I QUADERNI DI
OLOKAUSTOS, n. 3, novembre 2005
OLTRE IL TEMPO
OLTRE LE GENERAZIONI
TAMACH - L’aiuto psicologico e
sociale ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro familiari in Svizzera.
1. La tardiva comprensione di un problema
Quando, nel 1945, vennero divelti i recinti intorno ai lager nazisti si disse che era finito un
incubo. Quel che era finito in realtà era l’incubo reale, la quotidiana realtà
dello sterminio; quel che iniziava contemporaneamente era il dolore personale,
i molti incubi che hanno tormentato, e che continuano a tormentare le
notti dei sopravvissuti alla Shoah[1]. E per sopravvissuti non si devono intendere solo i pochi
che sono riusciti ad uscire vivi dai lager,
ma anche coloro che furono rinchiusi nei Ghetti, o che si tennero nascosti in
qualche luogo col terrore costante di venire scoperti o traditi, o che
trascorsero quegli anni terribili fuggendo da un posto all’altro. I
sopravvissuti sono anche coloro che
vissero in qualche nazione (magari in Svizzera) una vita da clandestini,
perennemente impauriti di venire scoperti dalla polizia ed espulsi per ricadere
nelle mani dei nazisti, o magari un’esistenza da profughi tollerati, ma
indesiderati, con l’assillante preoccupazione di vedersi negato il rinnovo del
permesso di soggiorno.
Le sofferenze fisiche e
psichiche, la fame, le perdite degli affetti più cari, l’aver vissuto a lungo
in situazione di continuo pericolo, l’essere stati in balia di eventi incontrollabili, l’esser stati spogliati della dignità di esseri
umani e ridotti a null’altro che a numeri, a prede da inseguire,
le ferite e i sensi di colpa dovuti a un periodo di vita vissuto in modo
inumano hanno lasciato profondi segni nell’animo di
questi uomini e donne. Il trauma di questa esperienza estrema ha continuato,
d’allora in poi, per tutti i sessanta anni che sono seguiti, a condizionare la
vita dei sopravvissuti dell’Olocausto e ad influire sulle loro relazioni con i
coniugi e con i figli. Nel 1945 non si prevedeva che gli effetti del
trauma sarebbero dilagati anche oltre la generazione delle
vittime dirette e avrebbero coinvolto e colpito anche i figli attraverso un meccanismo
psicologico di traslazione transgenerazionale.
La comunità scientifica
per molto tempo non ha compreso sufficientemente la particolarità delle
patologie e la specificità delle sofferenze psicologiche legate alla Shoah, e
si è chinata su questa materia solo molto tardi, e molto tardi ha iniziato ad
elaborare strumenti per porvi rimedio.[2]
Fino agli anni ’70
del Novecento le patologie
inerenti
2. L’esperienza svizzera: TAMACH e Kontaktstelle
TAMACH in lingua ebraica significa
‘aiuto e sostegno’ ed è questa parola che è stata adottata nel 1998 dai fondatori dello Psichosoziale
Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz
(Consultorio psicosociale per sopravvissuti all’Olocausto e loro congiunti in
Svizzera[4]).
TAMACH è stato fondato a Zurigo nel
marzo del 1998 e non è certamente casuale la data
della sua nascita. Nel periodo immediatamente precedente, ossia nella seconda metà degli anni ’90, in Svizzera era
scoppiato quello che comunemente è denominato lo scandalo dell’Oro ebraico.
I fatti sono ben noti: dopo la fine
della Seconda Guerra Mondiale migliaia di conti bancari di vittime della Shoah
sono stati trattenuti dagli istituti di credito elvetici che, in larga misura,
si sono rifiutati di restituire agli eredi. Così il denaro che molti ebrei
europei prima di essere
inghiottiti dalla Shoah avevano creduto d’aver messo al sicuro negli istituti
finanziari e fiduciari svizzeri subì un vero e
proprio ‘sequestro’. L’enorme risonanza dello scandalo costrinse per certi
versi il mondo politico, i media e l’opinione pubblica ad occuparsi
diffusamente del passato. Di conseguenza, divenne via via sempre più chiaro
quanto fitti erano stati i rapporti a suo tempo intrecciati dalla Svizzera col
regime nazionalsocialista. Si comprese anche quanto restrittiva, riluttante e
avara era stata la politica
d’accoglienza verso i profughi ebrei durante il periodo nazista. Tutto
questo parlare e rivangare, da una parte, ha fatto riemergere in strati della
popolazione elvetica un insospettato antisemitismo che covava latente[5] e,
dall’altra, ha fatto in modo che nell’animo dei sopravvissuti all’Olocausto
residenti in Svizzera sorgessero nuove e riprendessero vigore antiche angosce.
Il presidente
di TAMACH, Uriel Gast[6]
così sintetizza la situazione allora creatasi:
A
quell’epoca vi era un grande rumore mediatico intorno ai temi della Shoah e
delle vittime dell’Olocausto. Questo però è avvenuto in modo superficiale e
l’opinione pubblica nonostante tutto non ha preso coscienza delle implicazioni
profonde della storia della Svizzera negli anni del nazismo e ancora meno è
riuscita a sintonizzarsi sullo stato d’animo dei sopravvissuti che vivono nel
Paese. Questo concetto è stato bene espresso da Gabor Hirsch, presidente della Kontaktstelle für Ueberlebende des Holocaust
in der Schweiz (Luogo di Contatto per sopravvissuti all’Olocausto in
Svizzera) che così si è espresso: «parlano moltissimo di noi, ma non con noi».
I sopravvissuti alla Shoah sono
giunti in Svizzera in momenti diversi[7]:
una piccola parte è costituita dai quei pochi che riuscirono ad entrare nel
paese prima del 1942 e che non furono obbligati a ripartire subito o dopo la
guerra. I primi 318 sopravvissuti dai lager
giunsero in Svizzera già nell’agosto del 1944. Altri
1366 reduci giunsero in Svizzera nel dicembre dello stesso anno. Questi 1684
sopravvissuti provenivano dal campo di Bergen-Belsen. Il loro rilascio fu reso
possibile dalle trattative segrete intavolate da Rudolf Israel Kastner[8]
con i nazisti. Una piccola parte di persone provenienti da questi due
trasporti ha potuto in seguito stabilirsi in Svizzera. Nel dopoguerra altri
sopravvissuti sono giunti quali profughi dall’Ungheria nel 1956 e dalla
Cecoslovacchia nel 1968. Sporadiche entrate individuali sono avvenute nell’arco
di tutti gli ultimi sessanta anni. Questi arrivi
tradivi sono dovuti soprattutto a motivi familiari (per esempio matrimoni con
cittadini svizzeri) o a motivi professionali. Non si sa con precisione
quanti siano in totale gli scampati all’Olocausto che attualmente
vivono in Svizzera.
Tre anni
prima della nascita di TAMACH, nel 1995, era iniziata l’esperienza della Kontaktstelle. Questa organizzazione, che si affianca ma non si identifica con
TAMACH, è nata da un incontro di circa venticinque sopravvissuti dell’Olocausto
che vivono nella Confederazione. Al termine della riunione emerse il desiderio
di ripetere l’esperienza. Nel 1996 Kontaktstelle
si è trasformato da gruppo informale in associazione. Oggi i soci, che nel
frattempo hanno superato il numero di 200, si incontrano circa sei volte
all’anno. Agli incontri partecipano sistematicamente anche le terapiste di
TAMACH. L’incontro tra TAMACH e Kontaktstelle
ha così reso possibile ai
sopravvissuti la realizzazione di un primo contatto informale con l’istituzione
di soccorso a loro dedicata. D’altro canto l’esigenza di realizzare anche in Svizzera un Consultorio che aiutasse
psicologicamente e socialmente i superstiti dell’Olocausto
e i loro familiari[9] era
stata espressa sin dall’inizio proprio dalla Kontaktstelle.
Ed è proprio l’espressione di questa esigenza che nel
Nei primi
anni di attività oltre 150 persone (superstiti e congiunti) si sono rivolte a
TAMACH. Nei primi dodici mesi è stata la ‘prima generazione’ ad essere al
centro delle preoccupazioni e dell’attività. A partire dal secondo anno sono state sviluppate
offerte terapeutiche per i Child-survivors
e per la ‘seconda generazione’. Nel frattempo
le terapiste in forza a TAMACH si sono ridotte a due: Revital Ludewig-Kedmi (da ora in poi indicata come REVITAL)
e Myriam Victory Spiegel (indicata
come MYRIAM).
Per capire le
metodologie di lavoro, l’impegno e le prospettive del lavoro di TAMACH abbiamo
intervistato le due operatrici a Zurigo. Grazie alla loro disponibilità siamo stati autorizzati a
riferire i resoconti di alcuni loro casi clinici: naturalmente sono stati
modificati i nomi, e tutti gli altri dati che potrebbero rendere identificabili
i protagonisti.
3. Intervista a TAMACH
Come è nato Tamach?
MYRIAM: L’idea
è sorta in occasione di una mia presentazione di Amcha[11]
durante una serata organizzata dalla
Kontaktstelle. La domanda che
mi è stata rivolta al termine della mia esposizione è stata: «ma perché non si
può fare qualcosa di simile in Svizzera?». Quest’idea è stata molto stimolante
non solo per me ma anche per Revital Ludewig-Kedmi e per Silvie Tyrangiel le
quali avevano anch’esse l’entusiasmo e le competenze giuste per intraprendere
un’attività del genere. Malgrado le nostre differenze di età, di formazione e
di provenienza ci siamo intese molto bene da subito e abbiamo potuto costituire
un buon team perché eravamo tutte e tre molto motivate. C’era da risolvere il
problema finanziario. A quell’epoca esisteva ancora il Fondo per l’Umanità e la Giustizia[12]:
l’avevano creato persone che si vergognavano del comportamento della Svizzera
nella Seconda Guerra Mondiale. Promotore di questo Fondo era l’allora
Consigliere agli Stati Gian Reto Plattner.
È da lì che sono arrivate le risorse economiche che ci
hanno permesso di iniziare. In seguito la nostra attività ha potuto continuare
a reggersi grazie alle offerte e ai contributi giunti da organizzazioni e
persone private, da istituzioni come Comunità Israelitica di Zurigo, come pure
da sussidi del Cantone e della Città di Zurigo. Una parte degli introiti è
costituita dagli onorari per le terapie o da offerte volontarie dei/delle
clienti. Siccome i prezzi dei trattamenti sono adattati alle possibilità finanziarie
dei pazienti, questi variano da caso a caso, e vanno da una cifra minima
simbolica di cinque franchi fino alla tariffa effettiva per una seduta di
terapia. Questi introiti non coprono assolutamente i costi del Consultorio, per cui questo deve sempre
affidarsi a un costante sostegno finanziario esterno.
Chi sono coloro che fruiscono della
consulenza di TAMACH?
REVITAL: I superstiti dell’Olocausto assistiti da TAMACH si possono suddividere in tre gruppi di età: i più giovani
sono i Child-survivors[13],
che ora hanno tra i sessanta e i settantasei anni e parzialmente sono
ancora attivi professionalmente. Al secondo gruppo appartengono i
sopravvissuti pensionati che tuttavia generalmente godono ancora di un
buono stato psicofisico e che sono interessati ad attività di gruppo. Nel terzo
gruppo si annoverano i sopravvissuti più anziani che in parte vivono in
ricoveri e sono sovente fisicamente o psichicamente limitati[14].
Oltre a loro vi sono i coniugi dei sopravvissuti, i quali non hanno essi stessi
subito la persecuzione nazista, ma soffrono delle conseguenze dei traumi patiti
dal proprio marito o dalla propria moglie. Ci sono poi i figli nati dopo il
1945, che costituiscono
Quali sono i problemi specifici presentati dalla prima generazione di superstiti?
REVITAL:
Gli esseri umani che sono sopravvissuti all’Olocausto si portano
appresso gli effetti della persecuzione. Le conseguenze del trauma patito si
presentano sotto forma di incubi, grandi angosce, disturbi psicosomatici o
patologie depressive e sensi di estraneità. Allo stesso tempo però molti
sopravvissuti all’Olocausto sono generalmente stati capaci di mettere in atto
buone strategie per superare il loro passato estremamente drammatico: hanno
fondato famiglie, sono stati attivi professionalmente per molti anni e sono
stati capaci (chi più, chi meno) di integrarsi nelle comunità ebraiche e nel
tessuto sociale elvetico. Il Consultorio offre
un ambito protetto nel quale i sopravvissuti all’Olocausto possono parlare
delle loro esperienze del passato e del presente. Questi colloqui devono
permettere loro tra l’altro di prendere coscienza delle strategie di
compensazione che hanno adottato per superare le difficoltà dovute al trauma
sofferto. Anche il problema dell’identità ebraica prima e dopo
Molti
sopravvissuti sono ora diventati molto anziani e per questo ora hanno bisogno
di sostegno perché pensano di più al passato, il che è normale. Se si sono
subiti dei traumi le angosce tornano. Per questo motivo il bisogno di
assistenza è molto più grande di quanto lo fosse trent’anni o quarant’anni fa.
È molto triste che molti sopravvissuti essendo molto anziani siano fatalmente
destinati a morire presto. Abbiamo pazienti ultranovantenni, e la prospettiva
della loro scomparsa, sia pure in età avanzata, addolora anche perché con essi
se ne va una pagina vivente di storia. Abbiamo constatato che più l’età dei
sopravvissuti avanza più cresce la richiesta di supporto. Negli anni passati
erano assorti dalla professione, erano molto occupati, adesso hanno tempo per
pensare.
Chi sono, e in che modo si caratterizzano i Child-survivors?
REVITAL: I Child-survivors sono un gruppo molto particolare, sono i
sopravvissuti alla Shoah che nel 1945 avevano un’età
inferiore ai 16 anni. Essi sono relativamente giovani, hanno oggi tra i
sessanta e i settantasei anni, e sono sopravvissuti, talvolta praticamente
soli, nei lager, nei ghetti,
nei nascondigli o come profughi. Il fatto d’essere sopravvissuti, lo devono
spesso all’aiuto di estranei o al caso. Hanno subito pressioni molto forti e a
causa della loro giovane età erano ancora meno degli altri in grado i
proteggersi fisicamente e psicologicamente.
In passato, una parte di loro affermava di essere riuscita a
sopravvivere ma di non voler avere più nulla a che fare con l’Olocausto, ma con
l’avanzare dell’età vi è un avvicinamento, un desiderio di parlarne. Rispetto
ai sopravvissuti più anziani, i Child-survivors
presentano problemi specifici. Essi hanno maggiori difficoltà con i ricordi. Se
erano molto giovani i ricordi sono pallidi e imprecisi, mentre se allora
avevano un’età superiore ai 10, 13 anni le impressioni del tempo del nazismo si
sono incise molto profondamente, essendo quella l’età del loro sviluppo e non
possedendo, al contrario degli adulti, ricordi di esperienze positive risalenti
al tempo precedente la persecuzione. E questo ha influito pesantemente sul loro
sviluppo. Per sopravvivere hanno dovuto
produrre notevoli strategie compensative e questo determina di fatto ancora
oggi la loro vita. Abbiamo notato che la maggior parte dei Child-survivors sono riusciti a costruirsi situazioni familiari e
professionali solide. Le esperienze della loro infanzia le hanno represse e
scacciate dalla coscienza. Tuttavia quando molti obiettivi professionali sono
stati raggiunti, e i figli hanno lasciato la casa, si è spesso osservato il
sorgere di una crisi psicologica e di una crisi dei valori. In quei frangenti
riaffiorano i vecchi ricordi, le vecchie insicurezze, le vecchie angosce che
possono manifestarsi sotto forma di sensazione di impotenza, di incompetenza,
sentimenti a cui non hanno mai ceduto in precedenza.
MYRIAM: Un’altra particolarità che
contraddistingue i Child-survivors è il fatto che in loro vi è molto spesso la
tendenza a banalizzare le proprie esperienze di persecuzione subita. Essi
considerano solo la generazione dei loro genitori come le vere vittime della Shoah.
Di fronte a questo fatto si pongono in modo ambivalente, a volte affermano che
nonostante tutto
Della Seconda generazione fanno parte i figli dei sopravvissuti che sono
nati dopo il 1945, ossia quando la persecuzione era terminata. In che modo
REVITAL:
Per la seconda generazione abbiamo due gruppi in un certo senso
opposti. L’uno è costituito da persone che fin da ragazzi hanno appreso molto
dai loro genitori, che ci dicono «abbiamo sentito parlare di Shoah al mattino,
al pomeriggio e alla sera: forse un po’ troppo», e ci interrogano per sapere se
possono dire ai loro genitori «non voglio più sentirne parlare». Questo
naturalmente li fa sentire in colpa facendogli dire che «loro hanno sofferto tanto
e se io non voglio ascoltare sono forse cattivo come i nazisti? sono come gli
altri? ma come mi posso difendere se non ce la faccio più ad ascoltare?».
L’altro gruppo, per contro, è costituito da coloro che mai hanno sentito una
parola in proposito dai loro genitori. Costoro ci pongono domande diverse:
«Devo, o posso, chiedere ai genitori, se ho scoperto qualcosa di cui loro non
mi hanno mai voluto parlare?». Così è stato ad esempio il caso di una signora
che in una sinagoga di Praga ha trovato
il nome dei propri familiari tra quelli delle vittime della Shoah e si è
chiesta se poteva interrogare in proposito la madre. In seguito ha poi potuto
scoprire che sua madre aveva perso un figlio nella Shoah.
Molti invece si trovano per così dire a metà tra questi due
estremi.
MYRIAM: Un
tratto comune che distingue
Pensate che con l’andare del
tempo, ossia con l’invecchiamento delle persone, le patologie della Seconda generazione tenderanno ad
acuirsi come si è visto nel caso della prima? Che negli anni a venire vi sarà
un ulteriore sviluppo nella manifestazione delle conseguenze della Shoah?
REVITAL: Penso
si possa distinguere.
MYRIAM: Devo un
po’ contraddire quello che ha appena detto Revital. Lei parlava della regola,
ma vi sono anche eccezioni e queste sono spesso dolorose per noi. Proprio nella
Seconda generazione troviamo talvolta
quelle situazioni che ci prendono più tempo, che ci incutono un maggiore senso
di impotenza e di disperazione. Nella Seconda
generazione vediamo esseri umani, i cui genitori sono magari riusciti a
superare abbastanza bene la loro esperienza vissuta. Sembra proprio che i figli
si siano assunti su di sé il trauma, che lo vivano in prima persona, che ne
siano stati feriti. Forse questi genitori, a causa del loro passato, non sono
stati in grado, in quanto genitori, di dare ai loro figli quella sicurezza e
quella protezione di cui avevano
bisogno. Non si tratta della regola ma di eccezioni, e noi spesso non siamo in
grado di aiutarli e questo ci addolora molto. Ma questo è anche un aspetto
della Shoah: la sua capacità di ferire ancora così
profondamente anche oltre il suo tempo.
REVITAL: Certo,
vi sono anche casi estremi, come quello del figlio che si sente perseguitato. I
genitori gli sembrano così forti perché non parlano mai dell’Olocausto e invece
lui soffre di mania di persecuzione, si sente braccato dai nazisti. E allora
sorge la domanda da dove vengono le sue angosce, ed è chiaro che tutto si
riallaccia alla Shoah e ai traumi subiti dai genitori. In un caso come questo è
importantissimo parlarne all’interno della famiglia, che i genitori gli
raccontino cos’hanno passato: in questo modo le sue angosce potranno ridursi
perché si potrà rendere conto che loro hanno subito cose terribili, ma
inferiori a quanto lui si era immaginato, che le sue fantasie erano molto
peggiori della realtà. Nel caso di cui parliamo, ad esempio, il figlio è
rimasto molto stupito nel sentire raccontare dalla madre che all’interno del Ghetto
aveva provato gioia in occasione di un matrimonio. Questa era una cosa che lui
non era mai stato in grado di concepire: che si potesse festeggiare, che fosse
possibile provare talvolta anche gioia, che ci si potesse anche divertire
all’interno del Ghetto.
In certi casi molto gravi, dobbiamo riconoscere i nostri limiti e
renderci conto che si riesce tutt’al più a mitigare. Dobbiamo ricordare sempre
che i traumi sono purtroppo irreversibili. Non possiamo annullarli, non
possiamo cancellarli dalle cose avvenute. Talvolta tutto quello che riusciamo a
fare è di alleviare, di lenire i sintomi.
Cosa si intende esattamente per
i figli Candele della memoria?
MYRIAM: È la
psicoanalista di origine italiana Dina Wardi, che ora vive e lavora in Israele
e si occupa molto di pazienti appartenenti alla Seconda generazione, che ha introdotto questo termine. Esso serve a
designare una specifica dinamica psicologica familiare: «…in quasi tutte le famiglie dei
sopravvissuti uno dei figli è designato al ruolo di Candela della memoria: la candela commemorativa per ricordare tutti
i parenti morti nella Shoah, e gli è affidato il gravoso compito di partecipare
al mondo emotivo dei genitori in misura molto maggiore rispetto agli altri
fratelli e sorelle. Questo figlio ha inoltre la missione di servire da anello
della catena, che da un lato collega al passato, dall'altro lo coniuga al
presente e al futuro. Tale ruolo nasce dalla necessità di riempire l'immane
vuoto lasciato dalla Shoah…»[17].
Quali sono le ripercussioni che
il trauma ha sul rapporto tra coniugi di cui uno, o ambedue sono dei
sopravvissuti alla Shoah?
REVITAL: Noi
sappiamo che le esperienze del passato, le esperienze dell’Olocausto
influiscono sul rapporto di coppia. L’influsso è differente da caso a caso,
tuttavia possiamo suddividere la casistica in quattro tipologie principali.
Ci sono stati sopravvissuti che dopo l’Olocausto hanno desiderato
sposare qualcuno che avesse vissuto un’esperienza simile alla propria: così il
trauma vissuto in solitudine ha potuto trasformarsi in un trauma comune. Per
queste persone è stato importante unirsi a qualcuno con cui potevano parlare e
capirsi al volo. Se uno diceva «è successo durante l’appello» l’altro capiva
immediatamente di cosa si stesse parlando. I coniugi avevano avuto esperienze
analoghe e per questo il legame di queste coppie è stato generalmente molto
stretto. Insomma la sofferenza comune li univa: erano per così dire “legati dal
trauma”.
Ci sono invece altri sopravvissuti
che si sono detti «l’Olocausto è il passato» e con questo passato non
volevano aver più nulla da fare. Desideravano vivere nel presente, anzi
proclamavano «noi siamo il presente» . Questi soggetti hanno cercato
dei partner che non fossero stati coinvolti dalla Shoah, che magari non fossero
ebrei, che non si interessassero all’Olocausto. I valori che univano queste
coppie erano altri, quelli concreti del “qui e adesso”, magari la musica, la
natura, oppure il desiderio di costruire insieme una situazione economica
solida. Erano il presente e il futuro che contavano. In fondo si trattava di
una fuga dal passato. In questo modo si sono realizzate relazioni di coppia
spesso molto belle. Tuttavia, con l’avanzare del tempo, si sono sovente
presentati problemi. Il naturale concentrarsi sul passato che le persone
normalmente fanno a partire da una certa età fa sì che il coniuge che ha
vissuto
Ci sono poi altre due importanti tipologie. Vi sono matrimoni in
cui si verifica la dinamica “protettore-protetto” che si manifesta specialmente
in coppie nelle quali uno è sopravvissuto all’Olocausto e l’altro no. In questi
casi uno dei coniugi (quello che non ha vissuto
Vi è infine un’altra dinamica, quella che indichiamo con «chi ha
sofferto di più?». Questa si presenta non raramente nel matrimonio tra due
sopravvissuti. E si tratta di una cosa che ha sorpreso molto anche noi perché
non l’avevamo prevista, ma l’abbiamo riscontrata in non pochi dei cinquanta e
più casi che costituiscono la base della nostra esperienza di lavoro. Qui
abbiamo di fronte due persone che sono in concorrenza tra loro su chi dei due
ha patito di più. Sono due sopravvissuti, vivono assieme, e ognuno dei due
desidera il ruolo di vittima principale. Per esempio vi è stata una coppia
nella quale ho parlato prima con la moglie, Lena, e ho appreso la storia di
come è sopravvissuta da bambina. La settimana dopo ho parlato con il marito,
Moses, ma durante questo colloquio la moglie è continuamente entrata nel locale
perché voleva continuare il racconto della propria storia. Quando lui diceva
«era inverno e non avevo pantaloni», lei ribatteva immediatamente «e io non
avevo scarpe a meno di zero gradi» e questo fino a raggiungere un litigio tra i
due coniugi. In questi casi, si tratta di una competizione latente per la
predominanza nel ruolo di vittima perché inconsciamente ognuno crede che se si
ha sofferto di più si merita maggiore attenzione dal coniuge. Questo è proprio
ciò che ambedue i partner desiderano ardentemente: venire amati e curati. Ed è
da lì che sorge questo conflitto inconsapevole, perché in prevalenza si tratta
di un processo inconscio, per accaparrarsi il ruolo di vittima principale.
Questa situazione si ripercuote pesantemente sul rapporto di coppia. Importante
per noi è di aiutare i coniugi a riconoscere pari dignità alle sofferenze di
ognuno, di renderli capaci di darsi a vicenda cure e sostegno, di far loro
capire che sia l’uno sia l’altro sono deboli e forti allo stesso tempo. Per
queste persone è molto difficile essere protettive nei confronti del coniuge
dal momento che contemporaneamente sono esse stesse fortemente bisognose di protezione.
Il nostro compito consiste proprio nell’accompagnare e sostenere i coniugi nel
difficile compito di modificare il loro rapporto e assumere alternativamente il
ruolo di protettore e di protetto.
Il problema del silenzio.
Quando si parla dei sopravvissuti ci si imbatte inevitabilmente nel problema
della difficoltà di comunicazione. Vi sono persone che addirittura rifiutano di
parlare della Shoah. Altri vi riescono solo parzialmente. Cos’è che impedisce
loro di parlare?
MYRIAM: Non
credo che per il parlare o il tacere vi sia un comportamento così tipico da
costituire una regola. Ci sono individui che hanno riversato tutto su altre
persone e sui figli, senza imporsi nessuna remora, e ci sono persone che non
hanno detto nulla del tutto. Vi sono poi altre persone che hanno parlato in
modo parziale, censurando l’uno o l’altro aspetto: potrebbe trattarsi delle
loro angosce o delle loro paure o dei loro sensi di colpa, ma non è detto che
sia sempre così. Talvolta sono stati taciuti quegli aspetti che rivelavano
debolezza e impotenza, in altri casi la preoccupazione principale era quella di
proteggere dall’angoscia chi ascoltava (specialmente se si trattava di
bambini). I motivi sono diversi e talora è difficile individuarli, taluni sono
coscienti altri inconsci, ed è molto difficile distinguere il vero movente. Le
persone sono una diversa dall’altra e ognuna ha le sue strategie di
compensazione per superare il trauma, perciò i comportamenti sono differenti. È
importante capire che non vi è un “sopravvissuto tipico” dell’Olocausto: non si
può dire «chi è stato in un campo di concentramento è così e basta, coloro che
sono stati in un ghetto hanno tutti questa o quest’altra peculiarità».
Naturalmente vi sono caratteristiche che, vista l’esperienza comune, si ripetono,
ma è sbagliato voler generalizzare. Per questo motivo il nostro lavoro è così
impegnativo, non si sa mai cosa ci verrà detto. Ciò che è necessario è di avere
una grande capacità di ascolto e di essere aperti a ogni cosa che ci venga
presentata. Infatti coloro che si rivolgono a noi si pongono il problema a
sapere se noi siamo veramente pronti ad ascoltare, se siamo in grado di
sopportare il materiale che ci verrà portato. E lo capiranno subito se siamo
veramente disponibili e capaci di accogliere, di assumere in noi, quanto
realmente hanno da dirci oppure se abbiamo paura e preferiamo solo essere
intrattenuti con un racconto stereotipato e compiacente dal contenuto per noi
tranquillizzante.
Voi offrite alle persone che si
rivolgono a voi la possibilità di dare
testimonianza. Di cosa si tratta
in concreto? Considerate questa testimonianza uno strumento terapeutico?
REVITAL: Quello
che possiamo osservare è che tutte le persone nella tarda età riflettono sulla
propria vita, la ricostruiscono. Questo naturalmente è difficile se nella vita
vi è stato un trauma come l’Olocausto. Da noi il dare testimonianza costituisce anche una forma di terapia. Le
persone vengono qui con il desiderio che la loro storia non vada persa, per la
propria famiglia, per se stessi, per il popolo ebraico, per tutto il mondo,
affinché non si ripeta. Cominciano a raccontare e sono essi stessi sorpresi di
quanto hanno da dire. All’inizio vengono qui e dicono spesso «non so come sarà,
non so se avrò molto da raccontare, se mi ricordo», ma poi dopo l’esortazione
introduttiva «Mi racconti tutto dalla sua infanzia fino ad ora, tutto quello
che a lei sembra importante» si sciolgono e spesso il racconto dura a lungo,
un’ora, due ore, tre ore. In seguito rivolgiamo loro delle domande, e le loro
risposte stimolano l’affiorare di altri ricordi. Spesso la testimonianza
costituisce l’inizio del lavoro di rielaborazione del passato. Si tratta da
parte nostra di un’offerta di ascolto e talvolta sorgerà in loro il desiderio
di mettere per iscritto il racconto fatto voce. E noi ci accorgiamo che le
persone vogliono restare qui per approfondire per riflettere insieme su
determinati aspetti. Si rendono conto di come per loro è stato difficile, ma
prendono anche coscienza di quanta forza hanno avuto. È importante poter dire
«la mia vita è come una catena di cui l’Olocausto è stato una specie di anello
nero, però sono stato anche in grado di trarre da me stesso molte risorse che
mi hanno aiutato a districarmi». Per questo è importante, per la persona il
ripercorrere la propria storia, perché se non lo facesse non riuscirebbe mai a
capire quanta forza aveva comunque dentro di sé. Il raccontare la propria
storia ha sempre un effetto terapeutico.
Veniamo alle testimonianze
raccolte da TAMACH dal punto di vista storico. Queste persone desiderano che le
loro esperienze diventino parte della Storia della Shoah? Dopo che sono state
raccontate in terapia, come verranno conservate? Semplicemente come un
materiale interno del Consultorio, oppure verranno registrate da qualche parte?
O pubblicate?
REVITAL: Esiste
un certo numero di persone che dicono «io voglio deporre la mia storia qui da
voi, ma desidero che rimanga da voi. Faccio questo per voi, per me stesso, per
la mia famiglia». Questo succede specialmente quando la storia continua a
suscitare nel soggetto forti angosce e sensi di colpa. Per queste persone è
importante raccontare la loro storia per riappropriarsi del loro passato, per
chiudere il cerchio con un documento che rimarrà confidenziale tra loro e noi.
Noi, in casi come questi, rispettiamo in modo assoluto il loro desiderio di
riservatezza.
È però un dato di fatto che una parte delle persone che
passano da noi desiderano fortemente che
la propria vita venga ascoltata e conosciuta, che sia raccolta in un archivio,
o anche che venga poi riportata in forma di un articolo, sia inserita in un
libro, oppure che venga trasposta in un documentario o un film. Noi sosteniamo
questo loro desiderio. Attualmente stiamo collaborando alla preparazione di un
film che realizzeremo insieme all’Unione
delle Comunità Israelitiche svizzere.[18] Questa pellicola
racconterà le storie di tre
sopravvissuti della Svizzera orientale che in prima istanza hanno reso la loro
testimonianza qui da noi. Inoltre noi incoraggiamo i nostri pazienti ad
incontrare giovani che vengono da noi per documentarsi e li stimoliamo ad
andare nelle scuole a raccontare la loro storia e a dialogare con i ragazzi.
Per queste attività noi fungiamo anche da intermediari e organizziamo incontri
nelle scuole in tutte le città svizzere da dove ci giungono delle richieste.
Abbiamo una ventina di sopravvissuti che si sono dichiarati disponibili per
queste testimonianze dirette ai giovani o al pubblico interessato in generale.
In qualche caso, quando un’istituzione dedica un’intera giornata alla Shoah
cerchiamo di far in modo che possano partecipare superstiti che hanno avuto
esperienze diverse, chi nel ghetto, chi nel
lager, chi è stato nascosto, chi è venuto in Svizzera come profugo. Questo
perché è importante far comprendere quanto diversi siano stati i destini delle
varie persone durante
Il diradare del numero dei superstiti
porterà alla riduzione dell’attività di TAMACH o addirittura a una sua
chiusura?
MYRIAM: A breve e media scadenza no di
certo. C’è ancora bisogno di TAMACH. In primo luogo l’aspettativa di vita dei Child-survivors e delle persone della
‘seconda generazione’ è ancora ampia, nell’ordine
di alcune decine d’anni. Inoltre dobbiamo essere presenti anche per quei molti
sopravvissuti i quali, per l’orgoglio di avercela fatta da soli fino ad ora, di
riuscire ancora a farcela anche oggi, di possedere buone resistenze, non hanno
ancora voluto prendere in considerazione l’ipotesi di rivolgersi ad un servizio
di sostegno. Per decidersi a chiedere un
aiuto, spesso per loro ci vuole molto tempo. Per questo motivo la presenza di
TAMACH è importante, perché quando la persona deciderà che per lei è giunto il
momento di chiedere soccorso, di chiedere di poter parlare, noi ci saremo.
Perciò non c’è nessuna intenzione di smantellare o ridurre l’attività di
TAMACH.
4. Alcuni casi tipici di
assistenza psicosociale effettuati da TAMACH
Esempio di assistenza
psicosociale a una persona della Prima
generazione[19]
Guardando
alla terapia della signora L., si evidenziano con chiarezza sia la complessità
delle conseguenze dalla Shoah sia la difficoltà del processo terapeutico.
Nell’età avanzata i sopravvissuti all’Olocausto si confrontano maggiormente con
il loro passato traumatico: non lavorano più, i figli sono da tempo fuori casa,
hanno molto tempo e nessun compito da svolgere. Così è stato per la signora L.,
la quale con l’età ha continuato a pensare sempre di più ai tempi della
persecuzione e a soffrire di incubi e di angosce. Spesso esprimeva il timore
che la storia dei sopravvissuti e la storia della sua famiglia assassinata sarebbero
andate perse dopo la sua morte. All’inizio della terapia ha avuto rilievo la
possibilità che le è stata offerta di dare
testimonianza, cosa che le ha permesso di raccontare la storia della sua
vita e della persecuzione patita.
Il
primo marito e il primo figlio furono assassinati durante la Shoah. Dopo la
Shoah, la signora L. visse 10 anni sola in Israele e verso la metà degli anni
50 sposò un uomo di nazionalità svizzera. Da questo legame nacque un figlio. Il
figlio porta su di sé il peso del passato. Simbolicamente questo figlio avrebbe
dovuto assolvere al compito di sostituire agli occhi
della madre tutta la famiglia assassinata. Quando morì il secondo marito, la
signora L. cadde in una grave depressione che era
rafforzata dal suo continuo pensare alla famiglia assassinata. La signora L. ha
frequentato la psicoterapia settimanalmente per la durata di oltre due anni,
nel corso dei quali ha potuto per la prima volta parlare delle sue perdite di
allora e delle sue angosce attuali. Al centro dei colloqui individuali stava
l’elaborazione del lutto per i familiari assassinati e delle angosce attuali,
come pure ha preso evidenza l’influsso della Shoah sui suoi rapporti con il
figlio vivente. Inoltre la signora L. ha partecipato ad un gruppo di terapia
all’interno del quale ha avuto la possibilità di parlare con altri
sopravvissuti all’Olocausto delle sue esperienze durante e dopo la
persecuzione. Quando, nel 1999, la signora L. si ammalò, la terapia è
continuata sotto forma di tre visite a domicilio, fino al momento nel quale si
è ristabilita al punto da poter di nuovo venire al Consultorio. Il sostegno flessibile in forma di
visite a domicilio e di continuo accompagnamento psicologico da parte di
TAMACH, le ha fornito un appoggio emotivo. La terapia
si è conclusa quando la signora L. ha ritenuto di avere le sue angosce sotto
controllo e si è sentita in grado di preparare con gioia il proprio
trasferimento in una casa di riposo.
Esempio di terapia con un Child-Survivor[20]
Il
sig. Z. è sopravvissuto all’età di dieci anni
nascondendosi. I suoi genitori riconobbero lo stato di pericolo in cui si trovava la famiglia e
trovarono il modo di organizzare la sua fuga dal Ghetto. Z. visse due anni
presso una famiglia contadina rimanendo per la maggior parte del tempo nascosto
nel sottotetto. Alla fine della guerra apprese che i suoi genitori e sua
sorella maggiore erano stati uccisi nel campo di sterminio. Dopo la guerra
crebbe dapprima in un istituto ebraico recuperando velocemente le lacune
scolastiche. Più tardi riuscì a percorrere una prestigiosa carriera accademica.
Fondò una famiglia e per anni fu assorbito da questa e dalla professione. In
questo modo riuscì a distrarsi dal passato di persecuzione. Dopo il
pensionamento venne sempre più oppresso da un senso depressivo che gli
toglieva interesse per i contatti umani
e per gli hobby. In questa crisi dei valori avvertiva grandi angosce da
abbandono. Sua moglie e i suoi figli iniziarono a preoccuparsi per lui. Si
fissava sempre di più sulle cose marginali e perdeva di vista l’essenziale,
cosa che inquietava molto la sua consorte non colpita personalmente
dall’Olocausto. Nella terapia di coppia ci si è preoccupati di introdurre nel
loro rapporto la comunicazione sia del passato di persecuzione sia dell’influsso
di questa su di loro come individui e come coppia. Le
perdite subite nel passato sono potute riaffiorare e i coniugi ne hanno
elaborato insieme il lutto. Uno degli obiettivi della terapia è stato quello di
sostenere la moglie. Negli ultimi anni essa aveva trascurato le sue personali
esigenze in quanto riteneva prioritaria la necessità di alleviare le sofferenze
del marito. Nella terapia di coppia ha potuto imparare a far valere le
proprie esigenze senza ferire il marito. In questo modo l’uomo è stato in grado
di assumersi la responsabilità e di prendere coscienza dei propri sentimenti.
Esempio di una terapia rivolta ad
una persona della Seconda generazione[21]
La
signora G. crebbe in un ambiente cristiano in Svizzera. A 13 anni udendo
casualmente un colloquio dei suoi genitori apprese che suo padre era un
sopravvissuto all’Olocausto. G. aveva percepito la figura paterna come persona
silenziosa che preferiva rifugiarsi nella musica classica piuttosto che avere
contatto con la propria figlia. Dialoghi e contatti fisici erano eccezioni. La
madre ricopriva il ruolo di “protettrice” del padre e per questo motivo era
solo parzialmente a disposizione della figlia quale interlocutrice. Quando la
signora G. interrogò suo padre sulle sue esperienze nella Shoah, questi ammise
il fatto, ma non fu mai disponibile per raccontare dettagli del suo passato. G.
si rifugiò allora nella lettura di libri sul tema dell’Olocausto e si unì ad un
gruppo giovanile insieme al quale si recò ad Auschwitz. Soggiornò pure per
lungo tempo in Israele. In questo modo sperava di vincere l’atteggiamento
distaccato del padre e di riuscire a stargli vicina. Più tardi la signora G.
scelse una professione sociale e sposò un cittadino tedesco, il cui padre era
stato nazista. Come donna adulta si presentò al Consultorio in quanto – dopo il divorzio – stava valutando una sua
conversione all’ebraismo. Nel corso della terapia è emerso quanto
Caso di un rapporto di coppia
perturbato dal trauma[22]
Benjamin
e Sabine si sono conosciuti e si sono immediatamente innamorati in Polonia nel
1945 dopo che ognuno di loro era riuscito a suo modo a sopravvivere alla Shoah.
Sabine, una bella ventisettenne, era nata in Germania da padre ebreo e madre
cristiana poi convertitasi all’ebraismo.
Era riuscita ad uscire viva dopo essere stata prigioniera ad Auschwitz,
Bergen-Belsen e Salzwedel. Benjamin, un ventenne biondo con gli occhi chiari,
era riuscito a sopravvivere con documenti falsi mentre i suoi familiari erano
stati tutti uccisi. Nel 1946 si sono sposati
ed hanno formato da allora in poi una coppia estremamente unita basata
su un rapporto di amore reciproco e di protezione da parte del marito verso la
moglie. Se si chiedeva a Benjamin quale fosse stata la sua più terribile
esperienza di vita egli non aveva dubbi
nel dire che la sua massima preoccupazione era la condizione di salute di sua moglie.
«Mia moglie ha sofferto moltissimo, si è portata dal lager molte piaghe. Ogni giorno ha una malattìa nuova: lunedì hanno
smesso di bruciarle gli occhi, martedì niente, mercoledì mal di pancia, giovedì
la vescica. È insopportabile. È grave, grave, grave. Non so più se è giusto o
se viene dalla sua testa...molti mi dicono che dovrebbe andare da uno
psicologo, ma lei non è una Medium da dare in
uso agli psicologi». Nonostante il resoconto sembri piuttosto irrazionale si
capisce che Benjamin è veramente disperato. Da anni sua moglie gli racconta
esaurientemente i suoi dolori e lui la cura sempre amorevolmente. Per lui non
ha importanza se i malanni della moglie siano di origine fisica o psicologica:
quello che conta è che la vede soffrire. Un’operazione da lei subita due anni
addietro l’aveva prostrato al punto tale che non era più stato in grado di
dormire e aveva presentato reazioni depressive. Passava tutta la giornata al
suo capezzale. La cosa si aggravò allorquando la donna ebbe un attacco notturno
durante il quale aveva gridato: «Benjamin dove sei? Salvami». Da allora
cominciò a soffrire di sensi di colpa per non essere stato presente quando lei
aveva avuto bisogno di lui. Verosimilmente la forte reazione di Benjamin era
dovuta alla sua esperienza durante
La
distribuzione di questi ruoli è ideale quando ognuno dei due partner è in grado
di assumere alternativamente il ruolo di protetto e di protettore[23].
Nel
caso di sopravvissuti alla Shoah l’assunzione rigida del ruolo di
protettore-protetta (o viceversa di protettrice-protetto) può divenire un modo
di elaborare il trauma all’interno della coppia. Per Benjamin si tratta di aver
modo di riparare, con la dedizione alla moglie, le sue presunte manchevolezze
nei riguardi della propria famiglia e di calmare in questo modo i suoi sensi di
colpa. Per Sabine invece la dedizione del marito è una compensazione. Infatti
essa aveva vissuto come molto traumatico il fatto che sua madre (registrata
come cristiana tedesca) non sia stata anche lei deportata. Di fatto aveva
vissuto questa circostanza come un abbandono della madre, tant’è che, dopo
averla ritrovata alla fine della guerra, i suoi rapporti con lei sono divenuti
assai conflittuali. Le cure e le attenzioni del marito costituivano dunque una
compensazione, per lei Benjamin rappresentava ‘una madre migliore’ che non
l’avrebbe mai abbandonata. Di fatto si verifica la situazione nella quale lei
si presenta bisognosa di cure per permettere a lui di curarla amorevolmente,
mentre lui, per avere modo di curarla amorevolmente, concede a lei di essere
tanto bisognosa. Per questo motivo il compito di Benjamin è quello di rimanere
sempre forte per proteggere Sabine, mentre Sabine deve rimanere sempre debole
affinché Benjamin la possa proteggere. In casi come questo ai terapeuti si pone
il problema se sia il caso o meno di modificare la dinamica del rapporto che
comunque si è dimostrata efficace per tenere unita la coppia e per soddisfare
le esigenze psicologiche profonde dei due coniugi. Il rompere questo
equilibro può essere più dannoso che
utile. Per questo è necessaria molta sensibilità per riuscire a far emergere la
forza della coppia per aiutare il marito e la moglie a capire cosa desiderano e
possono cambiare nel loro rapporto, in modo da riuscire almeno a diminuire il
tasso di sofferenza.
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Dr.phil. Revital Ludewig-Kedmi è
psicologa e terapista familiare. Lavora con sopravvissuti all’Olocausto e con i
loro figli e dirige corsi di formazione per terapisti che si occupano di
famiglie di carnefici e di vittime. Oltre al lavoro terapeutico si occupa di
ricerca nel campo del Trauma e Psicologia del diritto. È docente incaricata
presso le Università di S. Gallo e Basilea.
Miriam Victory Spiegel è nata e cresciuta
a New York. Dopo una pluriennale attività quale assistente sociale comunale a
New York, nel 1983 si è trasferita in Svizzera dove lavora quale consulente
psicologica praticando terapie sistemiche di coppia e familiari. Si occupa di
prevenzione della discriminazione e di sostegno a persone che hanno sofferto
persecuzione e violenza.
Bibliografia:
Dreyfus, Madeleine, Entschuldigung und Rechtfertigung, Zum
Rezeptionsmuster der antisemitischen Flüchlingspolitik der Schweiz im Zweiten
Weltkrieg, in Ludewig-Kedmi,
Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie (curr.), Das
Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag,
Zürich, 2002, pp. 175-191.
Durst, Nathan, Eine Herausforderung für Therapeuten. Psychoteherapie mit Ueberlebenden
der Shoah, in Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel,
Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust
zwischen Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag, Zürich, 2002, pp.
79-96.
Kosmala, B. – Ludewig-Kedmi, R., Verbotene Hilfe. Deutsche Retterinnen und
Retter wärend des Holocaust, Pestalozzianum Verlag, Zürich, 2003.
Ludewig-Kedmi, Revital, Trauma und Partnerschaft, I. Der Partner als
Beschützer und Retter, in Ludewig-Kedmi,
Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen
Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag, Zürich, 2002, pp. 61-66
Ludewig-Kedmi, Revital, Opfer und Täter zuglerich? Moraldilemmata jüdischer Funktionshäftlinge
in der Shoah, Psychosozial-Verlag, Giessen, 2001.
Ludewig-Kedmi, Revital, Geteilte Delegation in Holocaust-Familien.
Umgang mit der Ambivalenz gegenüber Deutschland in Systema,
Zeitschrift für Familientherapie, Weinheim1998-11
(4), pp. 171-178.
Ludewig-Kedmi, Revital, Bewältigungsstrategien einer
Holocaust-Familie. Partnerschafts- und Delegationsprozesse, in Systema, Zeitschrift für Familientherapie,
Weinheim, 1999-13 (1), pp. 25-40.
Ludewig-Kedmi, Revital - Spiegel, Miriam
Victory - Tyrangiel, Silvie, Fünf Jahre TAMACH, (Cinque anni di
TAMACH), Edito in proprio da TAMACH, Psychosoziale Beratungsstelle für
Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz, Zürich, 2003.
Rothschild, Berhold, Die Macht des Schweigens. Historische
Wahrheit – ein vernachlässigtes psychoanalytisches Konzept (La potenza del
silenzio. Verità storica – un concetto psicoanalitico trascurato), in
Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie
und Geschichte (Il trauma dell’olocausto tra psicologia e storia), Chronos Verlag, Zürich, 2002, pp. 143-151.
Spiegel, Miriam Victory, Waisenkinder
der Geschichte, in System Familie, Springer
Verlag, Berlin-Heildelberg, 7-1994, pp. 15-18.
Spiegel, Miriam Victory, Die Zweite Generation: Spätfolgen,
in System Familie, Springer Verlag,
Berlin-Heidelberg, 7-1994, pp. 50-60.
Spiegel, Miriam Victory, Psychotherapie
als Friedensarbeit, in Gestalt 31,
Zeitschrift des Schweizerischen Vereins für Gestalttherapie, 1998-2, pp.
3-10.
Spiegel, Miriam Victory -
Tyrangiel, Silvie – Ueberschattete
Kindheit. Die Auswirkungen der Shoah auf die zweite Generation in
Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen
Psychologie und Geschichte, Chronos
Verlag, Zürich, 2002, pp. 41-57.
Tyrangiel, Silvie,
Emigrantenkinder, in AA.VV., Die Kinder der Verfolgten. Die Nachkommen
der Naziopfer und Flüchligskinder heute,
Verlag für Medizinische Psychologie Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen
1989 pp. 23-79.
Wardi, Dina, Le Candele della Memoria. I figli dei
sopravvissuti dell’Olocausto: traumi, angosce, terapia, Sansoni, Milano,
1993 (l’edizione originale in lingua ebraica è edita da Keter, Tel Aviv, 1990).
Weitz, Yechiam, The Man
who was Murdered Twice - The Life,
Trial and Death of
Willi, Jörg, Die Zweierbeziehung, Rowohlt, Reinbeck
bei Hamburg, 1975.
[1] Pur essendo consapevoli della distinzione semantica e delle discussioni intorno all’uso appropriato dei due termini, nel presente articolo ‘Olocausto’ e ‘Shoah’ vengono adoperati come sinonimi. In analogo modo si sono comportate le terapiste nelle loro risposte alla nostra intervista.
[2] Cfr. Nathan Durst, Eine Herausforderung für Therapeuten. Psychoteherapie mit Ueberlebenden
der Shoah (Una sfida per terapisti. Psicoterapia con sopravvissuti alla
Shoah), in Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel, Silvie
Tyrangiel, Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte (Il
trauma dell’Olocausto tra psicologia e storia), Chronos Verlag, Zurigo 2002,
pp. 79-96
[3] Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel, Silvie Tyrangiel, Fünf Jahre TAMACH (Cinque anni di TAMACH), Edito in proprio da TAMACH, psychosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz. Zurigo 2003, p. 5.
[4] TAMACH, Psychosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz (Consultorio psicosociale per i sopravvissuti all’Olocausto e loro congiunti in Svizzera) ha sede a Zurigo in locali messi a disposizione dalla Israelitische Cultusgemeinde
[5] Madeleine Dreyfus, Entschuldigung und Rechtfertigung, Zum Rezeptionsmuster der antisemitischen Flüchlingspolitik der Schweiz im Zweiten Weltkrieg (Giustificazione e discolpa. A proposito del modello di ricezione della politica antisemitica svizzera verso i rifugiati nella seconda guerra mondiale), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit. , pp. 175-191; Cfr. Comunicato Stampa, del 16/01/1967, della Commissione Federale Contro il razzismo il cui testo si può leggere nel sito ufficiale dell’Amministrazione Federale http://www.edi.admin.ch/ekr/themen/00104/00338/970116_olocausto_discussione_it.pdf?PHPSESSID=539f05c10b335c5f1004c70841b70768.
[6] Oltre ad essere presidente di TAMACH Uriel Gast è direttore dell’Istituto storico e dell’Archivio di storia contemporanea del Politecnico di Zurigo.
[7] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit. pp. 6-7
[8] Nel 1955 Rudolf Israel
Kastner fu accusato di collaborazionismo con i nazisti, nel 1957 venne
assassinato a Tel Aviv da un agente segreto, nel
[9] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit., pp. 6-7
[10] Delle tre fondatrici di TAMACH, due (Myriam Victory Spiegel e Silvie Tyrangiel) appartengono alla ‘seconda generazione’,ossia sono figlie di sopravvissuti all’Olocausto.
[11] Amcha – come abbiamo già accennato - è l’istituzione che in Israele si occupa del sostegno psicologico-sociale ai sopravvissuti alla Shoah
[12]Fonds für
Menschlichkeit und Gerechtigkeit
[13] Ragazzi sopravvissuti
[14] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit., pp. 7-8
[15] Cfr. Silvie Tyrangiel, – Miriam Victory Spiegel, Ueberschattete Kindheit. Die Auswirkungen der Shoah auf die zweite Generation (Infanzia oscurata. Gli effetti della Shoah sulla Seconda Generazione), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit., pp. 41-57
[16] Cfr. Berhold Rothschild, Die Macht des Schweigens. Historische Wahrheit – ein vernachlässigtes psychoanalytisches Konzept (La potenza del silenzio. Verità storica – un concetto psicoanalitico trascurato), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit., pp. 143-151
[17] Dina Wardi, Le Candele della Memoria. I figli dei sopravvissuti dell’Olocausto: traumi, angosce, terapia, Sansoni, Milano, 1993.
[18]FIG, Schweizer Israelitischer Gemeindebund, che è l’organizzazione che comprende la maggioranza delle Comunità ebraiche svizzere
[19] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit., pp. 9-10
[20] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit., p. 10
[21] Fünf Jahre
TAMACH, op. cit., pp. 12-13.
[22] Riassunto di un caso tratto da: Revital Ludewig-Kedmi, Trauma und Partnerschaft, I. Der Partner als Beschützer und Retter (Trauma e rapporto di coppia, I. Il Partner come protettore e salvatore), in Das Trauma des Holocaust ...op. cit., pp. 61-66
[23] per le varie dinamiche di coppia, tra le quali Protettore-protetta Cfr. Jörg Willi, Die Zweierbeziehung, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1975.