Carla
Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo
della cura. Storia di Zofia Kossak, la polacca antisemita che salvò migliaia di
ebrei, Silvio Zamorani editore, Torino 2005

Copertina di Il
tempo dell’odio e il tempo della cura. Fondo scuro
su cui spicca il volantino dal titolo Protest!
INEDITO 2006
ZOFIA KOSSAK
L’ANTISEMITA CHE RISCHIÒ
La
vicenda, indubbiamente paradossale, di Zofia Kossak viene analizzata da Carla
Tonini, professoressa all’Università di Bologna e profonda conoscitrice della
Polonia e della sua storia. L’autrice si è posta l’obiettivo di ricostruire e
capire la personalità e soprattutto i comportamenti contraddittori della Kossak
indagando nell’ambiente sociale, culturale, politico e religioso nel quale è
nata e si è formata. Questo percorso apre al lettore una visione ampia della
realtà polacca a partire dalla seconda metà dell’ottocento fino al 1968. Una
realtà più interessante e complessa della prevalente immagine stereotipata di
questo paese, assai meno conosciuto di quanto generalmente si creda.
Zofia
Kossak nacque, in una famiglia della piccola nobiltà polacca, nel 1889 nei
pressi di Lublino, nella parte della Polonia annessa alla Russia alla fine del
1700. Si trattava di una famiglia con sentimenti liberali. Suo nonno, Juliusz Kossak, fu un affermato pittore,
famoso per dipinti a tema patriottico.
Le
delusioni dovute a una tardiva e inadeguata modernizzazione del paese e alle
ripercussioni della rivoluzione d’ottobre, assai sconvolgenti specialmente per
il ceto nobiliare e particolarmente vistose nella zona orientale della Polonia,
nonché l’avvento al potere del socialista Jozef
Pilsudski fecero sì che i sentimenti liberali della famiglia Kossak
subissero una profonda trasformazione che sfociò in uno spostamento politico
verso destra, nell’accentuazione del già presente nazionalismo e nell’adesione
sempre più stretta e convinta alla Chiesa cattolica considerata l’unico cemento
in grado di tenere unita e di
rappresentare la nazione polacca.
Secondo
la famiglia, Zofia avrebbe anch’essa dovuto seguire le orme del nonno e darsi
alla pittura, ma le sue tendenze e il suo talento la spinsero verso la
scrittura. Divenne infatti una delle più popolari scrittrici polacche. Le sue
opere letterarie furono l’espressione del rimpianto per i tempi andati nei quali
avrebbe regnato l’armonia tra i vari ceti della società. Armonia distrutta
dagli sconvolgimenti sociali dovuti alla prima guerra mondiale, alla
rivoluzione russa e al nuovo assetto politico della Polonia che esautorarono
l’aristocrazia e di crearono fermenti politici e sociali tra i contadini.
Quale
rimedio alla insoddisfacente situazione, Zofia sognava la nascita di una grande
nazione polacca per tutti i polacchi, e per loro soltanto. Le varie minoranze
residenti nel paese, come gli ucraini, i rumeni, gli ungheresi e i tedeschi non
avrebbero dovuto avervi diritto di cittadinanza. Men che meno l’avrebbero
potuta avere gli ebrei che allora rappresentavano circa il dieci per cento
della popolazione e che lei considerava i principali nemici della nazione. Essi,
secondo la sua opinione e quella della maggioranza dei suoi concittadini,
avevano il torto di occupare integralmente la fascia sociale del ceto medio, e
di sottrarre ai polacchi questo spazio ritenuto il perno della società intorno
al quale si sarebbe dovuto costruire la futura Polonia. D’altro canto veniva
loro ascritta anche la responsabilità della rivoluzione russa che, fuori da
ogni discussione, si riteneva fosse opera istigata ed attuata dagli ebrei
identificabili in tutto e per tutto con i bolscevichi stessi. Questa concezione
venne illustrata dalla Kossak nel suo romanzo Pozoga (
Gli
scritti della Kossak esprimevano il suo forte nazionalismo ed erano rivolti di
volta in volta contro i russi, i tedeschi e gli ucraini descritti sempre in
modo negativo e perdente in confronto all’immagine moralmente e fisicamente
aulica dei polacchi. Ma erano gli ebrei quelli che venivano presentati senza
reticenze nel modo più spregiativo. Essi erano da lei considerati i registi del
precipitare della situazione, né più né meno di quanto affermavano i Protocolli dei Savi anziani di Sion,[2] ossia li riteneva
coloro che erano realmente in grado di trasformare “la pace in guerra e la
comune amicizia in dannazione” costituendo un fantomatico potere parallelo
occulto che determinava gli accadimenti[3].
Questo
suo modo di rappresentarsi la figura dell’ebreo fu senz’altro in sintonia con l’ideologia
della Chiesa enunciata negli articoli della Civiltà
Cattolica e diffusa capillarmente sul territorio. La dottrina cattolica era
all’epoca intrisa del vecchio antigiudaismo religioso a cui si era da poco
aggiunta una nuova avversione più moderna e assai virulenta, che può venir
qualificata come antisemitismo politico, nata per perorare la causa della
restaurazione invocata in seguito ai cambiamenti materiali e spirituali indotti
dalla rivoluzione francese e per contrastare i primi moti socialisti[4].
Ci fu
però un momento nella vita di Zofia Kossak, nel quale si spinse più in là.
Verso la metà degli anni ’30 si situò su posizioni inequivocabilmente razziste.
Di fronte al processo di assimilazione in atto, in un articolo del 1936
pubblicato contemporaneamente su due giornali[5],
espresse il suo dissenso dalla concezione che la redenzione fosse possibile
tramite la conversione: se tutti gli ebrei abbracciassero sinceramente la
religione cattolica, spiegò, gli unici a rallegrarsene sarebbero stati i sacerdoti:
Anche se dal punto di vista cattolico[6]
il problema ebraico cessasse di esistere, dal punto di vista polacco non cambierebbe. Certo il
battesimo cambierebbe la psiche, la risanerebbe moralmente, ma non cambierebbe
la razza. Siamo sinceri, soprattutto
sinceri. La fede ebraica ci è indifferente. È grottesca, cupa, ma indifferente.
Se ci fossero pochi ebrei andremmo a visitare le sinagoghe con la stessa
curiosità con cui visitiamo i templi karaimici. Ma non si tratta della fede, si
tratta della razza. C’infastidiscono
e ci disturbano tutte le loro caratteristiche. La litigiosità, il tipo
particolare d’intelligenza, la forma degli occhi e delle orecchie, lo sbattere
delle palpebre, la linea delle labbra, tutto. Nelle famiglie miste avvertiamo
sospettosi le tracce di tutto ciò fino alla terza, alla quarta generazione e
oltre. E su questo la religione non può avere influenza[7].
Questo
testo rivela indubbiamente sentimenti di repulsione di Zofia Kossak nei
confronti degli ebrei. Già a partire dall’anno seguente però, in seguito
all’enciclica Mit Brennender Sorge di
Pio XI, Zofia Kossak non espresse più questa visione estrema e si riallineò
sulle posizioni classiche giudeofobiche della Chiesa cattolica la quale
condannava il razzismo biologico ma considerava ineccepibile un antigiudaismo
basato su ‘presupposti spirituali’.
L’invasione
della Polonia ad opera della Wehrmacht e l’occupazione nazista nel settembre
1939, con la conseguente decisione tedesca di distruggere tutta la classe
intellettuale e politica polacca, provocò la nascita della Resistenza. A
differenza di altri paesi occupati, dove era presente una destra fascista
pronta a collaborare con gli occupanti nazisti, in Polonia tutti i movimenti
politici, dalla sinistra alla destra estrema, confluirono nella Resistenza e si
riunirono nel Comitato d’intesa soggetto
al Governo polacco in esilio a Londra. I cattolici vi parteciparono con grande
impegno a causa delle persecuzioni naziste contro
Zofia
Kossak, che a quell’epoca si era trasferita a Varsavia, aderì alla Resistenza
già nelle prime settimane dopo l’invasione, rispondendo in questo modo a un
intimo “richiamo impellente” che la esortava a intraprendere il lavoro
clandestino che costituiva “un sacro dovere per ogni polacco”[9]. Come
intellettuale e scrittrice figurava tra le persone ricercate dai nazisti e le
sue opere furono proibite, cosa che ebbe l’effetto di farle entrare nel novero
delle pubblicazioni più ricercate e più lette dalla popolazione polacca. Da
subito fu attiva nella stampa clandestina dove, sul giornale Polska Zyje (
La sua
non fu un’adesione subalterna alla Resistenza:
La
caratteristica dell’organizzazione politica da lei fondata fu di essere una
struttura aperta, esente da rigidi rapporti gerarchici, a cui confluivano
cattolici provenienti da esperienze diverse desiderosi di “fare qualcosa di
utile” per la “rinascita morale della Polonia”. I rapporti che legavano gli
aderenti al gruppo erano informali e formavano una fitta rete di relazioni
personali basate su legami con amici, colleghi, parenti, riuscendo così a
valorizzare per le necessità di lotta qualsiasi legame umano e sociale
allacciato precedentemente dai diversi membri[11].
È
proprio da questo serbatoio che Zofia Kossak attinse le forze che si sarebbero
occupate della salvezza degli ebrei. Paradossalmente coloro che avrebbero
svolto questo compito avevano verso gli ebrei per lo più sentimenti tutt’altro
che benevoli. Dominava la convinzione che essi fossero i traditori della
Polonia, alleati di Hitler e di Stalin, e corresponsabili dell’uccisione degli
ufficiali polacchi nella foresta di Katyn[12]. Ciò
non di meno, dopo l’istituzione del ghetto di Varsavia e dopo aver preso
coscienza delle condizioni drammatiche di fame e di morte che vi dominavano, le
persone organizzate da Zofia Kossak furono pronte ad accogliere, soccorrere e
nascondere gli ebrei che man mano fuggivano per sottrarsi alle deportazioni,
verso i campi di sterminio.
Zofia
Kossak fu l’artefice dell’organizzazione: sfruttando tutte le sue risorse di
intelligenza, di relazioni e di conoscenze riuscì a far uscire dal ghetto
migliaia di ebrei, a rifornirli di documenti e di denaro, a trovar loro
nascondigli e possibilità di lavoro, a procurare loro assistenza medica.
La sua
parola d’ordine verso i suoi connazionali fu di non collaborare con i tedeschi
nella persecuzione degli ebrei. Questo non significava però, ammoniva, chiudere
gli occhi di fronte al ‘pericolo ebraico’. La battaglia contro gli ebrei
sarebbe ricominciata dopo la guerra perché nella futura Polonia non vi sarebbe
stato posto per loro. I polacchi sarebbero riusciti in futuro a ‘liberarsi’
degli ebrei senza ricorrere “ai sistemi tedeschi di crudeltà e di rapina”. “Ai
tedeschi non riuscirà di coinvolgere i polacchi nella politica contro gli
ebrei, perché è una questione nostra che risolveremo da soli”[13].
Infatti,
Zofia Kossak non aveva per nulla abbandonato il suo antisemitismo. E di questo
continuò a scrivere nella stampa clandestina. In un articolo intitolato Le profezie si avverano, spiegò
diffusamente il suo pensiero. Descrisse con dovizia di particolari i modi
feroci con cui i tedeschi uccidevano gli ebrei “con il calcio del fucile, con
le mitragliatrici; ultimamente sono avvelenati col gas”.[14]
Condannò poi con grande vigore i casi, generalmente sottaciuti, di polacchi che
avevano collaborato all’uccisione di ebrei, sia per mezzo di delazioni sia
partecipando concretamente ai massacri. Li condannò perché riteneva questi
comportamenti un decadimento della morale e un abbrutimento a cui i polacchi
cedevano ubbidendo alle ingiunzioni degli invasori. Questo imbarbarimento la
preoccupava perché lo riteneva una corruzione del materiale umano che avrebbe
dovuto più tardi servire per costituire la futura nazione polacca. Quanto agli
ebrei, le sue parole non mostravano turbamento per il loro destino. Secondo il
pensiero espresso nell’articolo, le sciagure se le erano cercate: erano il
risultato delle loro colpe.
Le profezie si sono avverate; la
maledizione che hanno volontariamente attirato su di sé si è materializzata:
“Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, il sangue dei Giusti – “Figlie di Gerusalemme
non piangete per me”. Con logica
terribile, tutte le azioni degli ebrei hanno richiamato la vendetta su di loro.
Nessuno più di loro ha ostacolato il Cristianesimo nella sua conquista del
mondo e sono loro che periscono per il fatto che l’Europa non è cristiana.
Spinti dall’odio talmudico, non hanno mai accettato nessuno al di fuori della
loro razza e sono adesso spazzati via perché c’è una nazione che ha assimilato
le loro parole d’ordine e non li ha accolti come prossimo suo”[15]
Leggendo
questo brano si sarebbe indotti a pensare che Zofia Kossak deplorasse la
persecuzione degli ebrei solamente per le ripercussioni negative che esse
avrebbero avuto sulla moralità del corpo sociale polacco e che la loro
sofferenza non la toccasse, non suscitasse in lei sentimenti di empatia.
Eppure, nonostante tutte le razionalizzazioni da lei elaborate per porre un
argine tra sé e gli ebrei, essa travolse, con il suo comportamento concreto,
tutto il castello retorico che si era costruita.
Negli
stessi giorni in cui espresse per iscritto i pensieri sopra riportati, Zofia
Kossak si dedicò generosamente e infaticabilmente all’opera di soccorso,
incurante dei gravi rischi a cui si espose, ed espose i suoi familiari. Non si
limitò all’organizzazione ma agì sul campo in prima persona ospitando ebrei in
casa sua, sistemando bambini presso istituzioni religiose, raccogliendo denaro,
fornendo abiti e documenti falsificati.
Ma
seppe anche spingersi oltre. Fece ciò che nessuno fino allora aveva osato fare.
Gridare forte la sua protesta contro il crimine, “il più terribile che il mondo
abbia vissuto”. Lo fece nell’agosto del 1942 facendo distribuire un volantino, Protest, che fu una dura condanna dello
sterminio perpetrato dai nazisti, ma anche una denuncia del silenzio del “mondo
intero” che “osserva e non proferisce parola”, ammonendo che il silenzio “non
può essere tollerato più a lungo” e
coloro che rimangono “passivi e silenziosi di fronte all’assassinio ne
diventano complici. Chi non condanna acconsente”. Nel volantino descrisse con
trasporto e partecipazione emotiva le sofferenze del popolo ebraico:
Nel ghetto di Varsavia, oltre il muro che
li separa dal mondo, alcune centinaia di migliaia di condannati attendono la
propria morte. Per loro non esiste né speranza di sopravvivenza né di aiuto. I
carnefici corrono per le strade del ghetto sparando a chi tenta di scappare.
Sparano a chi si trova vicino alla finestra. Le strade sono piene di cadaveri
non sepolti[16]
[…] Quello che accade nel ghetto di Varsavia si ripete da mezzo anno in tutte
le città e cittadine piccole e grandi della Polonia. La cifra totale degli
ebrei assassinati ha superato il milione e cresce con il passare dei giorni.
Tutti muoiono. I ricchi, i poveri i vecchi, le donne, gli uomini, i giovani, i
bambini. I convertiti, con il nome di Gesù e Maria sulle labbra, muoiono allo
stesso modo degli ebrei, sono tutti colpevoli di essere nati ebrei, condannati
a morte da Hitler”.[17]
Protest fu un appello rivolto ai Polacchi, ai
cattolici, di alzare la loro voce di condanna:
Non vogliamo essere Pilati. Non possiamo
opporci ai tedeschi assassini; non possiamo aiutare, né possiamo salvare
nessuno, ma protestiamo dal profondo dei nostri cuori, pieni di compassione,
indignazione e terrore[18]. […]
È Dio che lo chiede, il Dio che proibisce di uccidere. È la coscienza cristiana
che ce lo domanda. Ogni essere umano ha diritto all’amore del prossimo. Il
sangue degli innocenti grida vendetta. Chi non protesta con noi non è un
cattolico[19].
Tuttavia,
anche in questo documento Zofia Kossak sentì l’esigenza di inserire un
passaggio per ribadire i suoi presupposti ideologici nei confronti degli ebrei.
Scrisse infatti:
I nostri sentimenti nei confronti degli
ebrei non sono cambiati. Non cessiamo di considerarli nemici della Polonia in
campo politico, economico e ideologico. Inoltre ci rendiamo conto che ci odiano
più di quanto odino i tedeschi e che ci ritengono responsabili della loro
sventura. Perché e su quali basi, resta un mistero dell’anima ebraica[20].
L’impatto
del volantino fu molto forte all’interno della Resistenza e creò quasi
immediatamente reazioni e dichiarazioni ufficiali a favore di gesti di
solidarietà verso gli ebrei. Il testo, emendato però del passaggio di sapore
antisemita, fu inviato al Governo polacco in esilio a Londra. Zofia Kossak fu
convocata dal Delegato del governo e fu incaricata di creare un’organizzazione
per il soccorso agli ebrei insieme a Wanda Krahelska del Partito Democratico.
Così
nacque Zegota, il Consiglio per l’aiuto agli ebrei. Da
quel momento in poi il soccorso agli ebrei poté contare su mezzi materiali e umani
maggiori, ma rispetto alla vastità del bisogno rimase comunque largamente
insufficiente. Verso la fine dell’anno
Zofia
Kossak fu arrestata dalla Gestapo nell’ottobre 1943 e rinchiusa ad Auschwitz,
poi trasferita in varie carceri e infine a Varsavia dove subì interrogatori
brutali. Fu salvata in extremis grazie all’intervento della Resistenza che
riuscì a corrompere i nazisti e a comprare la sua liberazione. Non parlò mai
delle sue esperienze di prigionia ma scrisse in seguito una cronaca romanzata
della vita nel lager femminile[21]
nella quale le prigioniere vennero descritte schematicamente. non con
caratteristiche individuali, ma con stereotipate peculiarità etniche.
La sua
vicenda creò parecchio imbarazzo nella Polonia post bellica. La sua figura
contraddittoria non collimava con nessuno schema tranquillizzante. Non poteva
soddisfare né i comunisti al potere a Varsavia che volevano dimostrare che ci
fu un esteso aiuto agli ebrei e che questo fu realizzato dalle organizzazioni
progressiste, né gli anticomunisti che
si trovavano a Londra che la ritenevano troppo poco intransigente verso il
comunismo, né
Giunti
alla fine della lettura del libro di Carla Tonini si constata che l’autrice ha
saputo rispondere esaurientemente alle domande che si era posta all’inizio. Le
ricostruzioni della personalità della Kossak e dell’ambiente dove ha agito
risultano ben delineate. Il modo di pensare e di operare della protagonista
viene spiegato in modo convincente in riferimento alla sua biografia e alla
situazione socioculturale, politica e
storica in cui si mosse. Le contraddizioni di Zofia Kossak vengono ascritte,
come d’altronde anticipato dal titolo del libro, alla sospensione dell’odio in
funzione della necessità di dare cura nel bisogno. Ossia, di fronte alla
persecuzione nazista, Zofia Kossak ritenne di mettere in primo piano il dovere
di opporsi e di dare soccorso agli ebrei, rinviando al futuro la lotta per
soddisfare la sua ostilità contro di essi.
Il
libro ha però anche il pregio di provocare nel lettore l’emergere di altre domande.
Domande importanti, sulla pervicacia degli stereotipi, sul rapporto dell’uomo
con le ideologie. Sull’effetto e il condizionamento delle medesime sui
comportamenti degli individui. Sul margine di libertà di azione che rimane a
una persona che ha adottato una ideologia e non vuole o non può disfarsi dei
propri pregiudizi.
L’analisi
di storie come quella di Zofia Kossak è utile per avere una visione più chiara
delle vicende del passato, ma ha anche il merito di fornire all’uomo di oggi
uno strumento per riconoscere e controllare i meccanismi che permettono o
impediscono di agire con responsabilità o semplicemente con umanità.
(Silvana Calvo)
[1] Carla Tonini, Il
tempo dell’odio e il tempo della cura, Zamorani, Torino 2005, p. 113.
[2] Internazionale Ebraica, I “protocolli” dei “Savi anziani” di Sion. Versione italiana con
appendice e introduzione,
[3] Zofia Kossak, Pozoga,
Varsavia 1996, citato in Carla Tonini, Il
tempo dell’odio e il tempo op. cit., p. 44.
[4] Anonimo [Raffaele Ballerini] Della questione giudaica in Europa, in
[5] Zofia Kossak, Prosto z Mostu n. 42-1936 e Kultura n. 26-1936
[6] Le parole “cattolico”, “polacco”, e “razza” sono in
grassetto nel testo originale del libro.
[7] Zofia Kossak, Najpilniejsza
sprawa in Prosto z Mostu n. 42-1936 e Nie istnieja sytuacje bez wylscia in Kultura n. 26-1936, citati in Carla
Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op.
cit.
[8] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 101
[9] Zofia Kossak, Akusia i bacia, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. pp. 99-100
[10] Prawda, aprile 1942 citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit.
p. 106
[11] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 107
[12] Ibidem, p. 115
[13] Polka ZyJe, n. 41 – 42, 1940, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 117
[14] Prawda, maggio 1942, citato in Carla
Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op.
cit. p. 120.
[15] Ibidem.
[16] Protest, AAN,
DR, 334/1, FOP, 1942, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 129
[17].Ibidem, p. 130
[18] Ibidem, p. 130
[19] Ibidem, p. 131
[20] Ibidem, p.
130
[21] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 173