AGORA NR. 12 – 22 marzo 1995

 

Liana Millu, Il fumo di Birkenau,  La Giuntina, Firenze, 1986.

 

Copertina di Il fumo di Birkenau. Titolo in un

riquadro bianco circondato da una cornice verde.

 

 

È un classico della letteratura di testimonianza sui Lager nazisti. L’autrice non mette se stessa al centro, ma racconta le storie di sue compagne di prigionia che vengono rievocate con un velo di tristezza ma anche con sensibilità ed affetto.

Il lettore non potrà facilmente dimenticare le donne che, rivivendo nelle pagine di questo libro, lasciano una traccia della loro sorte: Lily, che persino nel Lager vive con trepidazione d’adolescente i primi turbamenti d’amore; Bruna, che all’estrema provocazione riesce a trovare una risposta disperata ma dignitosa; Maria, la quale vuole, con determinazione, contro ogni ragionevolezza, dare la vita al bambino che porta in grembo; Adela, che solo con la pazzia può affermare la sua umanità calpestata; e Giustine, Lotti, Zina, Lise, Costanza…e tante altre.

Liana Millu ha saputo far rivivere come persone quegli esseri umani che la brutalità e la violenza del Lager avevano ridotto a numeri, a pezzi da lavoro. È come se, alla sistematica e scientifica opera di annientamento, di riduzione dell’uomo a cosa, avesse voluto rispondere con una umanizzazione delle vittime.

Ma le figure che per sempre resteranno scolpite nella memoria sono due ragazzi intravisti per un attimo attraverso il reticolato di filo spinato: un tredicenne minuto, emaciato, stremato, già selezionato per il crematorio, al quale si aggrappa in disperata ricerca di conforto e protezione un bambino più piccolo ed altrettanto sfinito.

In Italia il libro è stato tradotto e pubblicato in diversi paesi, tra cui la Germania, gli Stati Uniti, l’Olanda e la Francia.