AGORA NR. 12 – 22 marzo 1995

Copertina
di Il fumo di Birkenau. Titolo in un
riquadro
bianco circondato da una cornice verde.
È un classico della
letteratura di testimonianza sui Lager nazisti. L’autrice non mette se stessa
al centro, ma racconta le storie di sue compagne di prigionia che vengono
rievocate con un velo di tristezza ma anche con sensibilità ed affetto.
Il lettore non potrà
facilmente dimenticare le donne che, rivivendo nelle pagine di questo libro,
lasciano una traccia della loro sorte: Lily, che persino nel Lager vive con
trepidazione d’adolescente i primi turbamenti d’amore; Bruna, che all’estrema
provocazione riesce a trovare una risposta disperata ma dignitosa; Maria, la
quale vuole, con determinazione, contro ogni ragionevolezza, dare la vita al
bambino che porta in grembo; Adela, che solo con la pazzia può affermare la sua
umanità calpestata; e Giustine, Lotti, Zina, Lise, Costanza…e tante altre.
Liana Millu ha saputo far
rivivere come persone quegli esseri umani che la brutalità e la violenza del
Lager avevano ridotto a numeri, a pezzi da lavoro. È come se, alla
sistematica e scientifica opera di annientamento, di riduzione dell’uomo a
cosa, avesse voluto rispondere con una umanizzazione delle vittime.
Ma le figure che per
sempre resteranno scolpite nella memoria sono due ragazzi intravisti per un
attimo attraverso il reticolato di filo spinato: un tredicenne minuto,
emaciato, stremato, già selezionato per il crematorio, al quale si aggrappa in
disperata ricerca di conforto e protezione un bambino più piccolo ed
altrettanto sfinito.
In Italia il libro è
stato tradotto e pubblicato in diversi paesi, tra cui