Rosemarie Wildi-Benedict, Piccole memorie 1938-1950. “Rosemarie”, Edizioni Primalpe, Cuneo, 1999-2001

 

Copertina di Piccole memorie 1938-1950 Rosemarie. Su fondo

bianco, un po’ di sbieco cartolina d’epoca con Palazzo Adria di

 Fiume (oggi Rijecka).

 

Il libro è il racconto dell’odissea di Rosemarie e dei suoi genitori fuggiti da Fiume (allora Italia e oggi Croazia Rijecka) per sottrarsi alla deportazione. Si tratta di una fuga in diverse tappe prima a Caprino Veronese e poi in Piemonte, da ultimo a Boves (città martire).

Altrove nel sito l’ intervista-recensione a Rosemarie. 

Leggi l’intervista a Rosemarie Wildi-Benedict

 

Qui di seguito la lettera che Primo Levi le ha scritto dopo aver letto il manoscritto delle “Piccole memorie”:

                                                  

                                                                                       7 maggio 1983

Cara Mariarosa,

   Sono contento di essere stato la lontana causa scatenante che ti ha mossa a scrivere le tue memorie. Non sono “piccole” per niente: sono anzi un autoritratto in piedi, pieno di vigore. Neppure è vero che non abbiano valore letterario: per scrivere in modo valido, come tu scrivi, bisogna appunto non lasciarsi tentare dalle velleità letterarie, e tenersi ai fatti. E, accidenti, quanti e quali sono i fatti che tu hai da raccontare! Una spezzata incredibile, tutta svolte, tutta agguati, che si dipana attraverso le maglie strette o larghe dell’Italia occupata.

   Benché la si legga con molti brividi retrospettivi, la tua storia è bella perché non cede mai all’autocommiserazione: è pudica e coraggiosa, mai lamentosa, e questo la distingue dalle numerose storie analoghe che ho lette. Le tue vicende sono sì quelle di una ragazza che “l’ha scampata bella”, ma quasi mai per merito della fortuna: ogni pagina dimostra che la salvezza te la sei mirabilmente guadagnata. Direi che per te, come per altri fiumani, il multilinguismo è stato un fattore primario, che tu giustamente metti in rilievo.

   Ti ringrazio per avermi mandato il manoscritto, che vedrei volentieri dilatato in un libro: mi pare che tu ne abbia la forza. Come forse avrai intuito, questo è per me un periodo un po’ difficile: alle preoccupazioni famigliari si è sovrapposto un mio stato di stanchezza che mi impedisce di scrivere, e per me scrivere è importante. Ma spero di uscirne; se non prima, almeno per il convegno di settembre.

   Ti saluto con affetto, insieme a tutti i tuoi.

                                                                                       Primo