Chaim
Potok, Danny l’eletto, Garzanti,
Milano, 1994.

Copertina
di Danny l’eletto. Foto a tutta pagina
di
un
giovane con la kippà che legge il giornale.
Sito www.menorah.it 2002
“Danny
l’eletto” di Chaim Potok
uno
e cento modi di coinvolgere il lettore
È
probabile che ognuno che abbia letto il romanzo di Chaim Potok “Danny
l’eletto”, una volta giunto alla fine del libro, abbia provato la sensazione di
aver fatto un viaggio. Un viaggio nel tempo e nello spazio, ma anche un viaggio
all’interno di se stesso.
Nel
tempo e nello spazio: in un primo momento verso gli anni della seconda guerra
mondiale, e dell’immediato dopoguerra, condividendo le ripercussioni della
tragedia della Shoah sulla comunità ebraica di New York che ha vissuto
quell’evento non direttamente, ma come un’onda d’urto di una bomba scoppiata
troppo lontano per essere letale, ma abbastanza vicino per
abbattere e stordire. Un viaggio che a ritroso porta nella culla del
chassidismo, lo Stedtl’ dell’Europa orientale, vivaio di una cultura
ricchissima e matrice di profondi valori, e di lì ancora più lontano nella
storia millenaria del popolo ebraico fino alla distruzione del Tempio di
Gerusalemme per cui, viene specificato, vale ancora la pena di svegliarsi di
notte per piangere. Un viaggio che dalla parte opposta porta al presente, al
mondo moderno con le sue difficoltà, i suoi “doni”, le sue sfide, le sue
lusinghe e le sue contraddizioni.
Durante
questo viaggio il lettore ha avuto modo di incontrare personaggi
indimenticabili, con un’umanità prorompente, e con loro ha potuto confrontarsi
e misurarsi. Il rabbino Saunders, tragica e complessa figura che regge in sé
immenso dolore, immenso amore, e una stoica intransigente coerenza nel
procedere sul percorso che gli è stato imposto e che lui ha
accettato in tutto e per tutto, ma capace d’inaspettata flessibilità
proprio laddove questa si traduce per lui in struggente sofferenza. Suo figlio
Danny, con una mente geniale avida di sapere e di evadere dalla “gabbia”
costituita dalla comunità chiusa alla quale appartiene, ma ciò non di meno,
risoluto a non tagliare il legame che lo collega alle sue origini, disposto a
pagare un prezzo psicologico molto pesante pur di riuscire a far quadrare il
cerchio nei suoi tormentati, difficili e profondi rapporti con il padre.
Reuven, con slanci, risentimenti e ripensamenti, è forse quello nel quale è più
facile identificarsi, perché ha i difetti e le virtù che molti si riconoscono,
ma non si arrende a quelle che gli sembrano debolezze e cerca di dominarle per
costruirsi una personalità di alto profilo. Il padre di Reuven, gracile ma
fortissimo, con la sua pazienza e la sua tenacia sia nell’aiutare il figlio a
diventare un adulto consapevole, sia negli impegni che la vita e gli eventi del
suo tempo gli impongono.
Per
quanto riguarda il viaggio dentro di se stessi, ognuno ha un percorso diverso
perché ciascuno si confronta con i propri problemi, i propri slanci, e le
proprie aspirazioni…la propria storia… e qui non è più possibile esprimersi in
modo impersonale, non si può non essere coinvolti in prima persona, e non si può
più evitare di usare il pronome io.
C’è
nel libro un brano che mi porterò dentro sempre, come un talismano, per tutta
la vita. È il padre di Reuven che risponde al figlio che gli chiede di curarsi
e di impegnarsi di meno per i suoi ideali per non mettere a repentaglio la sua
già fragile salute:
Gli esseri umani non vivono in
perpetuo, Reuven. Viviamo meno di quanto dura un batter d’occhio, se si
commisurano le nostre vite all’eternità. Può quindi esser lecito chiedere qual
è il valore della vita umana. C’è tanta sofferenza, in questo mondo. Che
significa dover tanto soffrire se le nostre vite non sono nient’altro che un
batter d’occhio? […] Reuven, ho imparato molto tempo
fa che un batter d’occhio è nulla, di per se stesso. Ma l’occhio che batte,
quello sì che è qualcosa. Lo spazio di una vita è nulla. Ma l’uomo che la vive,
lui sì che è qualcosa. Lui può colmare di significato questo spazio minuscolo,
cosicché la sua qualità sia incommensurabile, sebbene la quantità possa essere
irrilevante. Comprendi quel che dico? L’uomo deve colmare la sua vita di
significato, il significato non viene attribuito automaticamente alla vita. È
un compito duro, bada, e questo non credo che tu lo comprenda, per ora. Una
vita colma di significato è degna di riposo. E io voglio esser degno di riposo
quando non sarò oltre quaggiù. Comprendi quel che dico?”
Che altro si può
aggiungere? Nulla direi…
(Silvana Calvo)