Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti, Milano, 1994.

 

 

Copertina di Danny l’eletto. Foto a tutta pagina di

un giovane con la kippà che legge il giornale.

 

 

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“Danny l’eletto” di Chaim Potok

uno e cento modi di coinvolgere il lettore

 

 

È probabile che ognuno che abbia letto il romanzo di Chaim Potok “Danny l’eletto”, una volta giunto alla fine del libro, abbia provato la sensazione di aver fatto un viaggio. Un viaggio nel tempo e nello spazio, ma anche un viaggio all’interno di se stesso. 

Nel tempo e nello spazio: in un primo momento verso gli anni della seconda guerra mondiale, e dell’immediato dopoguerra, condividendo le ripercussioni della tragedia della Shoah sulla comunità ebraica di New York che ha vissuto quell’evento non direttamente, ma come un’onda d’urto di una bomba scoppiata troppo lontano per essere letale, ma abbastanza vicino per abbattere e stordire. Un viaggio che a ritroso porta nella culla del chassidismo, lo Stedtl’ dell’Europa orientale, vivaio di una cultura ricchissima e matrice di profondi valori, e di lì ancora più lontano nella storia millenaria del popolo ebraico fino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme per cui, viene specificato, vale ancora la pena di svegliarsi di notte per piangere. Un viaggio che dalla parte opposta porta al presente, al mondo moderno con le sue difficoltà, i suoi “doni”, le sue sfide, le sue lusinghe e le sue contraddizioni.

Durante questo viaggio il lettore ha avuto modo di incontrare personaggi indimenticabili, con un’umanità prorompente, e con loro ha potuto confrontarsi e misurarsi. Il rabbino Saunders, tragica e complessa figura che regge in sé immenso dolore, immenso amore, e una stoica intransigente coerenza nel procedere sul percorso che gli è stato imposto e che lui ha accettato in tutto e per tutto, ma capace d’inaspettata flessibilità proprio laddove questa si traduce per lui in struggente sofferenza. Suo figlio Danny, con una mente geniale avida di sapere e di evadere dalla “gabbia” costituita dalla comunità chiusa alla quale appartiene, ma ciò non di meno, risoluto a non tagliare il legame che lo collega alle sue origini, disposto a pagare un prezzo psicologico molto pesante pur di riuscire a far quadrare il cerchio nei suoi tormentati, difficili e profondi rapporti con il padre. Reuven, con slanci, risentimenti e ripensamenti, è forse quello nel quale è più facile identificarsi, perché ha i difetti e le virtù che molti si riconoscono, ma non si arrende a quelle che gli sembrano debolezze e cerca di dominarle per costruirsi una personalità di alto profilo. Il padre di Reuven, gracile ma fortissimo, con la sua pazienza e la sua tenacia sia nell’aiutare il figlio a diventare un adulto consapevole, sia negli impegni che la vita e gli eventi del suo tempo gli impongono.

Per quanto riguarda il viaggio dentro di se stessi, ognuno ha un percorso diverso perché ciascuno si confronta con i propri problemi, i propri slanci, e le proprie aspirazioni…la propria storia… e qui non è più possibile esprimersi in modo impersonale, non si può non essere coinvolti in prima persona, e non si può più evitare di usare il pronome io.

C’è nel libro un brano che mi porterò dentro sempre, come un talismano, per tutta la vita. È il padre di Reuven che risponde al figlio che gli chiede di curarsi e di impegnarsi di meno per i suoi ideali per non mettere a repentaglio la sua già fragile salute:

Gli esseri umani non vivono in perpetuo, Reuven. Viviamo meno di quanto dura un batter d’occhio, se si commisurano le nostre vite all’eternità. Può quindi esser lecito chiedere qual è il valore della vita umana. C’è tanta sofferenza, in questo mondo. Che significa dover tanto soffrire se le nostre vite non sono nient’altro che un batter d’occhio? […] Reuven, ho imparato molto tempo fa che un batter d’occhio è nulla, di per se stesso. Ma l’occhio che batte, quello sì che è qualcosa. Lo spazio di una vita è nulla. Ma l’uomo che la vive, lui sì che è qualcosa. Lui può colmare di significato questo spazio minuscolo, cosicché la sua qualità sia incommensurabile, sebbene la quantità possa essere irrilevante. Comprendi quel che dico? L’uomo deve colmare la sua vita di significato, il significato non viene attribuito automaticamente alla vita. È un compito duro, bada, e questo non credo che tu lo comprenda, per ora. Una vita colma di significato è degna di riposo. E io voglio esser degno di riposo quando non sarò oltre quaggiù. Comprendi quel che dico?”

Che altro si può aggiungere? Nulla direi…

                                                                                            (Silvana Calvo)