Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo della cura. Storia di Zofia Kossak, la polacca antisemita che salvò migliaia di ebrei, Silvio Zamorani editore, Torino 2005

Copertina di Il tempo dell’odio e il tempo della cura. Fondo scuro

su cui spicca il volantino dal titolo Protest!

 

INEDITO 2006

ZOFIA KOSSAK

L’ANTISEMITA CHE RISCHIÒ LA VITA PER SALVARE EBREI

 

La vicenda, indubbiamente paradossale, di Zofia Kossak viene analizzata da Carla Tonini, professoressa all’Università di Bologna e profonda conoscitrice della Polonia e della sua storia. L’autrice si è posta l’obiettivo di ricostruire e capire la personalità e soprattutto i comportamenti contraddittori della Kossak indagando nell’ambiente sociale, culturale, politico e religioso nel quale è nata e si è formata. Questo percorso apre al lettore una visione ampia della realtà polacca a partire dalla seconda metà dell’ottocento fino al 1968. Una realtà più interessante e complessa della prevalente immagine stereotipata di questo paese, assai meno conosciuto di quanto generalmente si creda.

Zofia Kossak nacque, in una famiglia della piccola nobiltà polacca, nel 1889 nei pressi di Lublino, nella parte della Polonia annessa alla Russia alla fine del 1700. Si trattava di una famiglia con sentimenti liberali. Suo nonno,  Juliusz Kossak, fu un affermato pittore, famoso per dipinti a tema patriottico.

Le delusioni dovute a una tardiva e inadeguata modernizzazione del paese e alle ripercussioni della rivoluzione d’ottobre, assai sconvolgenti specialmente per il ceto nobiliare e particolarmente vistose nella zona orientale della Polonia, nonché l’avvento al potere del socialista Jozef  Pilsudski fecero sì che i sentimenti liberali della famiglia Kossak subissero una profonda trasformazione che sfociò in uno spostamento politico verso destra, nell’accentuazione del già presente nazionalismo e nell’adesione sempre più stretta e convinta alla Chiesa cattolica considerata l’unico cemento in grado di  tenere unita e di rappresentare la nazione polacca. 

Secondo la famiglia, Zofia avrebbe anch’essa dovuto seguire le orme del nonno e darsi alla pittura, ma le sue tendenze e il suo talento la spinsero verso la scrittura. Divenne infatti una delle più popolari scrittrici polacche. Le sue opere letterarie furono l’espressione del rimpianto per i tempi andati nei quali avrebbe regnato l’armonia tra i vari ceti della società. Armonia distrutta dagli sconvolgimenti sociali dovuti alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa e al nuovo assetto politico della Polonia che esautorarono l’aristocrazia e di crearono fermenti politici e sociali tra i contadini.

Quale rimedio alla insoddisfacente situazione, Zofia sognava la nascita di una grande nazione polacca per tutti i polacchi, e per loro soltanto. Le varie minoranze residenti nel paese, come gli ucraini, i rumeni, gli ungheresi e i tedeschi non avrebbero dovuto avervi diritto di cittadinanza. Men che meno l’avrebbero potuta avere gli ebrei che allora rappresentavano circa il dieci per cento della popolazione e che lei considerava i principali nemici della nazione. Essi, secondo la sua opinione e quella della maggioranza dei suoi concittadini, avevano il torto di occupare integralmente la fascia sociale del ceto medio, e di sottrarre ai polacchi questo spazio ritenuto il perno della società intorno al quale si sarebbe dovuto costruire la futura Polonia. D’altro canto veniva loro ascritta anche la responsabilità della rivoluzione russa che, fuori da ogni discussione, si riteneva fosse opera istigata ed attuata dagli ebrei identificabili in tutto e per tutto con i bolscevichi stessi. Questa concezione venne illustrata dalla Kossak nel suo romanzo Pozoga (La Conflagrazione) nel quale diede valenza al  mito dell’ebreo-comunista[1].

Gli scritti della Kossak esprimevano il suo forte nazionalismo ed erano rivolti di volta in volta contro i russi, i tedeschi e gli ucraini descritti sempre in modo negativo e perdente in confronto all’immagine moralmente e fisicamente aulica dei polacchi. Ma erano gli ebrei quelli che venivano presentati senza reticenze nel modo più spregiativo. Essi erano da lei considerati i registi del precipitare della situazione, né più né meno di quanto affermavano i Protocolli dei Savi anziani di Sion,[2] ossia li riteneva coloro che erano realmente in grado di trasformare “la pace in guerra e la comune amicizia in dannazione” costituendo un fantomatico potere parallelo occulto che determinava gli accadimenti[3].

Questo suo modo di rappresentarsi la figura dell’ebreo fu senz’altro in sintonia con l’ideologia della Chiesa enunciata negli articoli della Civiltà Cattolica e diffusa capillarmente sul territorio. La dottrina cattolica era all’epoca intrisa del vecchio antigiudaismo religioso a cui si era da poco aggiunta una nuova avversione più moderna e assai virulenta, che può venir qualificata come antisemitismo politico, nata per perorare la causa della restaurazione invocata in seguito ai cambiamenti materiali e spirituali indotti dalla rivoluzione francese e per contrastare i primi moti socialisti[4].

Ci fu però un momento nella vita di Zofia Kossak, nel quale si spinse più in là. Verso la metà degli anni ’30 si situò su posizioni inequivocabilmente razziste. Di fronte al processo di assimilazione in atto, in un articolo del 1936 pubblicato contemporaneamente su due giornali[5], espresse il suo dissenso dalla concezione che la redenzione fosse possibile tramite la conversione: se tutti gli ebrei abbracciassero sinceramente la religione cattolica, spiegò, gli unici a rallegrarsene sarebbero stati i sacerdoti:

Anche se dal punto di vista cattolico[6] il problema ebraico cessasse di esistere, dal punto di vista polacco non cambierebbe. Certo il battesimo cambierebbe la psiche, la risanerebbe moralmente, ma non cambierebbe la razza. Siamo sinceri, soprattutto sinceri. La fede ebraica ci è indifferente. È grottesca, cupa, ma indifferente. Se ci fossero pochi ebrei andremmo a visitare le sinagoghe con la stessa curiosità con cui visitiamo i templi karaimici. Ma non si tratta della fede, si tratta della razza. C’infastidiscono e ci disturbano tutte le loro caratteristiche. La litigiosità, il tipo particolare d’intelligenza, la forma degli occhi e delle orecchie, lo sbattere delle palpebre, la linea delle labbra, tutto. Nelle famiglie miste avvertiamo sospettosi le tracce di tutto ciò fino alla terza, alla quarta generazione e oltre. E su questo la religione non può avere influenza[7].

Questo testo rivela indubbiamente sentimenti di repulsione di Zofia Kossak nei confronti degli ebrei. Già a partire dall’anno seguente però, in seguito all’enciclica Mit Brennender Sorge di Pio XI, Zofia Kossak non espresse più questa visione estrema e si riallineò sulle posizioni classiche giudeofobiche della Chiesa cattolica la quale condannava il razzismo biologico ma considerava ineccepibile un antigiudaismo basato su ‘presupposti spirituali’.

L’invasione della Polonia ad opera della Wehrmacht e l’occupazione nazista nel settembre 1939, con la conseguente decisione tedesca di distruggere tutta la classe intellettuale e politica polacca, provocò la nascita della Resistenza. A differenza di altri paesi occupati, dove era presente una destra fascista pronta a collaborare con gli occupanti nazisti, in Polonia tutti i movimenti politici, dalla sinistra alla destra estrema, confluirono nella Resistenza e si riunirono nel Comitato d’intesa soggetto al Governo polacco in esilio a Londra. I cattolici vi parteciparono con grande impegno a causa delle persecuzioni naziste contro la Chiesa materializzatesi con la prigionia di 500 parroci internati nei campi di concentramento e con l’uccisione di 2600 preti (ossia il 20% del totale). E questo senza che dal Vaticano si alzasse una voce di protesta né per la persecuzione dei religiosi né per la distruzione delle élite polacche[8].

Zofia Kossak, che a quell’epoca si era trasferita a Varsavia, aderì alla Resistenza già nelle prime settimane dopo l’invasione, rispondendo in questo modo a un intimo “richiamo impellente” che la esortava a intraprendere il lavoro clandestino che costituiva “un sacro dovere per ogni polacco”[9]. Come intellettuale e scrittrice figurava tra le persone ricercate dai nazisti e le sue opere furono proibite, cosa che ebbe l’effetto di farle entrare nel novero delle pubblicazioni più ricercate e più lette dalla popolazione polacca. Da subito fu attiva nella stampa clandestina dove, sul giornale Polska Zyje (La Polonia vive), la sua prima preoccupazione fu quella di lottare contro ogni forma di collaborazionismo e per la salvaguardia della dignità nazionale.

La sua non fu un’adesione subalterna alla Resistenza: la Kossak ne fu una personalità di spicco, fu fondatrice e redattrice di giornali, pubblicò opuscoli clandestini e creò un movimento politico Il Fronte per la Rinascita della Polonia, il quale enunciava che “la visione cristiana del mondo era strettamente legata alla psiche della nazione polacca”, e auspicava “la rinascita morale del paese secondo il pensiero cattolico”[10].

La caratteristica dell’organizzazione politica da lei fondata fu di essere una struttura aperta, esente da rigidi rapporti gerarchici, a cui confluivano cattolici provenienti da esperienze diverse desiderosi di “fare qualcosa di utile” per la “rinascita morale della Polonia”. I rapporti che legavano gli aderenti al gruppo erano informali e formavano una fitta rete di relazioni personali basate su legami con amici, colleghi, parenti, riuscendo così a valorizzare per le necessità di lotta qualsiasi legame umano e sociale allacciato precedentemente dai diversi membri[11].

È proprio da questo serbatoio che Zofia Kossak attinse le forze che si sarebbero occupate della salvezza degli ebrei. Paradossalmente coloro che avrebbero svolto questo compito avevano verso gli ebrei per lo più sentimenti tutt’altro che benevoli. Dominava la convinzione che essi fossero i traditori della Polonia, alleati di Hitler e di Stalin, e corresponsabili dell’uccisione degli ufficiali polacchi nella foresta di Katyn[12]. Ciò non di meno, dopo l’istituzione del ghetto di Varsavia e dopo aver preso coscienza delle condizioni drammatiche di fame e di morte che vi dominavano, le persone organizzate da Zofia Kossak furono pronte ad accogliere, soccorrere e nascondere gli ebrei che man mano fuggivano per sottrarsi alle deportazioni, verso i campi di sterminio.

Zofia Kossak fu l’artefice dell’organizzazione: sfruttando tutte le sue risorse di intelligenza, di relazioni e di conoscenze riuscì a far uscire dal ghetto migliaia di ebrei, a rifornirli di documenti e di denaro, a trovar loro nascondigli e possibilità di lavoro, a procurare loro assistenza medica.

La sua parola d’ordine verso i suoi connazionali fu di non collaborare con i tedeschi nella persecuzione degli ebrei. Questo non significava però, ammoniva, chiudere gli occhi di fronte al ‘pericolo ebraico’. La battaglia contro gli ebrei sarebbe ricominciata dopo la guerra perché nella futura Polonia non vi sarebbe stato posto per loro. I polacchi sarebbero riusciti in futuro a ‘liberarsi’ degli ebrei senza ricorrere “ai sistemi tedeschi di crudeltà e di rapina”. “Ai tedeschi non riuscirà di coinvolgere i polacchi nella politica contro gli ebrei, perché è una questione nostra che risolveremo da soli”[13].

Infatti, Zofia Kossak non aveva per nulla abbandonato il suo antisemitismo. E di questo continuò a scrivere nella stampa clandestina. In un articolo intitolato Le profezie si avverano, spiegò diffusamente il suo pensiero. Descrisse con dovizia di particolari i modi feroci con cui i tedeschi uccidevano gli ebrei “con il calcio del fucile, con le mitragliatrici; ultimamente sono avvelenati col gas”.[14] Condannò poi con grande vigore i casi, generalmente sottaciuti, di polacchi che avevano collaborato all’uccisione di ebrei, sia per mezzo di delazioni sia partecipando concretamente ai massacri. Li condannò perché riteneva questi comportamenti un decadimento della morale e un abbrutimento a cui i polacchi cedevano ubbidendo alle ingiunzioni degli invasori. Questo imbarbarimento la preoccupava perché lo riteneva una corruzione del materiale umano che avrebbe dovuto più tardi servire per costituire la futura nazione polacca. Quanto agli ebrei, le sue parole non mostravano turbamento per il loro destino. Secondo il pensiero espresso nell’articolo, le sciagure se le erano cercate: erano il risultato delle loro colpe.

Le profezie si sono avverate; la maledizione che hanno volontariamente attirato su di sé si è materializzata: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”,  il sangue dei Giusti – “Figlie di Gerusalemme non piangete per me”.  Con logica terribile, tutte le azioni degli ebrei hanno richiamato la vendetta su di loro. Nessuno più di loro ha ostacolato il Cristianesimo nella sua conquista del mondo e sono loro che periscono per il fatto che l’Europa non è cristiana. Spinti dall’odio talmudico, non hanno mai accettato nessuno al di fuori della loro razza e sono adesso spazzati via perché c’è una nazione che ha assimilato le loro parole d’ordine e non li ha accolti come prossimo suo”[15]

Leggendo questo brano si sarebbe indotti a pensare che Zofia Kossak deplorasse la persecuzione degli ebrei solamente per le ripercussioni negative che esse avrebbero avuto sulla moralità del corpo sociale polacco e che la loro sofferenza non la toccasse, non suscitasse in lei sentimenti di empatia. Eppure, nonostante tutte le razionalizzazioni da lei elaborate per porre un argine tra sé e gli ebrei, essa travolse, con il suo comportamento concreto, tutto il castello retorico che si era costruita.

Negli stessi giorni in cui espresse per iscritto i pensieri sopra riportati, Zofia Kossak si dedicò generosamente e infaticabilmente all’opera di soccorso, incurante dei gravi rischi a cui si espose, ed espose i suoi familiari. Non si limitò all’organizzazione ma agì sul campo in prima persona ospitando ebrei in casa sua, sistemando bambini presso istituzioni religiose, raccogliendo denaro, fornendo abiti e documenti falsificati.

Ma seppe anche spingersi oltre. Fece ciò che nessuno fino allora aveva osato fare. Gridare forte la sua protesta contro il crimine, “il più terribile che il mondo abbia vissuto”. Lo fece nell’agosto del 1942 facendo distribuire un volantino, Protest, che fu una dura condanna dello sterminio perpetrato dai nazisti, ma anche una denuncia del silenzio del “mondo intero” che “osserva e non proferisce parola”, ammonendo che il silenzio “non può essere tollerato più a lungo”  e coloro che rimangono “passivi e silenziosi di fronte all’assassinio ne diventano complici. Chi non condanna acconsente”. Nel volantino descrisse con trasporto e partecipazione emotiva le sofferenze del popolo ebraico:

Nel ghetto di Varsavia, oltre il muro che li separa dal mondo, alcune centinaia di migliaia di condannati attendono la propria morte. Per loro non esiste né speranza di sopravvivenza né di aiuto. I carnefici corrono per le strade del ghetto sparando a chi tenta di scappare. Sparano a chi si trova vicino alla finestra. Le strade sono piene di cadaveri non sepolti[16] […] Quello che accade nel ghetto di Varsavia si ripete da mezzo anno in tutte le città e cittadine piccole e grandi della Polonia. La cifra totale degli ebrei assassinati ha superato il milione e cresce con il passare dei giorni. Tutti muoiono. I ricchi, i poveri i vecchi, le donne, gli uomini, i giovani, i bambini. I convertiti, con il nome di Gesù e Maria sulle labbra, muoiono allo stesso modo degli ebrei, sono tutti colpevoli di essere nati ebrei, condannati a morte da Hitler”.[17]

 

Protest fu un appello rivolto ai Polacchi, ai cattolici, di alzare la loro voce di condanna:

Non vogliamo essere Pilati. Non possiamo opporci ai tedeschi assassini; non possiamo aiutare, né possiamo salvare nessuno, ma protestiamo dal profondo dei nostri cuori, pieni di compassione, indignazione e terrore[18]. […] È Dio che lo chiede, il Dio che proibisce di uccidere. È la coscienza cristiana che ce lo domanda. Ogni essere umano ha diritto all’amore del prossimo. Il sangue degli innocenti grida vendetta. Chi non protesta con noi non è un cattolico[19].

Tuttavia, anche in questo documento Zofia Kossak sentì l’esigenza di inserire un passaggio per ribadire i suoi presupposti ideologici nei confronti degli ebrei. Scrisse infatti:

I nostri sentimenti nei confronti degli ebrei non sono cambiati. Non cessiamo di considerarli nemici della Polonia in campo politico, economico e ideologico. Inoltre ci rendiamo conto che ci odiano più di quanto odino i tedeschi e che ci ritengono responsabili della loro sventura. Perché e su quali basi, resta un mistero dell’anima ebraica[20].

L’impatto del volantino fu molto forte all’interno della Resistenza e creò quasi immediatamente reazioni e dichiarazioni ufficiali a favore di gesti di solidarietà verso gli ebrei. Il testo, emendato però del passaggio di sapore antisemita, fu inviato al Governo polacco in esilio a Londra. Zofia Kossak fu convocata dal Delegato del governo e fu incaricata di creare un’organizzazione per il soccorso agli ebrei insieme a Wanda Krahelska del Partito Democratico.

Così nacque Zegota, il Consiglio per l’aiuto agli ebrei. Da quel momento in poi il soccorso agli ebrei poté contare su mezzi materiali e umani maggiori, ma rispetto alla vastità del bisogno rimase comunque largamente insufficiente. Verso la fine dell’anno la Commissione fu sciolta e fu creato un nuovo Comitato questa volta alle  dipendenze dirette del Delegato del governo e vi parteciparono un numero consistente di organizzazioni politiche e sindacali. La struttura divenne da una parte più forte ma anche più burocratica. Se guadagnò in dimensione e riuscì a salvare migliaia di persone, perse però in snellezza a causa delle rigidità burocratiche introdotte con la riorganizzazione. Fece comunque un notevole lavoro fino all’agosto del 1944 quando ci fu l’insurrezione popolare, e continuò a svolgere il suo compito, anche se in misura ridotta, fino alla liberazione. Nel nuovo direttivo non figuravano più le persone che avevano diretto Zegota in precedenza. Zofia Kossak continuò tuttavia a collaborare, con l’efficienza di sempre,  e si concentrò specialmente nell’organizzare il soccorso ai bambini.

Zofia Kossak fu arrestata dalla Gestapo nell’ottobre 1943 e rinchiusa ad Auschwitz, poi trasferita in varie carceri e infine a Varsavia dove subì interrogatori brutali. Fu salvata in extremis grazie all’intervento della Resistenza che riuscì a corrompere i nazisti e a comprare la sua liberazione. Non parlò mai delle sue esperienze di prigionia ma scrisse in seguito una cronaca romanzata della vita nel lager femminile[21] nella quale le prigioniere vennero descritte schematicamente. non con caratteristiche individuali, ma con stereotipate peculiarità etniche.

La sua vicenda creò parecchio imbarazzo nella Polonia post bellica. La sua figura contraddittoria non collimava con nessuno schema tranquillizzante. Non poteva soddisfare né i comunisti al potere a Varsavia che volevano dimostrare che ci fu un esteso aiuto agli ebrei e che questo fu realizzato dalle organizzazioni progressiste,  né gli anticomunisti che si trovavano a Londra che la ritenevano troppo poco intransigente verso il comunismo, né la Chiesa che non aveva interesse a rivangare il suo  operato nel tempo del nazismo e si stava avviando verso il Consiglio Vaticano II dove intendeva sbarazzarsi di alcuni vecchi fardelli di cui uno (l’antigiudaismo) aveva trovato in Zofia Kossak una convinta seguace. Perciò fu da tutti condannata all’oblio. E lo fu probabilmente perché la sua vicenda esemplare sarebbe potuta servire per chiarire molti aspetti della storia polacca (specialmente per quanto riguarda i rapporti con gli ebrei ) che si preferiva non affrontare. Fu però ricordata e premiata dallo Yad Vashem nel 1985 quando, a Gerusalemme, fu piantato per lei un albero nel Giardino dei Giusti.

Giunti alla fine della lettura del libro di Carla Tonini si constata che l’autrice ha saputo rispondere esaurientemente alle domande che si era posta all’inizio. Le ricostruzioni della personalità della Kossak e dell’ambiente dove ha agito risultano ben delineate. Il modo di pensare e di operare della protagonista viene spiegato in modo convincente in riferimento alla sua biografia e alla situazione socioculturale,  politica e storica in cui si mosse. Le contraddizioni di Zofia Kossak vengono ascritte, come d’altronde anticipato dal titolo del libro, alla sospensione dell’odio in funzione della necessità di dare cura nel bisogno. Ossia, di fronte alla persecuzione nazista, Zofia Kossak ritenne di mettere in primo piano il dovere di opporsi e di dare soccorso agli ebrei, rinviando al futuro la lotta per soddisfare la sua ostilità contro di essi.

Il libro ha però anche il pregio di provocare nel lettore l’emergere di altre domande. Domande importanti, sulla pervicacia degli stereotipi, sul rapporto dell’uomo con le ideologie. Sull’effetto e il condizionamento delle medesime sui comportamenti degli individui. Sul margine di libertà di azione che rimane a una persona che ha adottato una ideologia e non vuole o non può disfarsi dei propri pregiudizi. 

L’analisi di storie come quella di Zofia Kossak è utile per avere una visione più chiara delle vicende del passato, ma ha anche il merito di fornire all’uomo di oggi uno strumento per riconoscere e controllare i meccanismi che permettono o impediscono di agire con responsabilità o semplicemente con umanità.

                                                                                                        (Silvana Calvo)



[1] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo della cura, Zamorani, Torino 2005, p. 113.

[2] Internazionale Ebraica, I “protocolli” dei “Savi anziani” di Sion. Versione italiana con appendice e introduzione, La Vita Italiana, Roma 1938. Il testo viene attribuito ad una fantomatica “internazionale ebraica” ma si basa sul testo di Sergyei Nilus. I protocolli dei savi di Sion è un libello prodotto dalla polizia segreta zarista nel  quale si descrive un fantomatico “direttorio segreto mondiale ebraico” che sta complottando un piano per la dominazione del mondo. È uscito una prima volta negli anni 1902-1905 in Russia. Nel 1920 il Times di Londra ne ha dichiarato l’attendibilità e un anno più tardi ha riconosciuto (con molte scuse) che si trattava di un falso (infatti il contenuto dei Protocolli è risultato essere una copiatura quasi integrale di un precedente pamphlet contro Napoleone – più tardi vi è stata anche una sentenza di un tribunale svizzero che pure ne ha decretato la falsità). Nel 1921 i Protocolli sono stati pubblicati in Italia da Prezioni e hanno avuto vastissima diffusione nella Germania nazista. Nel 1945 sparirono dalle vetrine dei librai ma ricomparvero poi in Egitto, India, Arabia Saudita ecc. alla fine degli anni cinquanta. Ancora attualmente i Protocolli riappaiono priodicamentge, specialmente in relazione al conflitto Mediorientale. Per maggiori informazioni sulla storia di questo falso vedi: Cesare Giulio De Michelis, Il manoscritto inesistente. I “Protocolli dei savi di Sion”, un apocrifo del XX secolo, Marsilio Venezia, 1998; Roberto Finzi, La straordinaria fortuna di un falso, in L’antisemitismo, Giunti, Firenze, 1997, pp. 60-69.

[3] Zofia Kossak, Pozoga, Varsavia 1996, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit., p. 44.

[4] Anonimo [Raffaele Ballerini] Della questione giudaica in Europa, in La Civiltà Cattolica, Roma 1890, Vol. IV, Le cause pp. 5-20, Gli effetti pp. 385-407, I rimedi pp. 641-655.

[5] Zofia Kossak,  Prosto z Mostu n. 42-1936 e Kultura n. 26-1936

[6] Le parole “cattolico”, “polacco”, e “razza” sono in grassetto nel testo originale del libro.

[7] Zofia Kossak, Najpilniejsza sprawa in  Prosto z Mostu n. 42-1936 e Nie istnieja sytuacje bez wylscia in Kultura n. 26-1936, citati in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit.

[8] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 101

[9] Zofia Kossak, Akusia i bacia, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. pp. 99-100

[10] Prawda, aprile 1942 citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 106

[11] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 107

[12] Ibidem, p. 115

[13] Polka ZyJe, n. 41 – 42, 1940,  citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 117

[14] Prawda, maggio 1942, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 120.

[15] Ibidem.

[16] Protest, AAN, DR, 334/1, FOP, 1942, citato in Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 129

[17].Ibidem, p. 130

[18] Ibidem, p. 130

[19] Ibidem, p. 131

[20] Ibidem, p. 130

[21] Carla Tonini, Il tempo dell’odio e il tempo op. cit. p. 173