Bianca
Schlesinger, Con
i lupi alle spalle, Ediarco Bologna, 2005

Copertina
di Con i lupi alle spalle. Fotografia
a tutta pagina di dieci
bambine e
bambini raggruppati seduti sull’erba. Sullo sfondo si
intravedono
alberi e una vecchia casa.
La storia di una numerosa
famiglia ebrea croata, che trova scampo dalle persecuzioni rifugiandosi
nell’Italia fascista, raccontata dalla figlia allora ragazzina. All’arrivo dei
tedeschi anche in Italia, l’8 settembre 1943, la famiglia si trova internata a
Bra ma viene subito nascosta dalle suore di una scuola materna e poi affidata
al fratello di una delle religiose, un contadino padre pure lui di una numerosa
prole. Si tratta del contadino più povero del villaggio, eppure pronto a
ospitare e a nutrire i profughi che gli hanno chiesto aiuto. “Fintanto che ci
sarà pane per i miei figli, ce ne sarà anche per i vostri”. Il racconto si
ispira a quanto nella realtà è successo all’autrice e alla sua famiglia.
Qui di seguito una introduzione
scritta dall’autrice Bianca Schlesinger:
Verso la fine del 1941 affluiscono
in diverse località del Piemonte ebrei croati inviati a domicilio coatto.
Nei libri di storia, una frase; per me e per la
mia famiglia, una vita vissuta nella ricerca di sopravvivenza in luoghi
imprevedibili, un problema di spaesamento, di incomunicabilità, la difficoltà
di organizzarsi su una vita vivibile nel continuo pericolo di sapersi
ricercati. La gratitudine per coloro che offrono salvezza. Avevo solo otto anni
quando la mia famiglia dovette fuggire dalla Jugoslavia, e non ricordo
esattamente tutti i dettagli delle nostre peripezie. Ma un’esperienza così
vissuta lascia nell’animo una cicatrice indelebile, un rancore anche in parte
sub-cosciente, il sentimento di essere stata vittima di un’enorme ingiustizia,
di essere stata tradita, derubata.
Ormai mamma e nonna, testimone dell’infanzia spensierata dei figli
e dei nipoti, di loro amicizie che li accompagnano dall’asilo infantile fino
alla maturità, uno si rende conto di essere stato derubato della propria
infanzia, della possibilità di realizzare in pieno il proprio futuro.
«Se vuoi inventare storielle, scrivi una biografia, ma se vuoi
raccontare la verità, scrivi un romanzo», è stato uno dei consigli datomi al
corso di “scrittura creativa” che avevo frequentato a suo tempo, presso
l’Università di Tel Aviv. Ed è così che decisi di scrivere un romanzo. Una
storia parallela a quella vissuta dalla mia famiglia, che però non è
esattamente una autobiografia. Alcuni fatti sono
veramente accaduti, altri potevano accadere, ed altri ancora sono accaduti a
persone diverse da quelle descritte nel libro. Ho preferito scriverla in forma
di romanzo anche per il fatto che non avrei potuto riferire fedelmente i fatti,
ricordando alcuni dettagli solo vagamente. Ma anche per il fatto di non poter
riportare, ma solo indovinare, i pensieri degli altri e le loro ragioni di
agire. E questo gran desiderio di cercare di indovinare, di capire, ho voluto
realizzarlo in questo modo. Un’altra ragione era il timore che amici e
familiari non mi avrebbero mai più rivolto la parola, riconoscendosi nel libro,
e delusi dalla descrizione.
Come nel romanzo, anche la mia famiglia dovette lasciare
Il provvedere cibo, medicinali, educazione per i bambini, erano
ostacoli da superare giornalmente. E dato che gli esseri umani non diventano
santi solo perché perseguitati, non mancarono i piccoli screzi tra gli adulti,
ridicole accuse e meschini litigi, causati sia dalla ristrettezza
dell’abitazione e dalla conseguente mancanza di intimità, come dalla tensione
per il pericolo sempre presente. Piccoli/grandi problemi, microscopici di
fronte all’orrore di quello che stava succedendo altrove, ma disagi vissuti
giornalmente nei lunghi mesi di esilio.
Il vero pericolo si profilò all’orizzonte nel settembre 1943, con
l’occupazione tedesca. La storia raccontata nel libro – la suora che si offre
di nascondere i profughi, suo fratello, il più povero contadino del villaggio
che li nasconde nella propria casa a pericolo della propria vita – è vera anche
se incredibile. Incredibile, se ci si domanda quanti di noi possano dire
onestamente che nelle stesse condizioni avrebbero fatto lo stesso.
Luigi Oberto, (non per nulla nel libro
ho voluto chiamarlo Angelo) ormai defunto, e sua moglie Maria sono stati
onorati dallo Stato di Israele quali “Giusti tra le Nazioni”, piccolo
riconoscimento della grandezza del loro gesto. Gesto ripetuto da centinaia di
altri italiani, percentuale di gran lunga superiore di quanto avvenne negli
altri paesi dell’Europa.
Nella borgata Rossi di Rivalta, un
minuscolo villaggio dove trascorremmo quasi due anni, il pericolo era sempre
presente. Per noi, bambini, erano incubi notturni nutriti da paure inespresse.
Era, però, anche un periodo di scoperte: ci trovavamo in un ambiente primitivo,
a volte scioccante, ma che allo stesso tempo ci dava una libertà non prima
goduta nell’ambiente protetto, imbottito di ovatta, in cui eravamo cresciute.
È per descrivere queste impressioni, ed allo stesso tempo riferire
la cruda realtà della situazione, che ho deciso di scrivere il romanzo da due
punti di vista. Alcuni capitoli sono presentati dal punto di vista del padre,
la realtà nuda e cruda, mentre altri capitoli riflettono il punto di vista
della bambina Susi – una alter-ego romanzata – che scopre e cerca di adattarsi
a quel mondo così diverso.
Come lo fu nella nostra vita, così anche il romanzo è popolato da
protagonisti alcuni buoni oltre la comprensione, altri crudeli e malvagi, altri
ancora buoni/cattivi; il periodo è costellato di momenti estremamente
drammatici e da altri quasi umoristici.
I quattro anni trascorsi nello scrivere il libro furono per me
problematici. Da una parte mi hanno fatto rivivere quel periodo difficile della
mia vita, periodo che avrei preferito dimenticare. Dall’altra parte, invece, –
in assenza della tensione per l’imprevedibile futuro – quel passato ha subito
nel ricordo una metamorfosi diventata nostalgia. Vivo ormai da parecchi anni in
Israele, la mia nuova patria, ma non posso rimanere lontana dall’Italia per
lungo tempo. Torno spesso a Rivalta, spinta da
attacchi di nostalgia.
Luigi e Maria ed i loro figli, ormai sposati e genitori anche
loro, mi hanno sempre accolto come fossi parte della loro famiglia. Mi piace
aggirarmi per la casa dove i muri mi sussurrano ricordi dal passato; mi piace
passeggiare per i campi, aspirare l’odore familiare della terra appena arata.
Ogni tanto qualcuno mi si avvicina, mi saluta, «Non ti ricordi di me? Armando?»
ed io no, non riconosco l’anziano signore dai capelli bianchi. Maria mi fa
vedere il nuovo, moderno bagno, confidandomi che Luigi si rifiuta di usarlo –
«non vado mica a sporcare la porcellana, no?», e continua ad usare lo
sgabuzzino sull’angolo del balcone della cucina. E Luigi stesso, porgendomi un
secchio d’acqua ed un secondo di mangime, mi invita a venire ad aiutarlo a «far
mangiare» i conigli.
A volte, in questa mia nuova patria, paese di immigranti, mi viene
fatta la domanda: «Di dove sei?» Ed io esito, di dove sono? Di Israele dove
vivo, dove ho trovato rifugio e sicurezza, mai più straniera indifesa fra
stranieri? Della Croazia, che mi ha dato i natali? O dell’Italia, che mi ha
dato una seconda vita? Di dove sono? Non lo so. So però che in Italia, per
l’esempio generosamente datomi, ho imparato che è possibile e che bisogna
rimanere umani anche nei periodi più folli, quando tutto il mondo sta
diventando bestia. Che è possibile e che bisogna ascoltare la propria
coscienza, anche quando il suo suggerimento è contrario e quanto tutti gli altri
gridano ad alta voce. Che è possibile e che bisogna rispettare il prossimo,
farsi avanti e proteggerlo, indipendentemente dai rischi. Valori di cui ho
avuto la fortuna di godere e che, di seguito, mi sono sempre sentita in dovere
di adottare.
(Bianca Schlesinger)