a
cura di Fabio
Levi, L’ebreo in oggetto.
L’applicazione della normativa antiebraica a Torino 1938-1943, Silvio
Zamorani Editore, Torino, 1991

Copertina di L’ebreo
in oggetto. Fondo grigio-blu con il titolo del libro e una citazione:
“La questione ebraica è diminuita d’intensità. E con i
provvedimenti adottati, che seguono il loro corso regolare, può ritenersi ormai
prossima alla conclusione. Molti ebrei hanno lasciato definitivamente la città
per l’estero; altri si accingono a partire. I rimasti si mantengono
disciplinati ed apparentemente rassegnati. Comunque tutti
sono oggetto di opportuna vigilanza” Il questore.
È stato per lungo tempo
un luogo comune della cui ovvietà nessuno sembrava dubitare: le leggi razziali
italiane del 1938 non furono persecutorie e la loro applicazione in seguito
sostanzialmente disattesa a causa della bonarietà del popolo italiano.
Il libro mostra come la
realtà fu molto differente. In primo luogo le leggi furono severe anche se messe a
confronto con le disposizioni naziste, ossia con le leggi di Norimberga. La
loro applicazione fu rigorosa: Le istituzioni e l’apparato burocratico italiano
se ne fece carico e eseguirono quanto previsto capillarmente e con impegno .
Dalla
retro-copertina del libro:
La spinta dall’alto alla persecuzione degli ebrei
pervase via via le istituzioni e la società per il
tramite delle leggi, di un gran numero di circolari e di disposizioni
amministrative fatte applicare, oltre che da un buon manipolo di entusiasti, da
un gran numero di impiegati pubblici più o meno solerti e da un insieme assai
vasto di altri individui: un insieme tanto ampio da fare della campagna
antiebraica non già un episodio limitato e circoscritto, ma una specifica
dimensione della realtà italiana di quegli anni, capace di attraversare
orizzontalmente la società e di costringere quasi chiunque, prima o poi, a
prendere posizione.