuri che le sue risposte potranno per noi essere un prezioso contributo per
una migliore comprensione della nostra difficile realtà.
Guardando alla società
attuale cosa prova?
A volte sdegno e
rammarico, a volte compassione nel veder sciupare tanti beni che costano lavoro
e capitale. La nostra non è la civiltà dei consumi ma dei rifiuti. È vergognoso
come noi occidentali ci stiamo comportando con i paesi poveri. Il commercio più
ricco è quello delle armi e della droga.
A cosa pensa sia dovuto
il risorgere un po’ dappertutto in Europa del nazionalismo e la ricomparsa di
sentimenti xenofobi e razzisti?
È che le nuove
generazioni non hanno memoria delle passate, e poco i mezzi d’informazione
fanno per ricordarle. Primo Levi diceva che le cose che si dimenticano possono
ritornare. È dovere di tutti ricordare quello che è successo in Europa nel
corso della seconda guerra mondiale.
Da un po’ di tempo si
assiste ad un tentativo di revisione della storia della seconda guerra mondiale
e della Resistenza. Qual è il significato di questa manovra?
La revisione della
storia! Come sono pericolosi i vari Nolte. Questi “revisionisti” esaltano il
nazionalismo, il potere e la razza, vorrebbero riportarci ai tempi delle guerre
mondiali. A tutti consiglio di leggere “I sommersi e i salvati”, l’ultimo
libretto di Primo Levi, “La nemesi del potere” di Wheeler-Bennett e il “Mein
Kampf” di Hitler.
Cosa pensa delle
“forze nuove” che si sono affacciate alla politica?
A mio avviso appaiono
come nuove ma hanno le idee più retrive e nefaste. Dobbiamo stare accorti a non
lasciarci intrappolare da immagini allettanti o da parole vacue; dietro queste,
ogni tanto, appare una tristissima prospettiva: quella terrificante che Orwell
profetizzava in “
Quali sono i valori
che si sono persi e che è assolutamente necessario recuperare?
Forse si è perduto il
valore della famiglia: è questa la base della società. Anche il senso del
risparmio; risparmio non come accumulo di ricchezza, ma come risparmio di
natura. La natura non è inesauribile! Finché siamo in tempo recuperiamo un uso
saggio della natura, non frivolo, non epidermico.
Cosa si sente di dire ai
giovani di oggi e a coloro che si sentono a disagio e vorrebbero fare qualcosa
per cambiare in meglio la società?
Ai giovani di non aver
fretta a crescere e di prolungare il tempo dei giochi; di non perdere ore
davanti alla TV. A tutti di leggere, di partecipare alla vita pubblica; di
usare l’auto con giudizio e di camminare all’aperto il più possibile. Il miglio
investimento è nella cultura, la ricchezza più grande è la salute.
(Silvana Calvo)