I QUADERNI DI OLOKAUSTOS, n. 3, novembre 2005  

 

OLTRE IL TEMPO

OLTRE LE GENERAZIONI

 

TAMACH - L’aiuto psicologico e sociale ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro familiari in Svizzera.

 

1. La tardiva comprensione di un problema

Quando, nel 1945, vennero divelti i recinti intorno ai lager nazisti si disse che era finito un incubo. Quel che era finito in realtà era l’incubo reale, la quotidiana realtà dello sterminio; quel che iniziava contemporaneamente era il dolore personale, i molti incubi che hanno tormentato, e che continuano a tormentare le notti dei sopravvissuti alla Shoah[1]. E per sopravvissuti non si devono intendere solo i pochi che sono riusciti ad uscire vivi dai lager, ma anche coloro che furono rinchiusi nei Ghetti, o che si tennero nascosti in qualche luogo col terrore costante di venire scoperti o traditi, o che trascorsero quegli anni terribili fuggendo da un posto all’altro. I sopravvissuti sono anche coloro  che vissero in qualche nazione (magari in Svizzera) una vita da clandestini, perennemente impauriti di venire scoperti dalla polizia ed espulsi per ricadere nelle mani dei nazisti, o magari un’esistenza da profughi tollerati, ma indesiderati, con l’assillante preoccupazione di vedersi negato il rinnovo del permesso di soggiorno.

Le sofferenze fisiche e psichiche, la fame, le perdite degli affetti più cari, l’aver vissuto a lungo in situazione di continuo pericolo, l’essere stati in balia di eventi incontrollabili, l’esser stati spogliati della dignità di esseri umani e ridotti a null’altro che a numeri, a prede da inseguire, le ferite e i sensi di colpa dovuti a un periodo di vita vissuto in modo inumano hanno lasciato profondi segni nell’animo di questi uomini e donne. Il trauma di questa esperienza estrema ha continuato, d’allora in poi, per tutti i sessanta anni che sono seguiti, a condizionare la vita dei sopravvissuti dell’Olocausto e ad influire sulle loro relazioni con i coniugi e con i figli. Nel 1945 non si prevedeva che gli effetti del trauma sarebbero dilagati anche oltre la generazione delle vittime dirette e avrebbero coinvolto e colpito anche i figli attraverso un meccanismo psicologico di  traslazione transgenerazionale.

La comunità scientifica per molto tempo non ha compreso sufficientemente la particolarità delle patologie e la specificità delle sofferenze psicologiche legate alla Shoah, e si è chinata su questa materia solo molto tardi, e molto tardi ha iniziato ad elaborare strumenti per porvi rimedio.[2] Fino agli anni ’70  del Novecento le patologie inerenti la Shoah venivano per lo più assimilate ai traumatismi di guerra (i cosiddetti PTSD, Post-traumatic stress disorders) il cui studio scientifico era iniziato subito dopo la Prima Guerra Mondiale. La sensibilità degli studiosi verso i traumi inferti dall’uomo (Man-made disasters) si è sviluppata più tardivamente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ed è in questo ambito che l’attenzione si è focalizzata sulle ferite di cui erano portatori le vittime dalla Shoah.  A causa di questa tardiva attenzione i consultori di sostegno psicosociale per sopravvissuti alla Shoah sono apparsi in anni relativamente recenti. Il Sinai Zentrum, che ha iniziato l’attività in Olanda  nel 1979, è quello con più anni di lavoro. All’esperienza olandese ha fatto seguito Amcha in Israele nel 1987, Esra-Berlino in Germania nel 1991, Esra-Vienna in Austria nel 1994. Queste istituzioni  sono spesso nate per richiesta dei sopravvissuti stessi e sono scaturite per iniziativa di terapisti e terapiste sensibili al problema. Una buona parte di questi ultimi appartiene alla seconda generazione,[3] ossia sono essi stessi figli di sopravvissuti alla Shoah.

 

2. L’esperienza svizzera: TAMACH e Kontaktstelle

TAMACH in lingua ebraica significa ‘aiuto e sostegno’ ed è questa parola che è stata adottata  nel 1998 dai fondatori dello Psichosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz (Consultorio psicosociale per sopravvissuti all’Olocausto e loro congiunti in Svizzera[4]). TAMACH è stato fondato a Zurigo nel marzo del 1998 e non è certamente casuale la data della sua nascita. Nel periodo immediatamente precedente, ossia nella seconda metà degli anni ’90, in Svizzera era scoppiato quello che comunemente è denominato lo scandalo dell’Oro ebraico. I fatti sono ben noti:  dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale migliaia di conti bancari di vittime della Shoah sono stati trattenuti dagli istituti di credito elvetici che, in larga misura, si sono rifiutati di restituire agli eredi. Così il denaro che molti ebrei europei  prima di essere inghiottiti dalla Shoah avevano creduto d’aver messo al sicuro negli istituti finanziari e fiduciari svizzeri subì un vero e proprio ‘sequestro’. L’enorme risonanza dello scandalo costrinse per certi versi il mondo politico, i media e l’opinione pubblica ad occuparsi diffusamente del passato. Di conseguenza, divenne via via sempre più chiaro quanto fitti erano stati i rapporti a suo tempo intrecciati dalla Svizzera col regime nazionalsocialista. Si comprese anche quanto restrittiva, riluttante e avara  era stata la politica d’accoglienza verso i profughi ebrei durante il periodo nazista. Tutto questo parlare e rivangare, da una parte, ha fatto riemergere in strati della popolazione elvetica un insospettato antisemitismo che covava latente[5] e, dall’altra, ha fatto in modo che nell’animo dei sopravvissuti all’Olocausto residenti in Svizzera sorgessero nuove e riprendessero vigore antiche angosce.

Il presidente di TAMACH, Uriel Gast[6] così sintetizza la situazione allora creatasi:

A quell’epoca vi era un grande rumore mediatico intorno ai temi della Shoah e delle vittime dell’Olocausto. Questo però è avvenuto in modo superficiale e l’opinione pubblica nonostante tutto non ha preso coscienza delle implicazioni profonde della storia della Svizzera negli anni del nazismo e ancora meno è riuscita a sintonizzarsi sullo stato d’animo dei sopravvissuti che vivono nel Paese. Questo concetto è stato bene espresso da Gabor Hirsch, presidente della Kontaktstelle für Ueberlebende des Holocaust in der Schweiz (Luogo di Contatto per sopravvissuti all’Olocausto in Svizzera) che così si è espresso: «parlano moltissimo di noi, ma non con noi».

 

I sopravvissuti alla Shoah sono giunti in Svizzera in momenti diversi[7]: una piccola parte è costituita dai quei pochi che riuscirono ad entrare nel paese prima del 1942 e che non furono obbligati a ripartire subito o dopo la guerra. I primi 318 sopravvissuti dai lager giunsero in Svizzera già nell’agosto del 1944. Altri 1366 reduci giunsero in Svizzera nel dicembre dello stesso anno. Questi 1684 sopravvissuti provenivano dal campo di Bergen-Belsen. Il loro rilascio fu reso possibile dalle trattative segrete intavolate da Rudolf  Israel Kastner[8] con i nazisti. Una piccola parte di persone provenienti da questi due trasporti ha potuto in seguito stabilirsi in Svizzera. Nel dopoguerra altri sopravvissuti sono giunti quali profughi dall’Ungheria nel 1956 e dalla Cecoslovacchia nel 1968. Sporadiche entrate individuali sono avvenute nell’arco di tutti gli ultimi sessanta anni. Questi arrivi tradivi sono dovuti soprattutto a motivi familiari (per esempio matrimoni con cittadini svizzeri) o a motivi professionali. Non si sa con precisione quanti siano in totale gli scampati all’Olocausto che attualmente vivono in Svizzera.

Tre anni prima della nascita di TAMACH, nel 1995, era iniziata l’esperienza della Kontaktstelle. Questa organizzazione, che si affianca ma non si identifica con TAMACH, è nata da un incontro di circa venticinque sopravvissuti dell’Olocausto che vivono nella Confederazione. Al termine della riunione emerse il desiderio di ripetere l’esperienza. Nel 1996 Kontaktstelle si è trasformato da gruppo informale in associazione. Oggi i soci, che nel frattempo hanno superato il numero di 200, si incontrano circa sei volte all’anno. Agli incontri partecipano sistematicamente anche le terapiste di TAMACH. L’incontro tra TAMACH e Kontaktstelle ha così reso possibile ai sopravvissuti la realizzazione di un primo contatto informale con l’istituzione di soccorso a loro dedicata. D’altro canto l’esigenza di realizzare anche in Svizzera un Consultorio che aiutasse psicologicamente e socialmente i superstiti dell’Olocausto e i loro familiari[9] era stata espressa sin dall’inizio proprio dalla  Kontaktstelle. Ed è proprio l’espressione di questa esigenza che nel 1998 ha indotto le terapiste Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel e Silvie Tyrangiel[10] ad attivarsi per fondare il Consultorio psicosociale  per i sopravvissuti dell’olocausto e loro familiari in Svizzera, TAMACH. Per rispondere allo scopo principale, le promotrici si sono preoccupate in particolare di offrire ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro congiunti un’assistenza di qualità mediante terapie individuali, familiari, di coppia e di gruppo, con l’organizzazione di club di dialogo tra persone con esperienze analoghe, con giornate o fine settimane di studio e di approfondimento. Tenendo conto delle esigenze particolari delle persone a cui era rivolta l’attività si sono preoccupate di offrire anche flessibilità: prestazioni ambulatoriali in sede ma, tenendo conto della vastità del territorio nel quale sono sparsi gli utenti, anche consultazioni telefoniche. Nei casi di sopravvissuti molto anziani e malati si è optato anche per visite a domicilio. TAMACH si è inoltre preoccupata di promuovere corsi di formazione per personale medico, paramedico e assistenziale (medici, infermieri, assistenti di case per anziani) per dare agli operatori dei vari settori conoscenze e strumenti che permettessero loro di occuparsi in modo ottimale di persone che hanno subito gravi traumi.

Nei primi anni di attività oltre 150 persone (superstiti e congiunti) si sono rivolte a TAMACH. Nei primi dodici mesi è stata la ‘prima generazione’ ad essere al centro delle preoccupazioni e dell’attività. A partire dal secondo anno sono state sviluppate offerte terapeutiche per i Child-survivors e per la ‘seconda generazione’. Nel frattempo le terapiste in forza a TAMACH si sono ridotte a due: Revital Ludewig-Kedmi (da ora in poi indicata come REVITAL) e Myriam Victory Spiegel (indicata come MYRIAM).

Per capire le metodologie di lavoro, l’impegno e le prospettive del lavoro di TAMACH abbiamo intervistato le due operatrici a Zurigo. Grazie alla loro disponibilità siamo stati autorizzati a riferire i resoconti di alcuni loro casi clinici: naturalmente sono stati modificati i nomi, e tutti gli altri dati che potrebbero rendere identificabili i protagonisti.

 

 

3. Intervista a TAMACH

 

Come è nato Tamach?

MYRIAM: L’idea è sorta in occasione di una mia presentazione di Amcha[11] durante una serata organizzata dalla  Kontaktstelle. La domanda che mi è stata rivolta al termine della mia esposizione è stata: «ma perché non si può fare qualcosa di simile in Svizzera?». Quest’idea è stata molto stimolante non solo per me ma anche per Revital Ludewig-Kedmi e per Silvie Tyrangiel le quali avevano anch’esse l’entusiasmo e le competenze giuste per intraprendere un’attività del genere. Malgrado le nostre differenze di età, di formazione e di provenienza ci siamo intese molto bene da subito e abbiamo potuto costituire un buon team perché eravamo tutte e tre molto motivate. C’era da risolvere il problema finanziario. A quell’epoca esisteva ancora il Fondo per l’Umanità e la Giustizia[12]: l’avevano creato persone che si vergognavano del comportamento della Svizzera nella Seconda Guerra Mondiale. Promotore di questo Fondo era l’allora Consigliere agli Stati Gian Reto Plattner.  È da lì che sono arrivate le risorse economiche che ci hanno permesso di iniziare. In seguito la nostra attività ha potuto continuare a reggersi grazie alle offerte e ai contributi giunti da organizzazioni e persone private, da istituzioni come Comunità Israelitica di Zurigo, come pure da sussidi del Cantone e della Città di Zurigo. Una parte degli introiti è costituita dagli onorari per le terapie o da offerte volontarie dei/delle clienti. Siccome i prezzi dei trattamenti sono adattati alle possibilità finanziarie dei pazienti, questi variano da caso a caso, e vanno da una cifra minima simbolica di cinque franchi fino alla tariffa effettiva per una seduta di terapia. Questi introiti non coprono assolutamente i costi del Consultorio, per cui questo deve sempre affidarsi a un costante sostegno finanziario esterno.

 

Chi sono coloro che fruiscono della consulenza di TAMACH?

REVITAL: I superstiti dell’Olocausto assistiti da TAMACH si possono suddividere in tre gruppi di età: i più giovani sono  i Child-survivors[13], che ora hanno tra i sessanta e i settantasei anni e parzialmente sono ancora attivi professionalmente. Al secondo gruppo appartengono i sopravvissuti  pensionati che  tuttavia generalmente godono ancora di un buono stato psicofisico e che sono interessati ad attività di gruppo. Nel terzo gruppo si annoverano i sopravvissuti più anziani che in parte vivono in ricoveri e sono sovente fisicamente o psichicamente limitati[14]. Oltre a loro vi sono i coniugi dei sopravvissuti, i quali non hanno essi stessi subito la persecuzione nazista, ma soffrono delle conseguenze dei traumi patiti dal proprio marito o dalla propria moglie. Ci sono poi i figli nati dopo il 1945, che costituiscono la Seconda generazione, le cui problematiche, evidenziatesi in tempi relativamente più recenti, dimostrano quanto le ferite subite da una generazione si ripercuotano, tramite un fenomeno di traslazione transgenerazionale, anche sulle generazioni successive.

 

Quali sono i problemi specifici presentati dalla prima generazione di superstiti?

REVITAL:  Gli esseri umani che sono sopravvissuti all’Olocausto si portano appresso gli effetti della persecuzione. Le conseguenze del trauma patito si presentano sotto forma di incubi, grandi angosce, disturbi psicosomatici o patologie depressive e sensi di estraneità. Allo stesso tempo però molti sopravvissuti all’Olocausto sono generalmente stati capaci di mettere in atto buone strategie per superare il loro passato estremamente drammatico: hanno fondato famiglie, sono stati attivi professionalmente per molti anni e sono stati capaci (chi più, chi meno) di integrarsi nelle comunità ebraiche e nel tessuto sociale elvetico. Il Consultorio offre un ambito protetto nel quale i sopravvissuti all’Olocausto possono parlare delle loro esperienze del passato e del presente. Questi colloqui devono permettere loro tra l’altro di prendere coscienza delle strategie di compensazione che hanno adottato per superare le difficoltà dovute al trauma sofferto. Anche il problema dell’identità ebraica prima e dopo la Shoah è uno dei temi centrali nelle terapie.

Molti sopravvissuti sono ora diventati molto anziani e per questo ora hanno bisogno di sostegno perché pensano di più al passato, il che è normale. Se si sono subiti dei traumi le angosce tornano. Per questo motivo il bisogno di assistenza è molto più grande di quanto lo fosse trent’anni o quarant’anni fa. È molto triste che molti sopravvissuti essendo molto anziani siano fatalmente destinati a morire presto. Abbiamo pazienti ultranovantenni, e la prospettiva della loro scomparsa, sia pure in età avanzata, addolora anche perché con essi se ne va una pagina vivente di storia. Abbiamo constatato che più l’età dei sopravvissuti avanza più cresce la richiesta di supporto. Negli anni passati erano assorti dalla professione, erano molto occupati, adesso hanno tempo per pensare.

 

Chi sono, e in che modo si caratterizzano i Child-survivors?

REVITAL: I Child-survivors sono un gruppo molto particolare, sono i sopravvissuti alla Shoah che nel 1945 avevano un’età inferiore ai 16 anni. Essi sono relativamente giovani, hanno oggi tra i sessanta e i settantasei anni, e sono sopravvissuti, talvolta praticamente soli, nei lager, nei ghetti, nei nascondigli o come profughi. Il fatto d’essere sopravvissuti, lo devono spesso all’aiuto di estranei o al caso. Hanno subito pressioni molto forti e a causa della loro giovane età erano ancora meno degli altri in grado i proteggersi fisicamente e psicologicamente.  In passato, una parte di loro affermava di essere riuscita a sopravvivere ma di non voler avere più nulla a che fare con l’Olocausto, ma con l’avanzare dell’età vi è un avvicinamento, un desiderio di parlarne. Rispetto ai sopravvissuti più anziani, i Child-survivors presentano problemi specifici. Essi hanno maggiori difficoltà con i ricordi. Se erano molto giovani i ricordi sono pallidi e imprecisi, mentre se allora avevano un’età superiore ai 10, 13 anni le impressioni del tempo del nazismo si sono incise molto profondamente, essendo quella l’età del loro sviluppo e non possedendo, al contrario degli adulti, ricordi di esperienze positive risalenti al tempo precedente la persecuzione. E questo ha influito pesantemente sul loro sviluppo. Per sopravvivere hanno dovuto produrre notevoli strategie compensative e questo determina di fatto ancora oggi la loro vita. Abbiamo notato che la maggior parte dei Child-survivors sono riusciti a costruirsi situazioni familiari e professionali solide. Le esperienze della loro infanzia le hanno represse e scacciate dalla coscienza. Tuttavia quando molti obiettivi professionali sono stati raggiunti, e i figli hanno lasciato la casa, si è spesso osservato il sorgere di una crisi psicologica e di una crisi dei valori. In quei frangenti riaffiorano i vecchi ricordi, le vecchie insicurezze, le vecchie angosce che possono manifestarsi sotto forma di sensazione di impotenza, di incompetenza, sentimenti a cui non hanno mai ceduto in precedenza. 

 

MYRIAM: Un’altra particolarità che contraddistingue i Child-survivors è il fatto che in loro vi è molto spesso la tendenza a banalizzare le proprie esperienze di persecuzione subita. Essi considerano solo la generazione dei loro genitori come le vere vittime della Shoah. Di fronte a questo fatto si pongono in modo ambivalente, a volte affermano che nonostante tutto la Shoah li concerne mentre altre volte preferiscono negare questo coinvolgimento.

 

Della Seconda generazione fanno parte i figli dei sopravvissuti che sono nati dopo il 1945, ossia quando la persecuzione era terminata. In che modo la Shoah influisce sulla loro vita?

REVITAL: Per la seconda generazione abbiamo due gruppi in un certo senso opposti. L’uno è costituito da persone che fin da ragazzi hanno appreso molto dai loro genitori, che ci dicono «abbiamo sentito parlare di Shoah al mattino, al pomeriggio e alla sera: forse un po’ troppo», e ci interrogano per sapere se possono dire ai loro genitori «non voglio più sentirne parlare». Questo naturalmente li fa sentire in colpa facendogli dire che «loro hanno sofferto tanto e se io non voglio ascoltare sono forse cattivo come i nazisti? sono come gli altri? ma come mi posso difendere se non ce la faccio più ad ascoltare?». L’altro gruppo, per contro, è costituito da coloro che mai hanno sentito una parola in proposito dai loro genitori. Costoro ci pongono domande diverse: «Devo, o posso, chiedere ai genitori, se ho scoperto qualcosa di cui loro non mi hanno mai voluto parlare?». Così è stato ad esempio il caso di una signora che in una  sinagoga di Praga ha trovato il nome dei propri familiari tra quelli delle vittime della Shoah e si è chiesta se poteva interrogare in proposito la madre. In seguito ha poi potuto scoprire che sua madre aveva perso un figlio nella Shoah.

Molti invece si trovano per così dire a metà tra questi due estremi.

 

MYRIAM: Un tratto comune che distingue la Seconda generazione è il fatto che molti figli hanno sviluppato verso il genitore che ha vissuto la Shoah un istinto di protezione con un grande senso di responsabilità e un forte adattamento alle sue aspettative. In alcuni casi il figlio si assume il ruolo di genitore dei propri genitori. In altri casi reprime quelle che sono le proprie esigenze individuali allo scopo di non addolorare, dicasi abbandonare, il genitore. Anche se avevano genitori con atteggiamenti diversi, e ogni situazione è unica e vediamo per ogni caso uno sviluppo diverso, si tratta di persone che hanno tutte una preoccupazione comune: «Posso distinguermi come persona, posso staccarmi dai miei genitori?». E questo problema esiste sia che i genitori siano vivi, sia che siano morti. Questa domanda, che è normale per un adolescente, non lo è più per una persona di quaranta, cinquanta o sessant’anni[15].

 

Pensate che con l’andare del tempo, ossia con l’invecchiamento delle persone, le patologie della Seconda generazione tenderanno ad acuirsi come si è visto nel caso della prima? Che negli anni a venire vi sarà un ulteriore sviluppo nella manifestazione delle conseguenze della Shoah?

REVITAL: Penso si possa distinguere. La Prima generazione ha subito direttamente il trauma e ne subisce le conseguenze psicologiche con incubi e angosce, e questo è comprensibile dopo le esperienze attraversate. Per la Seconda generazione partiamo dal presupposto che si tratti di un trauma mediato, ossia non vissuto direttamente ma ricevuto per traslazione. Per questo meccanismo psicologico è stato coniato il termine di traslazione transgenerazionale[16].  Esso designa il processo in base al quale i comportamenti e modi di essere dei genitori, condizionati dal trauma sofferto, si ripercuotono sui figli suscitando in loro determinati stati emotivi, scale di valori e modi di comportamento.  Di regola non riscontriamo sintomi così estremi come nella Prima generazione. Per fortuna è così. Per la Seconda generazione, solo in casi estremi parliamo di “pazienti”. Di regola ci troviamo di fronte ad una sintomatologia più leggera, superabile con terapie di gruppo o individuali nelle quali le proprie esperienze possono venir confrontate con quelle degli altri. Come terapeuti vediamo specialmente i casi gravi, ma non possiamo dimenticare che vi sono anche figli di sopravvissuti che riescono a farcela molto bene e che vengono da noi perché desiderano incontrare altre persone che hanno vissuto le loro stesse esperienze, per risolvere insieme alcuni problemi come per esempio «come lo racconterò ai miei figli o nipoti?» oppure «quale influenza ha la Shoah sul mio rapporto di coppia?». Una piccola parte di persone della seconda generazione afferma di non voler avere nulla a che fare con la Shoah, la gran parte invece riconosce che ciò ha a che vedere con la propria vita. È più facile aiutare nei casi lievi.

 

MYRIAM: Devo un po’ contraddire quello che ha appena detto Revital. Lei parlava della regola, ma vi sono anche eccezioni e queste sono spesso dolorose per noi. Proprio nella Seconda generazione troviamo talvolta quelle situazioni che ci prendono più tempo, che ci incutono un maggiore senso di impotenza e di disperazione. Nella Seconda generazione vediamo esseri umani, i cui genitori sono magari riusciti a superare abbastanza bene la loro esperienza vissuta. Sembra proprio che i figli si siano assunti su di sé il trauma, che lo vivano in prima persona, che ne siano stati feriti. Forse questi genitori, a causa del loro passato, non sono stati in grado, in quanto genitori, di dare ai loro figli quella sicurezza e quella protezione  di cui avevano bisogno. Non si tratta della regola ma di eccezioni, e noi spesso non siamo in grado di aiutarli e questo ci addolora molto. Ma questo è anche un aspetto della Shoah: la sua capacità di ferire ancora così profondamente anche oltre il suo tempo.

 

REVITAL: Certo, vi sono anche casi estremi, come quello del figlio che si sente perseguitato. I genitori gli sembrano così forti perché non parlano mai dell’Olocausto e invece lui soffre di mania di persecuzione, si sente braccato dai nazisti. E allora sorge la domanda da dove vengono le sue angosce, ed è chiaro che tutto si riallaccia alla Shoah e ai traumi subiti dai genitori. In un caso come questo è importantissimo parlarne all’interno della famiglia, che i genitori gli raccontino cos’hanno passato: in questo modo le sue angosce potranno ridursi perché si potrà rendere conto che loro hanno subito cose terribili, ma inferiori a quanto lui si era immaginato, che le sue fantasie erano molto peggiori della realtà. Nel caso di cui parliamo, ad esempio, il figlio è rimasto molto stupito nel sentire raccontare dalla madre che all’interno del Ghetto aveva provato gioia in occasione di un matrimonio. Questa era una cosa che lui non era mai stato in grado di concepire: che si potesse festeggiare, che fosse possibile provare talvolta anche gioia, che ci si potesse anche divertire all’interno del Ghetto.

In certi casi molto gravi, dobbiamo riconoscere i nostri limiti e renderci conto che si riesce tutt’al più a mitigare. Dobbiamo ricordare sempre che i traumi sono purtroppo irreversibili. Non possiamo annullarli, non possiamo cancellarli dalle cose avvenute. Talvolta tutto quello che riusciamo a fare è di alleviare, di lenire i sintomi.

 

Cosa si intende esattamente per i figli Candele della memoria?

MYRIAM: È la psicoanalista di origine italiana Dina Wardi, che ora vive e lavora in Israele e si occupa molto di pazienti appartenenti alla Seconda generazione, che ha introdotto questo termine. Esso serve a designare una specifica dinamica psicologica familiare:  «…in quasi tutte le famiglie dei sopravvissuti uno dei figli è designato al ruolo di Candela della memoria: la candela commemorativa per ricordare tutti i parenti morti nella Shoah, e gli è affidato il gravoso compito di partecipare al mondo emotivo dei genitori in misura molto maggiore rispetto agli altri fratelli e sorelle. Questo figlio ha inoltre la missione di servire da anello della catena, che da un lato collega al passato, dall'altro lo coniuga al presente e al futuro. Tale ruolo nasce dalla necessità di riempire l'immane vuoto lasciato dalla Shoah…»[17].

 

Quali sono le ripercussioni che il trauma ha sul rapporto tra coniugi di cui uno, o ambedue sono dei sopravvissuti alla Shoah?

REVITAL: Noi sappiamo che le esperienze del passato, le esperienze dell’Olocausto influiscono sul rapporto di coppia. L’influsso è differente da caso a caso, tuttavia possiamo suddividere la casistica in quattro tipologie principali.

Ci sono stati sopravvissuti che dopo l’Olocausto hanno desiderato sposare qualcuno che avesse vissuto un’esperienza simile alla propria: così il trauma vissuto in solitudine ha potuto trasformarsi in un trauma comune. Per queste persone è stato importante unirsi a qualcuno con cui potevano parlare e capirsi al volo. Se uno diceva «è successo durante l’appello» l’altro capiva immediatamente di cosa si stesse parlando. I coniugi avevano avuto esperienze analoghe e per questo il legame di queste coppie è stato generalmente molto stretto. Insomma la sofferenza comune li univa: erano per così dire “legati dal trauma”.

Ci sono invece altri sopravvissuti  che si sono detti «l’Olocausto è il passato» e con questo passato non volevano aver più nulla da fare. Desideravano vivere nel presente, anzi proclamavano «noi siamo il presente» . Questi soggetti hanno cercato dei partner che non fossero stati coinvolti dalla Shoah, che magari non fossero ebrei, che non si interessassero all’Olocausto. I valori che univano queste coppie erano altri, quelli concreti del “qui e adesso”, magari la musica, la natura, oppure il desiderio di costruire insieme una situazione economica solida. Erano il presente e il futuro che contavano. In fondo si trattava di una fuga dal passato. In questo modo si sono realizzate relazioni di coppia spesso molto belle. Tuttavia, con l’avanzare del tempo, si sono sovente presentati problemi. Il naturale concentrarsi sul passato che le persone normalmente fanno a partire da una certa età fa sì che il coniuge che ha vissuto la Shoah inizi a un certo momento della sua vita a riflettere sulle proprie esperienze durante la persecuzione. Questo può talora venir percepito dall’altro coniuge come una deroga dalle basi su cui si è fondata la loro vita in comune. Può addirittura venir vissuto come una specie di rottura del contratto che i coniugi avevano implicitamente stipulato al momento della loro unione. In molti casi il superstite della Shoah comincia a parlare molto del suo passato, di quello che ha sofferto. Inizia a diventare sensibile ai segnali antisemiti che percepisce, lo assalgono angosce e paure. L’altro coniuge invece non riesce a capire questo cambiamento e dice: «una volta era differente». Così vediamo che talora si arriva ad una crisi e che in una parte dei matrimoni costruiti su questa base, con l’andare del tempo, sorgono dei problemi.

Ci sono poi altre due importanti tipologie. Vi sono matrimoni in cui si verifica la dinamica “protettore-protetto” che si manifesta specialmente in coppie nelle quali uno è sopravvissuto all’Olocausto e l’altro no. In questi casi uno dei coniugi (quello che non ha vissuto la Shoah) assume il ruolo di soccorritore nei confronti del marito o della moglie «che ha tanto sofferto». Addirittura può presentare dei sensi di colpa per il fatto di aver vissuto bene mentre il partner subiva tutte le esperienze dolorose nell’Olocausto. A questo stato di cose cerca di rimediare con attenzioni e cure prodigate al (o alla) consorte. Quando queste coppie si presentano per la terapia è spesso il coniuge non coinvolto che si rivolge a noi con maggiore ansia. Per esempio il marito accompagna la moglie, aspetta trepidante appena fuori dall’uscio dell’ambulatorio, chiede di poter entrare anche lui perché si ritiene in grado di raccontare meglio le sofferenze della moglie. Spesso questi partner apparentemente più forti sono psicologicamente spossati perché hanno assunto su di sé la parte preponderante del peso del trauma, ed è proprio nel momento nel quale vi è in loro un crollo che la situazione precipita e la coppia si trova nel bisogno di chiedere l’aiuto del consultorio. Questo tipo di dinamica talvolta riesce a far funzionare il rapporto di coppia, altre volte diventa opprimente perché troppo pesante da mettere in atto.

Vi è infine un’altra dinamica, quella che indichiamo con «chi ha sofferto di più?». Questa si presenta non raramente nel matrimonio tra due sopravvissuti. E si tratta di una cosa che ha sorpreso molto anche noi perché non l’avevamo prevista, ma l’abbiamo riscontrata in non pochi dei cinquanta e più casi che costituiscono la base della nostra esperienza di lavoro. Qui abbiamo di fronte due persone che sono in concorrenza tra loro su chi dei due ha patito di più. Sono due sopravvissuti, vivono assieme, e ognuno dei due desidera il ruolo di vittima principale. Per esempio vi è stata una coppia nella quale ho parlato prima con la moglie, Lena, e ho appreso la storia di come è sopravvissuta da bambina. La settimana dopo ho parlato con il marito, Moses, ma durante questo colloquio la moglie è continuamente entrata nel locale perché voleva continuare il racconto della propria storia. Quando lui diceva «era inverno e non avevo pantaloni», lei ribatteva immediatamente «e io non avevo scarpe a meno di zero gradi» e questo fino a raggiungere un litigio tra i due coniugi. In questi casi, si tratta di una competizione latente per la predominanza nel ruolo di vittima perché inconsciamente ognuno crede che se si ha sofferto di più si merita maggiore attenzione dal coniuge. Questo è proprio ciò che ambedue i partner desiderano ardentemente: venire amati e curati. Ed è da lì che sorge questo conflitto inconsapevole, perché in prevalenza si tratta di un processo inconscio, per accaparrarsi il ruolo di vittima principale. Questa situazione si ripercuote pesantemente sul rapporto di coppia. Importante per noi è di aiutare i coniugi a riconoscere pari dignità alle sofferenze di ognuno, di renderli capaci di darsi a vicenda cure e sostegno, di far loro capire che sia l’uno sia l’altro sono deboli e forti allo stesso tempo. Per queste persone è molto difficile essere protettive nei confronti del coniuge dal momento che contemporaneamente sono esse stesse fortemente bisognose di protezione. Il nostro compito consiste proprio nell’accompagnare e sostenere i coniugi nel difficile compito di modificare il loro rapporto e assumere alternativamente il ruolo di protettore e di protetto.   

 

Il problema del silenzio. Quando si parla dei sopravvissuti ci si imbatte inevitabilmente nel problema della difficoltà di comunicazione. Vi sono persone che addirittura rifiutano di parlare della Shoah. Altri vi riescono solo parzialmente. Cos’è che impedisce loro di parlare?

MYRIAM: Non credo che per il parlare o il tacere vi sia un comportamento così tipico da costituire una regola. Ci sono individui che hanno riversato tutto su altre persone e sui figli, senza imporsi nessuna remora, e ci sono persone che non hanno detto nulla del tutto. Vi sono poi altre persone che hanno parlato in modo parziale, censurando l’uno o l’altro aspetto: potrebbe trattarsi delle loro angosce o delle loro paure o dei loro sensi di colpa, ma non è detto che sia sempre così. Talvolta sono stati taciuti quegli aspetti che rivelavano debolezza e impotenza, in altri casi la preoccupazione principale era quella di proteggere dall’angoscia chi ascoltava (specialmente se si trattava di bambini). I motivi sono diversi e talora è difficile individuarli, taluni sono coscienti altri inconsci, ed è molto difficile distinguere il vero movente. Le persone sono una diversa dall’altra e ognuna ha le sue strategie di compensazione per superare il trauma, perciò i comportamenti sono differenti. È importante capire che non vi è un “sopravvissuto tipico” dell’Olocausto: non si può dire «chi è stato in un campo di concentramento è così e basta, coloro che sono stati in un ghetto hanno tutti questa o quest’altra peculiarità». Naturalmente vi sono caratteristiche che, vista l’esperienza comune, si ripetono, ma è sbagliato voler generalizzare. Per questo motivo il nostro lavoro è così impegnativo, non si sa mai cosa ci verrà detto. Ciò che è necessario è di avere una grande capacità di ascolto e di essere aperti a ogni cosa che ci venga presentata. Infatti coloro che si rivolgono a noi si pongono il problema a sapere se noi siamo veramente pronti ad ascoltare, se siamo in grado di sopportare il materiale che ci verrà portato. E lo capiranno subito se siamo veramente disponibili e capaci di accogliere, di assumere in noi, quanto realmente hanno da dirci oppure se abbiamo paura e preferiamo solo essere intrattenuti con un racconto stereotipato e compiacente dal contenuto per noi tranquillizzante.

 

Voi offrite alle persone che si rivolgono a voi la possibilità di dare testimonianza. Di cosa si tratta in concreto? Considerate questa testimonianza uno strumento terapeutico?

REVITAL: Quello che possiamo osservare è che tutte le persone nella tarda età riflettono sulla propria vita, la ricostruiscono. Questo naturalmente è difficile se nella vita vi è stato un trauma come l’Olocausto. Da noi il dare testimonianza costituisce anche una forma di terapia. Le persone vengono qui con il desiderio che la loro storia non vada persa, per la propria famiglia, per se stessi, per il popolo ebraico, per tutto il mondo, affinché non si ripeta. Cominciano a raccontare e sono essi stessi sorpresi di quanto hanno da dire. All’inizio vengono qui e dicono spesso «non so come sarà, non so se avrò molto da raccontare, se mi ricordo», ma poi dopo l’esortazione introduttiva «Mi racconti tutto dalla sua infanzia fino ad ora, tutto quello che a lei sembra importante» si sciolgono e spesso il racconto dura a lungo, un’ora, due ore, tre ore. In seguito rivolgiamo loro delle domande, e le loro risposte stimolano l’affiorare di altri ricordi. Spesso la testimonianza costituisce l’inizio del lavoro di rielaborazione del passato. Si tratta da parte nostra di un’offerta di ascolto e talvolta sorgerà in loro il desiderio di mettere per iscritto il racconto fatto voce. E noi ci accorgiamo che le persone vogliono restare qui per approfondire per riflettere insieme su determinati aspetti. Si rendono conto di come per loro è stato difficile, ma prendono anche coscienza di quanta forza hanno avuto. È importante poter dire «la mia vita è come una catena di cui l’Olocausto è stato una specie di anello nero, però sono stato anche in grado di trarre da me stesso molte risorse che mi hanno aiutato a districarmi». Per questo è importante, per la persona il ripercorrere la propria storia, perché se non lo facesse non riuscirebbe mai a capire quanta forza aveva comunque dentro di sé. Il raccontare la propria storia ha sempre un effetto terapeutico.

 

Veniamo alle testimonianze raccolte da TAMACH dal punto di vista storico. Queste persone desiderano che le loro esperienze diventino parte della Storia della Shoah? Dopo che sono state raccontate in terapia, come verranno conservate? Semplicemente come un materiale interno del Consultorio, oppure verranno registrate da qualche parte? O pubblicate?

REVITAL: Esiste un certo numero di persone che dicono «io voglio deporre la mia storia qui da voi, ma desidero che rimanga da voi. Faccio questo per voi, per me stesso, per la mia famiglia». Questo succede specialmente quando la storia continua a suscitare nel soggetto forti angosce e sensi di colpa. Per queste persone è importante raccontare la loro storia per riappropriarsi del loro passato, per chiudere il cerchio con un documento che rimarrà confidenziale tra loro e noi. Noi, in casi come questi, rispettiamo in modo assoluto il loro desiderio di riservatezza.

È però un dato di fatto che una parte delle persone che passano  da noi desiderano fortemente che la propria vita venga ascoltata e conosciuta, che sia raccolta in un archivio, o anche che venga poi riportata in forma di un articolo, sia inserita in un libro, oppure che venga trasposta in un documentario o un film. Noi sosteniamo questo loro desiderio. Attualmente stiamo collaborando alla preparazione di un film che realizzeremo insieme all’Unione delle Comunità Israelitiche svizzere.[18] Questa pellicola racconterà  le storie di tre sopravvissuti della Svizzera orientale che in prima istanza hanno reso la loro testimonianza qui da noi. Inoltre noi incoraggiamo i nostri pazienti ad incontrare giovani che vengono da noi per documentarsi e li stimoliamo ad andare nelle scuole a raccontare la loro storia e a dialogare con i ragazzi. Per queste attività noi fungiamo anche da intermediari e organizziamo incontri nelle scuole in tutte le città svizzere da dove ci giungono delle richieste. Abbiamo una ventina di sopravvissuti che si sono dichiarati disponibili per queste testimonianze dirette ai giovani o al pubblico interessato in generale. In qualche caso, quando un’istituzione dedica un’intera giornata alla Shoah cerchiamo di far in modo che possano partecipare superstiti che hanno avuto esperienze diverse, chi nel ghetto, chi nel lager, chi è stato nascosto, chi è venuto in Svizzera come profugo. Questo perché è importante far comprendere quanto diversi siano stati i destini delle varie persone durante la Shoah. Ci impegniamo, e invitiamo i sopravvissuti a impegnarsi, per la Giornata della memoria che celebriamo il 27 gennaio.

 

Il diradare del numero dei superstiti porterà alla riduzione dell’attività di TAMACH o addirittura a una sua chiusura?

MYRIAM: A breve e media scadenza no di certo. C’è ancora bisogno di TAMACH. In primo luogo l’aspettativa di vita dei Child-survivors e delle persone della ‘seconda generazione’ è ancora ampia, nell’ordine di alcune decine d’anni. Inoltre dobbiamo essere presenti anche per quei molti sopravvissuti i quali, per l’orgoglio di avercela fatta da soli fino ad ora, di riuscire ancora a farcela anche oggi, di possedere buone resistenze, non hanno ancora voluto prendere in considerazione l’ipotesi di rivolgersi ad un servizio di sostegno. Per decidersi a chiedere un aiuto, spesso per loro ci vuole molto tempo. Per questo motivo la presenza di TAMACH è importante, perché quando la persona deciderà che per lei è giunto il momento di chiedere soccorso, di chiedere di poter parlare, noi ci saremo. Perciò non c’è nessuna intenzione di smantellare o ridurre l’attività di TAMACH.

 

4. Alcuni casi tipici di assistenza psicosociale effettuati da TAMACH

 

Esempio di  assistenza psicosociale a una persona della Prima generazione[19]

Guardando alla terapia della signora L., si evidenziano con chiarezza sia la complessità delle conseguenze dalla Shoah sia la difficoltà del processo terapeutico. Nell’età avanzata i sopravvissuti all’Olocausto si confrontano maggiormente con il loro passato traumatico: non lavorano più, i figli sono da tempo fuori casa, hanno molto tempo e nessun compito da svolgere. Così è stato per la signora L., la quale con l’età ha continuato a pensare sempre di più ai tempi della persecuzione e a soffrire di incubi e di angosce. Spesso esprimeva il timore che la storia dei sopravvissuti e la storia della sua famiglia assassinata sarebbero andate perse dopo la sua morte. All’inizio della terapia ha avuto rilievo la possibilità che le è stata offerta di dare testimonianza, cosa che le ha permesso di raccontare la storia della sua vita e della persecuzione patita.

Il primo marito e il primo figlio furono assassinati durante la Shoah. Dopo la Shoah, la signora L. visse 10 anni sola in Israele e verso la metà degli anni 50 sposò un uomo di nazionalità svizzera. Da questo legame nacque un figlio. Il figlio porta su di sé il peso del passato. Simbolicamente questo figlio avrebbe dovuto assolvere al compito di sostituire agli occhi della madre tutta la famiglia assassinata. Quando morì il secondo marito, la signora L. cadde in una grave depressione che era rafforzata dal suo continuo pensare alla famiglia assassinata. La signora L. ha frequentato la psicoterapia settimanalmente per la durata di oltre due anni, nel corso dei quali ha potuto per la prima volta parlare delle sue perdite di allora e delle sue angosce attuali. Al centro dei colloqui individuali stava l’elaborazione del lutto per i familiari assassinati e delle angosce attuali, come pure ha preso evidenza l’influsso della Shoah sui suoi rapporti con il figlio vivente. Inoltre la signora L. ha partecipato ad un gruppo di terapia all’interno del quale ha avuto la possibilità di parlare con altri sopravvissuti all’Olocausto delle sue esperienze durante e dopo la persecuzione. Quando, nel 1999, la signora L. si ammalò, la terapia è continuata sotto forma di tre visite a domicilio, fino al momento nel quale si è ristabilita al punto da poter di nuovo venire al Consultorio. Il sostegno flessibile in forma di visite a domicilio e di continuo accompagnamento psicologico da parte di TAMACH, le ha fornito un appoggio emotivo. La terapia si è conclusa quando la signora L. ha ritenuto di avere le sue angosce sotto controllo e si è sentita in grado di preparare con gioia il proprio trasferimento in una casa di riposo.

 

Esempio di terapia con un Child-Survivor[20]

Il sig. Z. è sopravvissuto all’età di dieci anni nascondendosi. I suoi genitori riconobbero lo stato di  pericolo in cui si trovava la famiglia e trovarono il modo di organizzare la sua fuga dal Ghetto. Z. visse due anni presso una famiglia contadina rimanendo per la maggior parte del tempo nascosto nel sottotetto. Alla fine della guerra apprese che i suoi genitori e sua sorella maggiore erano stati uccisi nel campo di sterminio. Dopo la guerra crebbe dapprima in un istituto ebraico recuperando velocemente le lacune scolastiche. Più tardi riuscì a percorrere una prestigiosa carriera accademica. Fondò una famiglia e per anni fu assorbito da questa e dalla professione. In questo modo riuscì a distrarsi dal passato di persecuzione. Dopo il pensionamento venne sempre più oppresso da un senso depressivo che gli toglieva interesse per i contatti  umani e per gli hobby. In questa crisi dei valori avvertiva grandi angosce da abbandono. Sua moglie e i suoi figli iniziarono a preoccuparsi per lui. Si fissava sempre di più sulle cose marginali e perdeva di vista l’essenziale, cosa che inquietava molto la sua consorte non colpita personalmente dall’Olocausto. Nella terapia di coppia ci si è preoccupati di introdurre nel loro rapporto la comunicazione sia del passato di persecuzione sia dell’influsso di questa su di loro come individui e come coppia. Le perdite subite nel passato sono potute riaffiorare e i coniugi ne hanno elaborato insieme il lutto. Uno degli obiettivi della terapia è stato quello di sostenere la moglie. Negli ultimi anni essa aveva trascurato le sue personali esigenze in quanto riteneva prioritaria la necessità di alleviare le sofferenze del marito. Nella terapia di coppia ha potuto imparare a far valere le proprie esigenze senza ferire il marito. In questo modo l’uomo è stato in grado di assumersi la responsabilità e di prendere coscienza  dei propri sentimenti.

 

Esempio di una terapia rivolta ad una persona della Seconda generazione[21]

La signora G. crebbe in un ambiente cristiano in Svizzera. A 13 anni udendo casualmente un colloquio dei suoi genitori apprese che suo padre era un sopravvissuto all’Olocausto. G. aveva percepito la figura paterna come persona silenziosa che preferiva rifugiarsi nella musica classica piuttosto che avere contatto con la propria figlia. Dialoghi e contatti fisici erano eccezioni. La madre ricopriva il ruolo di “protettrice” del padre e per questo motivo era solo parzialmente a disposizione della figlia quale interlocutrice. Quando la signora G. interrogò suo padre sulle sue esperienze nella Shoah, questi ammise il fatto, ma non fu mai disponibile per raccontare dettagli del suo passato. G. si rifugiò allora nella lettura di libri sul tema dell’Olocausto e si unì ad un gruppo giovanile insieme al quale si recò ad Auschwitz. Soggiornò pure per lungo tempo in Israele. In questo modo sperava di vincere l’atteggiamento distaccato del padre e di riuscire a stargli vicina. Più tardi la signora G. scelse una professione sociale e sposò un cittadino tedesco, il cui padre era stato nazista. Come donna adulta si presentò al Consultorio in quanto – dopo il divorzio – stava valutando una sua conversione all’ebraismo. Nel corso della terapia è emerso quanto la Shoah aveva condizionato la sua vita. La signora G. aveva tentato in vari modi di avvicinarsi maggiormente al padre: con le letture, con l’impegno in Israele e con la scelta della professione sociale. Ciononostante non aveva raggiunto lo scopo di creare un rapporto di vicinanza emotiva con il padre. Sposando un tedesco aveva sperato inconsciamente che la provocazione riuscisse a smuovere il padre dal suo riserbo emotivo inducendolo ad ingaggiare con lei un dialogo (sia pure conflittuale). Anche questo tentativo andò a vuoto. Dopo la morte del padre la signora G. si è rivolta a TAMACH. La terapia rese chiaro alla signora G. che neppure con la sua conversione all’ebraismo avrebbe potuto abbattere il muro che la separava dal padre. Le fece inoltre capire che il padre non aveva voluto parlare del suo passato per proteggere dalle sue emozioni sia se stesso sia sua figlia. Il racconto delle sue esperienze di persecuzione avrebbe potuto scatenare sentimenti d’impotenza, di colpa, di dolore, di rabbia o di lutto. L’uomo aveva voluto ad ogni costo evitare questa tracimazione di emozioni incontrollabili. La presa di coscienza del fatto che, sia vivere un rapporto più stretto con suo padre, sia di lenire il suo destino, erano tentativi al di fuori dalla sua portata, ha permesso alla signora G. di elaborare il  proprio lutto e di costruirsi strategie più autonome per superare le difficoltà della vita.

 

Caso di un rapporto di coppia perturbato dal trauma[22]

Benjamin e Sabine si sono conosciuti e si sono immediatamente innamorati in Polonia nel 1945 dopo che ognuno di loro era riuscito a suo modo a sopravvivere alla Shoah. Sabine, una bella ventisettenne, era nata in Germania da padre ebreo e madre cristiana poi convertitasi all’ebraismo.  Era riuscita ad uscire viva dopo essere stata prigioniera ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Salzwedel. Benjamin, un ventenne biondo con gli occhi chiari, era riuscito a sopravvivere con documenti falsi mentre i suoi familiari erano stati tutti uccisi. Nel 1946 si sono sposati  ed hanno formato da allora in poi una coppia estremamente unita basata su un rapporto di amore reciproco e di protezione da parte del marito verso la moglie. Se si chiedeva a Benjamin quale fosse stata la sua più terribile esperienza di vita  egli non aveva dubbi nel dire che la sua massima preoccupazione era la condizione di salute di sua moglie. «Mia moglie ha sofferto moltissimo, si è portata dal lager molte piaghe. Ogni giorno ha una malattìa nuova: lunedì hanno smesso di bruciarle gli occhi, martedì niente, mercoledì mal di pancia, giovedì la vescica. È insopportabile. È grave, grave, grave. Non so più se è giusto o se viene dalla sua testa...molti mi dicono che dovrebbe andare da uno psicologo, ma lei non è una Medium da dare in uso agli psicologi». Nonostante il resoconto sembri piuttosto irrazionale si capisce che Benjamin è veramente disperato. Da anni sua moglie gli racconta esaurientemente i suoi dolori e lui la cura sempre amorevolmente. Per lui non ha importanza se i malanni della moglie siano di origine fisica o psicologica: quello che conta è che la vede soffrire. Un’operazione da lei subita due anni addietro l’aveva prostrato al punto tale che non era più stato in grado di dormire e aveva presentato reazioni depressive. Passava tutta la giornata al suo capezzale. La cosa si aggravò allorquando la donna ebbe un attacco notturno durante il quale aveva gridato: «Benjamin dove sei? Salvami». Da allora cominciò a soffrire di sensi di colpa per non essere stato presente quando lei aveva avuto bisogno di lui. Verosimilmente la forte reazione di Benjamin era dovuta alla sua esperienza durante la Shoah. Suo padre, intuendo che Benjamin avrebbe potuto cavarsela e salvarsi, lo aveva indotto a fuggire. I sensi di colpa per «non essere stato presente» nel momento del bisogno si riferiscono con ogni probabilità alla sua assenza al fianco dei genitori e del fratello al momento della loro cattura. A questo punto Benjamin preoccupato di non farcela si rivolse ad una psicologa che gli prescrisse un training autogeno e lo consigliò di distanziarsi un poco dai problemi della moglie. Nonostante il tentativo di seguire questo consiglio, pochi mesi dopo la situazione di protettore-protetta si è di nuovo ristabilita come in precedenza. Ciò è avvenuto perché di fatto questo modello di rapporto era funzionale ad ambedue i partner. In esso Benjamin è il protettore, il salvatore, mentre Sabine si lascia curare, si presenta esteriormente debole e assume in pieno il ruolo della protetta, della persona da salvare.

La distribuzione di questi ruoli è ideale quando ognuno dei due partner è in grado di assumere alternativamente il ruolo di protetto e di protettore[23].

Nel caso di sopravvissuti alla Shoah l’assunzione rigida del ruolo di protettore-protetta (o viceversa di protettrice-protetto) può divenire un modo di elaborare il trauma all’interno della coppia. Per Benjamin si tratta di aver modo di riparare, con la dedizione alla moglie, le sue presunte manchevolezze nei riguardi della propria famiglia e di calmare in questo modo i suoi sensi di colpa. Per Sabine invece la dedizione del marito è una compensazione. Infatti essa aveva vissuto come molto traumatico il fatto che sua madre (registrata come cristiana tedesca) non sia stata anche lei deportata. Di fatto aveva vissuto questa circostanza come un abbandono della madre, tant’è che, dopo averla ritrovata alla fine della guerra, i suoi rapporti con lei sono divenuti assai conflittuali. Le cure e le attenzioni del marito costituivano dunque una compensazione, per lei Benjamin rappresentava ‘una madre migliore’ che non l’avrebbe mai abbandonata. Di fatto si verifica la situazione nella quale lei si presenta bisognosa di cure per permettere a lui di curarla amorevolmente, mentre lui, per avere modo di curarla amorevolmente, concede a lei di essere tanto bisognosa. Per questo motivo il compito di Benjamin è quello di rimanere sempre forte per proteggere Sabine, mentre Sabine deve rimanere sempre debole affinché Benjamin la possa proteggere. In casi come questo ai terapeuti si pone il problema se sia il caso o meno di modificare la dinamica del rapporto che comunque si è dimostrata efficace per tenere unita la coppia e per soddisfare le esigenze psicologiche profonde dei due coniugi. Il rompere questo equilibro  può essere più dannoso che utile. Per questo è necessaria molta sensibilità per riuscire a far emergere la forza della coppia per aiutare il marito e la moglie a capire cosa desiderano e possono cambiare nel loro rapporto, in modo da riuscire almeno a diminuire il tasso di sofferenza.

 

 

                              

Dr.phil. Revital Ludewig-Kedmi è psicologa e terapista familiare. Lavora con sopravvissuti all’Olocausto e con i loro figli e dirige corsi di formazione per terapisti che si occupano di famiglie di carnefici e di vittime. Oltre al lavoro terapeutico si occupa di ricerca nel campo del Trauma e Psicologia del diritto. È docente incaricata presso le Università di S. Gallo e Basilea.


 

 

 

 

 

 


 

    

 

Miriam Victory Spiegel è nata e cresciuta a New York. Dopo una pluriennale attività quale assistente sociale comunale a New York, nel 1983 si è trasferita in Svizzera dove lavora quale consulente psicologica praticando terapie sistemiche di coppia e familiari. Si occupa di prevenzione della discriminazione e di sostegno a persone che hanno sofferto persecuzione e violenza.

 

Bibliografia:

 

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Durst, Nathan, Eine Herausforderung für Therapeuten. Psychoteherapie mit Ueberlebenden der Shoah, in Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag, Zürich, 2002, pp. 79-96.

 

Kosmala, B. – Ludewig-Kedmi, R.,  Verbotene Hilfe. Deutsche Retterinnen und Retter wärend des Holocaust, Pestalozzianum Verlag, Zürich, 2003.

 

Ludewig-Kedmi, Revital, Trauma und Partnerschaft, I. Der Partner als Beschützer und Retter, in Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag, Zürich, 2002, pp. 61-66

 

Ludewig-Kedmi, Revital, Opfer und Täter zuglerich? Moraldilemmata jüdischer Funktionshäftlinge in der Shoah, Psychosozial-Verlag, Giessen, 2001.

 

Ludewig-Kedmi, Revital, Geteilte Delegation in Holocaust-Familien. Umgang mit der Ambivalenz gegenüber Deutschland  in Systema, Zeitschrift für Familientherapie, Weinheim1998-11 (4), pp. 171-178.

 

Ludewig-Kedmi, Revital, Bewältigungsstrategien einer Holocaust-Familie. Partnerschafts- und Delegationsprozesse, in Systema, Zeitschrift für Familientherapie, Weinheim, 1999-13 (1), pp. 25-40.

 

Ludewig-Kedmi, Revital - Spiegel, Miriam Victory  - Tyrangiel, Silvie, Fünf Jahre TAMACH, (Cinque anni di TAMACH), Edito in proprio da TAMACH, Psychosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz, Zürich, 2003.

 

Rothschild, Berhold, Die Macht des Schweigens. Historische Wahrheit – ein vernachlässigtes psychoanalytisches Konzept (La potenza del silenzio. Verità storica – un concetto psicoanalitico trascurato), in Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte (Il trauma dell’olocausto tra psicologia e storia), Chronos Verlag, Zürich, 2002,  pp. 143-151.

 

Spiegel, Miriam Victory, Waisenkinder der Geschichte, in System Familie, Springer Verlag, Berlin-Heildelberg, 7-1994, pp. 15-18.

 

Spiegel, Miriam Victory, Die Zweite Generation: Spätfolgen,  in System Familie, Springer Verlag, Berlin-Heidelberg, 7-1994, pp. 50-60.

 

Spiegel, Miriam Victory,  Psychotherapie als Friedensarbeit, in Gestalt 31, Zeitschrift des Schweizerischen Vereins für Gestalttherapie, 1998-2, pp. 3-10.

 

Spiegel, Miriam Victory - Tyrangiel, Silvie – Ueberschattete Kindheit. Die Auswirkungen der Shoah auf die zweite Generation in Ludewig-Kedmi, Revital – Spiegel, Miriam Victory – Tyrangiel, Silvie, (curr.), Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte, Chronos Verlag, Zürich, 2002,  pp. 41-57.

 

Tyrangiel, Silvie, Emigrantenkinder, in AA.VV., Die Kinder der Verfolgten. Die Nachkommen der Naziopfer und Flüchligskinder heute, Verlag für Medizinische Psychologie Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1989 pp. 23-79.

 

Wardi,  Dina, Le Candele della Memoria. I figli dei sopravvissuti dell’Olocausto: traumi, angosce, terapia, Sansoni, Milano, 1993 (l’edizione originale in lingua ebraica è edita da Keter, Tel Aviv, 1990).

 

Weitz, Yechiam,  The Man who was Murdered Twice - The Life, Trial and Death of Israel Kastner, Keter Publishing House, Gerusalemme, 1995.

 

Willi, Jörg, Die Zweierbeziehung, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1975.

[24]



[1] Pur essendo consapevoli della distinzione semantica e delle discussioni intorno all’uso appropriato dei due termini, nel presente articolo ‘Olocausto’ e ‘Shoah’ vengono adoperati come sinonimi. In analogo modo si sono comportate le terapiste nelle loro risposte alla nostra intervista.

[2] Cfr. Nathan Durst, Eine Herausforderung für Therapeuten. Psychoteherapie mit Ueberlebenden der Shoah (Una sfida per terapisti. Psicoterapia con sopravvissuti alla Shoah), in Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel, Silvie Tyrangiel,  Das Trauma des Holocaust zwischen Psychologie und Geschichte (Il trauma dell’Olocausto tra psicologia e storia), Chronos Verlag, Zurigo 2002, pp. 79-96

[3] Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel, Silvie Tyrangiel, Fünf Jahre TAMACH (Cinque anni di TAMACH), Edito in proprio da TAMACH, psychosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz. Zurigo 2003, p. 5.

[4] TAMACH, Psychosoziale Beratungsstelle für Holocaust-Ueberlebende und ihre Angehörigen in der Schweiz (Consultorio psicosociale per i sopravvissuti all’Olocausto e loro congiunti in Svizzera) ha sede a Zurigo in locali messi a disposizione dalla Israelitische Cultusgemeinde

[5] Madeleine Dreyfus, Entschuldigung und Rechtfertigung, Zum Rezeptionsmuster der antisemitischen Flüchlingspolitik der Schweiz im Zweiten Weltkrieg (Giustificazione e discolpa. A proposito del modello di ricezione della politica antisemitica svizzera verso i rifugiati nella seconda guerra mondiale), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit. , pp. 175-191; Cfr. Comunicato Stampa, del 16/01/1967, della Commissione Federale Contro il razzismo il cui testo si può leggere nel sito ufficiale dell’Amministrazione Federale http://www.edi.admin.ch/ekr/themen/00104/00338/970116_olocausto_discussione_it.pdf?PHPSESSID=539f05c10b335c5f1004c70841b70768.

[6] Oltre ad essere presidente di TAMACH  Uriel Gast è direttore dell’Istituto storico e dell’Archivio di storia contemporanea del Politecnico di Zurigo.

[7] Fünf Jahre TAMACH, op. cit. pp. 6-7

[8] Nel 1955 Rudolf Israel Kastner fu accusato di collaborazionismo con i nazisti, nel 1957 venne assassinato a Tel Aviv da un agente segreto, nel 1958 in un secondo processo postumo fu dichiarato innocente. Vedi Yechiam Weitz,  The Man who was Murdered Twice - The Life, Trial and Death of Israel, Keter Publishing House, Jerusalem, 1995.

[9] Fünf Jahre TAMACH, op. cit., pp. 6-7

[10] Delle tre fondatrici di TAMACH, due (Myriam Victory Spiegel e Silvie Tyrangiel) appartengono alla ‘seconda generazione’,ossia sono figlie di sopravvissuti all’Olocausto.

[11] Amchacome abbiamo già accennato -  è l’istituzione che in Israele si occupa del sostegno psicologico-sociale ai sopravvissuti alla Shoah

[12]Fonds für Menschlichkeit und Gerechtigkeit

[13] Ragazzi sopravvissuti

[14] Fünf Jahre TAMACH, op. cit., pp. 7-8

[15] Cfr. Silvie Tyrangiel, – Miriam Victory Spiegel, Ueberschattete Kindheit. Die Auswirkungen der Shoah auf die zweite Generation (Infanzia oscurata. Gli effetti della Shoah sulla Seconda Generazione), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit.,  pp. 41-57

[16] Cfr. Berhold Rothschild, Die Macht des Schweigens. Historische Wahrheit – ein vernachlässigtes psychoanalytisches Konzept (La potenza del silenzio. Verità storica – un concetto psicoanalitico trascurato), in Das Trauma des Holocaust zwischen...op. cit.,  pp. 143-151

[17] Dina Wardi,  Le Candele della Memoria. I figli dei sopravvissuti dell’Olocausto: traumi, angosce, terapia, Sansoni, Milano, 1993.

[18]FIG, Schweizer Israelitischer Gemeindebund, che è l’organizzazione che comprende la maggioranza delle Comunità ebraiche svizzere

[19] Fünf Jahre TAMACH, op. cit., pp. 9-10

[20] Fünf Jahre TAMACH, op. cit., p. 10

[21] Fünf Jahre TAMACH, op. cit., pp. 12-13.

[22] Riassunto di un caso tratto da: Revital Ludewig-Kedmi, Trauma und Partnerschaft, I. Der Partner als Beschützer und Retter (Trauma e rapporto di coppia, I. Il Partner come protettore e salvatore), in Das Trauma des Holocaust ...op. cit.,  pp. 61-66

[23] per le varie dinamiche di coppia, tra le quali Protettore-protetta Cfr. Jörg Willi, Die Zweierbeziehung, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1975.