AGORA, ottobre 1998

Vittorio Foa,  Lettere della giovinezza, Einaudi, Torino 1998.

Copertina di Lettere della giovinezza. Su fondo

bianco il ritratto di Vittorio Foa eseguito dallo

scrittore e pittore Carlo Levi.

 

 

Da poco è uscito nelle librerie, edito da Einaudi, l’ultimo libro di Vittorio Foa. Si tratta di una raccolta di un migliaio di lettere che l’autore, tra il 1935 e il 1943, ha inviato alla famiglia dal carcere dove scontava una pena inflittagli quale dirigente del movimento di opposizione Giustizia e Libertà. Lettere della giovinezza ha diverse chiavi di lettura. Da un lato si può seguire giorno per giorno la vita in carcere di un giovane uomo, con i suoi ideali molto alti e molto concreti, con la sua voglia di studio e di comprensione della difficile situazione di quegli anni e della storia che l’aveva generata, con il suo desiderio di incidere su questa realtà, e con la sua fiducia di saperlo e poterlo fare.

Dall’altra vi è la possibilità di immedesimarsi con la famiglia che queste lettere riceveva, che riusciva a capire e condividere la coerenza del figlio, ed era capace di sostenerlo moralmente e materialmente. In questo modo si riesce a intuire cosa questo poteva significare in termini di impegno concreto e di angoscia.

Inoltre, nonostante la censura, riusciva ad irrompere all’interno delle lettere anche quello che succedeva fuori del carcere, nella società, nel mondo: la deriva verso la seconda guerra mondiale, il peso plumbeo delle leggi razziali. In questo senso le Lettere della giovinezza sono anche un libro di storia.

La censura ha un ruolo molto pesante in questo libro. Vi sono cose che rimangono celate, che si devono saper leggere tra le righe, oppure si devono cercare in altri scritti di Vittorio Foa, per esempio nei libri autobiografico-politici Il cavallo e la torre e Questo novecento.

Vi è la censura del carcere che, talvolta anche molto ottusamente, copriva con inchiostro nero quello che riteneva fosse contrario al regime. Ma vi è anche l’autocensura. L’autocensura preventiva che imponeva di non scrivere cose che avrebbero potuto far annerire o addirittura sequestrare le lettere. A questo proposito va però detto che in alcune lettere Vittorio Foa ha escogitato dei modi intelligenti ed eleganti di aggirare la censura che non possono non sollevare l’ammirazione del lettore.

Leggendo le lettere, si sente però anche un’autocensura più intima, la reticenza nell’esprimere i sentimenti melanconici e la sofferenza che egli non desiderava riversare sulla famiglia e che voleva pure stornare da se stesso per non cadere in preda all’angoscia e allo scoramento.

Quest’opera è pure importante per gli studiosi in quanto contiene importanti pagine che sono veri e propri appunti di studio e di riflessione storico-politica del periodo pre-fascista.

Lettere della giovinezza è uno dei rari libri che, oltre a trasmettere esperienza di vita, riesce a stimolare ogni lettore, quale che sia il suo livello culturale, a porsi tante domande ed a cercarne le risposte.

                                                                                   (Silvana Calvo)